Telefonate notturne

Telefonate notturneProvo a pensare da quanto tempo non sparo. Parecchio. Forse addirittura dall’accademia. Ciò significa quasi vent’anni fa. Mai in servizio. E non mi sono nemmeno mai lasciata trascinare al poligono nonostante colleghi e amiche me l’abbiano chiesto spesso. Le armi non mi piacciono. Usarle, ancora meno. Però stanotte possederne una mi è di sollievo. Perché ho paura…
È la sesta notte di fila che chiama. Sempre verso le due e mezza. Lascia squillare finché non rispondo. È capace di andare avanti per ore. Così sono costretta a rispondere, ma ogni volta… silenzio, a parte il suo respiro. Ho provato a parlarci, a fargli delle domande, ma niente. Non so nemmeno se sia un uomo, sebbene l’istinto mi dica di sì. Non ho idea di cosa voglia. Da circa tre notti ho capito che non ha senso parlargli, così o metto giù o lo stacco. Potrei far rintracciare la chiamata, è uno dei pochi privilegi di essere un funzionario di polizia, ma non mi va di allertare i colleghi; sono tipi abbastanza “protettivi” nei miei confronti, e ci manca solo che facciano qualche scemenza per causa mia. Mi sono detta di aspettare ancora qualche giorno e se la cosa dovesse continuare, allora riferirò a qualche collega della polizia postale.
Eppure stanotte c’è qualcosa di diverso. Sarà la pioggia e l’inverno che è arrivato traditore d’improvviso cogliendomi impreparata. Sarà che stavo facendo un bel sogno, dove lui c’era ancora, quando lo squillo mi ha strappata al sonno, di botto. Sarà che il vento fuori ulula come impazzito, ma provo una sensazione di paura. Qualcosa di extrasensoriale. È come se sapessi che stanotte non sarà una delle solite chiamate silenziose.


Mi alzo, mi stringo in una felpa e mi avvicino al telefono. Sto per sollevare la cornetta quando qualcosa mi blocca. Sarò paranoica, ma non si sa mai. Torno in camera ed estraggo l’arma dalla borsetta. Con la pistola in pugno vado a controllare che tutte le finestre siano chiuse e che la porta abbia il chiavistello e la chiave inserita nella toppa. È tutto a posto. Il telefono continua a squillare.
Sento un rumore alle mie spalle e mi volto di scatto.
«Merda» sospiro abbassando l’arma. Stavo per sparare a Petra, la mia gatta, un persiano che sembra un grosso batuffolo di cotone con due occhi azzurro elettrico. Mi fissa imbronciata, come se fosse colpa mia.
«Io non c’entro nulla» gli dico. «Non so chi sia, giuro…».
Sembra scuotere la testa e se ne va stizzita. Come darle torto. Mi fisso le mani: tremano, lievemente, ma tremano. E il telefono continua a squillare. Alzo la cornetta per poi rimettere subito giù e mi sposto in cucina. Metto a bollire un po’ d’acqua e appena gli squilli riprendono cerco di ricordarmi perché ho smesso di fumare: questa ha tutte le carte in regola per essere la notte perfetta per riniziare.
«Ogni notte è perfetta per ricominciare» dico a voce alta. Fisso la pistola sul tavolo vicino alla bustina di camomilla e scoppio a ridere, sentendomi una scema.
“Non sei la detective di un film americano, Carla” penso.
Certo.
Però il telefono sta ancora squillando…
Sei notti di fila…
C’è qualcosa che non va.
Col cucchiaino affondo la bustina nella tazza d’acqua calda. Mentre aspetto apro una scatoletta per Petra per scusarmi del brusco risveglio. Sembra apprezzare perché sbuca dal buio e si fionda sulla ciotola.
Prendo la camomilla e vado al telefono, lasciando la pistola sul tavolo, tanto forse non mi ricordo nemmeno come usarla. Roteo il collo per qualche secondo e poi rispondo.
«Buonasera… o dovrei dire buonanotte?» attacco.
Il suo respiro risponde per lui.
«La mia gatta ti odia… e sinceramente ti odio anch’io…».
Mi accorgo che sto parlando troppo velocemente. È un segnale di paura. Cerco di controllarmi.
«Sai che sono una poliziotta, no? Ho deciso di far rintracciare la chiamata… domani saprò chi sei… ti importa questo o niente?».
«…».
«È per questo che mi chiami, vero? Per il mio lavoro?».
«…».
«Sei uno che ho mandato dentro?».
«…».
«Perché sei un uomo, giusto?».
«…».
«Cosa vuoi?… Senti, io non lo so cosa diavolo vuoi, ma ti posso dire cosa voglio io. Mancano due giorni a Natale, e non credo che riceverò molti regali, quindi fammene uno tu, ok? Smettila di chiamare».
«…».
Sto per chiudere, quando la sensazione che stia per dire qualcosa mi blocca.
«Non avresti dovuto trovarla…» dice. Ha una voce calda e profonda, non da criminale. Ma con quasi vent’anni di servizio sulle spalle so che le voci tradiscono sempre: non rispecchiano mai la reale indole di una persona.
«Se non l’avessi trovata ora non saremmo qui».
«Di chi stai parlando?».
«Non saprai mai come sono andate le cose. Sono stato troppo bravo. Lo scopriresti soltanto se fossi io a dirtelo, ma non accadrà. Rimarrai col dubbio. E il dubbio ti sfiancherà, ti tormenterà. Non hai visto lo schema, ti sei fermata al primo indizio e hai pensato di aver capito tutto… ti sbagliavi…».
Non ha sbagliato un tempo verbale. È una rarità tra i criminali. Ha un tono sterile in contrasto con la sostanza brutale delle sue parole. Ho la pelle d’oca.
«Di chi stai parlando, ti ho chiesto?».
Prosegue come se non mi avesse sentito. «Io ti conosco. Ti ho osservata a lungo. Credo di capire come ragioni. Pensi di poterle salvare tutte. Di poter ricostituire l’equilibrio originale, di riportar giustizia in un mondo caotico, ingiusto per definizione… È questa l’origine della tua irrequietezza, vero commissario Rame? Il tuo non volerti arrendere a una guerra dall’esito già determinato. Raddrizzare il destino, ardua missione per te, piccola donna circondata dalle oscure presenze plasmate dai tuoi sensi di colpa. Sei uno stereotipo vivente, commissario».
Non solo parla meglio di qualsiasi criminale che abbia mai conosciuto, ma anche di qualsiasi poliziotto in cui mi sia mai imbattuta, io per prima.
Ora ho davvero paura. Non so cosa dire, come reagire. So soltanto che devo continuare a farlo parlare.
«Destino, dici… Tu credi nel destino?».
Apro il cassetto per le emergenze: dentro ci trovo il pacchetto della disperazione. Faccio scintillare l’accendino e mi accendo una sigaretta. Questa non è soltanto la notte giusta per ricominciare, ma so anche che non avrò nessun senso di colpa per aver rotto l’astinenza.
«C’è un’allusione nascosta nella tua domanda…».
Sento appena la sua voce. Una falla investigativa: l’incubo di ogni poliziotto. È su questo che la mia mente si è concentrata e non c’è verso di schiodarmici. Lo sconosciuto mi sta dicendo che ho commesso un errore e questo probabilmente ha comportato delle…
«Mi stai ascoltando o no?».
«Sì… sono qui».
«Hai capito di chi stiamo parlando?» chiede.
«Giulia Boi» sussurro.
Mi sembra di sentire le sue labbra che si stirano in un sorriso.
Giulia Boi: ventisei anni, era scomparsa da quattro anni quando l’ho ritrovata; l’avevamo cercata per tutto il Paese, salvo poi trovarla a dieci chilometri da casa sua. Avevo risolto il suo caso circa due mesi prima – più per fortuna che per acume investigativo a essere sincera – e avevo avuto i miei quindici minuti di celebrità. La cosa strana che mi aveva inquietato era che la ragazza non aveva collaborato per niente dopo il suo ritrovamento; si era rifiutata di parlarmi, chiudendosi in un mutismo assoluto. Non avevamo capito quindi se si fosse trattato di un sequestro o di un semplice allontanamento volontario da casa. Alla fine avevo desistito davanti alle richieste della sua famiglia di lasciarci tutti quanti quella storia alle spalle, permettendo a Giulia di rifarsi una vita. Il pensiero che ci fosse qualcosa di inquietante, però, non mi aveva mai abbandonata. Per tante notti non ero riuscita a dormire convinta che ci fosse qualcosa di più che non avevo colto. Come il tatuaggio, per esempio. All’altezza della spalla sinistra, poco sotto il trapezio la ragazza aveva tatuato un numero: il 5. Era stato fatto durante la sua “assenza”, ma Giulia non aveva voluto spiegarmi chi gliel’aveva fatto e cosa significava. L’ennesimo mistero in quella strana storia. Alla fine avevo lasciato perdere, presa da nuovi e più pressanti casi.
«Ti stai chiedendo perché non ha parlato, vero? Perché non ti ha raccontato dove è stata per quattro anni e cosa le è successo».
«Sei stato tu?» dico cercando di allungarmi per prendere il cellulare.
«Brutta idea quella di chiamare i tuoi e farmi rintracciare…».
La mia mano si ferma a mezz’aria.
«Posto che non ne sarebbero in grado, l’unico risultato che sortiresti è il farmi chiudere la chiamata, lasciandoti con un dubbio terribile, e non pensare di poter tornare dalla ragazza ed estorcerle qualcosa. Non parlerebbe».
«Perché mai?».
«Per lo stesso motivo per cui non ti ha parlato in tutto questo tempo».
«Cioè?».
Sento che respira più profondamente, come se fosse combattuto sul rispondermi o meno. Oppure, e questo mi fa gelare il sangue nelle vene, come se stesse assaporando questo momento dopo anni di attesa.
«Credi davvero che Giulia fosse l’unica?».
Sento le ginocchia farsi molli e mi lascio scivolare a terra prima di crollare. Il pavimento è freddo ma lo sento appena.
«Chi sei?».
«La domanda interessante sarebbe cosa sono, no?».
Questa volta sono io a restare in silenzio. Ho la viscida sensazione che lui mi stia osservando.
«L’hai trovata soltanto perché io ho voluto che la trovassi…».
«Quante?» chiedo con un sibilo.
«Sette, oltre lei…».
La sigaretta mi cade a terra.
«Giulia, lei sa perfettamente chi sono, o meglio cosa sono… È per questo che non ha parlato e che non parlerà. Potresti interrogarla per mesi, ma non le tireresti fuori nulla».
«Perché?».
«Perché le ho spiegato che se dovesse parlare, ucciderei tutte le altre sette ragazze».
Sette…
Avrei voglia di vomitare. Ma devo restare lucida. Capire cosa posso fare.
«E lei tiene a ognuna di loro, sa cosa sarei pronto a fare in caso di un tradimento».
Ora il tatuaggio ha più senso: è come se le avesse marchiate, come bestie.
«Sono diventate una famiglia, si vogliono bene l’una con l’altra, e nessuna farebbe ammazzare una sorella, o meglio, tutte le sorelle, perché basta che sia una a parlare, e tutte le altre moriranno… Pensavi di aver fatto bene il tuo lavoro, commissario. Mi rincresce deluderti, sgretolando le tue certezze. Non sei stata all’altezza del tuo compito».
«Perché mi stai chiamando? Cosa vuoi da me?».
«Cosa voglio? Dirti che ho vinto io e che non puoi fare niente».
«Sei davvero un pazzo se pensi che non farò nulla» sorrido.
«No, invece. Prova a fare qualcosa, a muovere anche solo un dito nella mia direzione, a coinvolgere qualcuno dei tuoi colleghi, e io le uccido tutte e sette. Le troverai, certamente. Ma troverai sette cadaveri…».
«Io…».
«A quel punto forse riuscirai a far parlare Giulia, ma la vedo difficile, perché… anzi, sai che ti dico? Non ve le farei nemmeno trovare. Mai… e senza una prova tangibile, Giulia non parlerebbe col dubbio che da qualche parte le sue sorelline siano ancora vive, tra le mie mani».
Chiudo gli occhi e mi passo una mano tra i capelli.
«Spiacente di averti crocifissa a questo atroce dilemma, Carla».
«No, non ti dispiace affatto… te la stai godendo alla grande, vero?».
«Onestamente? Sì, hai ragione. Ne sto traendo un piacere delizioso… È inutile che ti dica che nessuno deve venire a sapere di questa nostra piacevole conversazione, vero?».
«Chi mi dice che non stai mentendo?».
«Nessuno, è questo il bello. È questa l’arte del dubbio, mia cara… so che appena chiuderai la chiamata andrai a rispulciarti il dossier di Giulia, e controllerai vecchi casi di sparizione cercando un pattern simile a quello della Boi, rintracciando tutte le ragazze scomparse che in qualche modo siano accostabili al suo profilo. Dirai: “può essere questa, non è mai stata trovata”… o “sicuramente è questa, è identica a Giulia”… non è vero?».
Bastardo… mi legge nella mente.
«Sono in grado di controllarti, Carla. E se mi accorgo che tu inizi a indagare su questo caso anche soltanto privatamente – e me ne accorgerei – uccido le ragazze e sparisco nel nulla… ti manderò delle foto, magari. Tra un anno… anzi, ogni anno te ne farò avere una, così capirai che non ti avevo mentito. Che ne pensi? Ogni Natale la foto di una ragazza, un pensiero carino, no?».
Ho il cuore frantumato da un senso di impotenza e l’anima in subbuglio per l’inadeguatezza che provo.
«Cosa sarà di loro?» chiedo.
«Staranno con me».
«Stanno bene?».
«Non potrebbero stare meglio».
«Perché lo fai?».
«Potrei dirtelo, ma preferisco lasciarti tormentare da questo interrogativo».
«…».
«Ora chiudo, commissario».
«No!».
«Sì, invece. È stato bello chiacchierare con te. Ti chiamerò ancora, a patto che mi lasci stare… se continuerai a parlare con me non farò loro nulla… ma se ti metterai sulle mie tracce… beh, allora mi eclisserò e avrai bisogno di un bell’album fotografico».
«No! Aspetta!».
«Ci si sente presto… Buon Natale, Carla Rame».
«Non chiudere, io…».
«…».
Ha chiuso.
Lascio cadere a terra la cornetta. Le luci lampeggianti delle decorazioni dell’albero m’illuminano il viso. E le lacrime che lo solcano. Sto tremando.
Petra mi fissa imperscrutabile.
…Sono in grado di controllarti, Carla. E se mi accorgo che tu inizi a indagare su questo caso, anche soltanto privatamente, uccido le ragazze e sparisco nel nulla…
La sua voce riecheggia ancora nella mia mente. Sento il nodo della sua minaccia stringermi capestro la gola.
Mi alzo e cammino spaesata per il salone, instabile sulle gambe. Con una spinta butto giù l’albero di Natale e strappo via il cavo dalla presa elettrica.
Ansimo come se fossi braccata. E in qualche modo è così: solo che sono i sensi di colpa e l’impotenza a braccarmi.
Se provo a cercarle lui le ucciderà… ma se non faccio nulla loro continueranno a rimanere sue prigioniere…
Cosa devo fare?
Mi lascio scivolare contro il muro e mi trovo di nuovo seduta a terra, il destino di sette ragazze a gravare opprimente sulle mie spalle.
Ma anche se facessi finta di nulla, per salvarle, come potrei convivere con questo segreto? Come potrei svegliarmi ogni giorno sapendo che da qualche parte quel bastardo tiene imprigionate quelle ragazze?
“E se non ci fosse nessuna ragazza? Se ti avesse soltanto presa in giro?” insinua una voce dentro di me.
«Mi sai che dovrai correre il rischio…» dico alla casa vuota, sapendo che nulla sarà mai come prima. Perché potrei sopravvivere al senso di colpa di sette ragazze sequestrate però vive, ma non a quello di sette innocenti uccise per colpa mia.
«Che Dio mi perdoni…» sussurro nascondendomi il viso tra le mani.

NdA: Si calcola che in Italia mediamente spariscano più di 25 persone al giorno. Dal 1974 al 31 Dicembre 2013, data di istituzione della banca dati interforze, sono complessivamente 29.205 le persone scomparse e di cui non si hanno più notizie, tra cui 10.049 italiani e 19.156 stranieri. I maggiorenni sono 15.919, 13.286 i minorenni. Le cause delle sparizioni sono svariate: si va dall’allontanamento volontario, che è la causa dominante, a casi di malattia ed emarginazione, disturbi psicologici o sociali. Ma c’è anche il problema di minori stranieri non accompagnati che si allontanano spontaneamente dai centri a cui sono affidati perché vogliono raggiungere l’estero. E poi ci sono le possibili vittime di reati, soprattutto donne. Anche per loro, ovunque siano, è Natale. O dovrebbe esserlo…

Piergiorgio Pulixi

Annunci

2 pensieri su “Telefonate notturne

  1. wood

    Dopo averci fatto questo regalo mica ci lascerei cosi’ senza sapere come andra’ a finire la storia ??? Per la Befana vogliamo il proseguo! 🙂
    Grazie Piergiorgio

    Rispondi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...