Regalo di Natale

buonataleSono un uomo davvero fortunato, ho due splendide figlie ed una donna che mi ama. La mia famiglia è la cosa più bella che possiedo, ne sono geloso e mai riuscirei ad immaginare il mio futuro senza i miei affetti.
Rossella è il mio amore, la conosco da quando eravamo piccoli: praticamente dirimpettai, la figlia di donna Giulietta, l’ amica fidata di mia madre, quella alla quale si raccontava proprio tutto davanti ad una buona tazza di caffè fumante ed il silenzio e la solitudine della casa. Ricordo ancora quando Giulietta veniva a casa nostra, sempre alla stessa ora, intorno alle quindici, bussava, mia madre apriva preparava il caffè, qualche fetta di panettone fatto in casa e poi via noi a giocare in cortile e loro a chiacchierare per un’ ora piena zeppa di racconti.
Si parlava delle sorelle, delle incomprensioni coniugali, delle suocere e perché no anche delle seratine un po’ spinte consumate con i propri mariti. In uno di questi pomeriggi stavo rientrando perché dovevo fare pipì, avevo all’ incirca sette anni, e trovai mia madre tutta rossa e sorridente nel raccontare che la notte precedente avevo sorpreso lei e papà nel mezzo di uno scambio caldo di effusioni; donna Giulietta, intanto, rideva, parlava del suo di marito troppo schivo e concentrato sui tempi della semina e del raccolto per dare al suo corpo ancora giovane qualche carezza.
Ancora oggi mia madre vede l’ amica per il caffè raccontando le inquietudini e le gioie dei suoi ottant’ anni e forse grazie alla loro amicizia ho conosciuto e frequentato Rossella fino ad innamorarmene per poi cominciare una convivenza. Quando dissi a mia madre chi era la donna che aveva rapito il mio cuore, rimase prima in silenzio e poi disse: “sono felice, è sicuramente una brava ragazza. Sposerai una donna di altri tempi!”
Ah mia madre è lei una donna di altri tempi! Non aveva messo in conto che io non volevo sposarmi ma semplicemente convivere, infatti quando durante un pranzo domenicale feci presente le nostre intenzioni si alzò ed andò in camera sua piangendo. Era dispiaciuta, rammaricata, mi diceva che la convivenza è un sacrilegio, che così facendo rovinavo il buon nome di quella ragazza e della sua famiglia.
Così, io e Rossella, prendemmo una casa in periferia – anche perché più accessibile economicamente e cominciammo la nostra avventura.
Donna Giulietta – mia suocera – veniva praticamente tutte le mattine con l’ autobus di linea, io scendevo per raggiungere il mio ufficio e lei portava la colazione alla figlia, in quei cornetti
c’ erano racconti lunghi e nostalgici di chi non vuole perdere – da madre – un rapporto costruito nel tempo con la propria ragazza. Le diceva che doveva mangiare, curarsi e soprattutto curare la casa perché i mariti guardano un po’ tutto e con facilità passano da una donna all’ altra; Rossella divertita mi raccontava ogni cosa al mio rientro quando ormai la madre era a casa sua a combinare chissà quali altri guai.
La nostra convivenza andava avanti e noi eravamo felici, avevamo grande intesa e facevamo molti viaggi, eravamo innamorati dell’ Europa, le sue capitali, la cucina tipica di ogni città, dei paesaggi che rendevano tutto più intimo ed unico.
Solo dopo quattro anni della nostra vita in comune cominciammo a programmare un figlio, avevamo bisogno di consolidare il nostro rapporto, non vedevamo l’ ora di avere la casa infestata da giochi, urla, pasticci, risate. Eravamo davvero felici ed io aspettavo la tanto attesa notizia dalla mia compagna; fantasticavamo sul sesso, il nome, il carattere e le somiglianze.
Nell’ ultimo periodo quando mi avvicinavo a Rossella lo facevo solo ed esclusivamente con la speranza che rimanesse incinta, volevo un figlio a tutti i costi; in questo modo davo poca fantasia ai nostri incontri, rendendo tutto molto monotono e scontato.
Dopo un anno di attese mi convinsi che c’ era qualcosa che non andava, che forse dovevamo contattare un medico; e proprio in questo periodo andai a far visita a mia madre che davanti ad un caffè trovò il modo per farmi aprire, le raccontai tutte le mie paure e preoccupazioni. Mi aspettavo comprensioni e risposte ma invece donna Giovanna – mia madre – non fece altro che lacerare la mia anima: il suo discorso era pieno di rimproveri e disappunto per la mia convivenza, diceva che Dio voleva punirmi perché l’ unione con Rossella non era stata benedetta da un sacerdote. Le parole che sento ancora rimbombare nella mia mente, quelle che hanno concluso l’ intero discorso sono state: “se Dio ti donasse adesso un bimbo sarebbe il frutto di una colpa, un atto illegittimo!”
Quando mia madre concluse tutta quella bella predica con questa frase io ero già fuori all’ uscio di casa, cercavo le chiavi dell’ auto nella giacca per andare lontano, mi resi conto che aveva ragione Rossella dovevamo affrontare questo problema da soli, eravamo abbastanza grandi per prenderci le nostre responsabilità.
Nel frattempo Rossella mi proponeva del volontariato in una casa famiglia ma io rifiutavo, le dicevo di non aver tempo per certe cose e che non ero portato per sentimenti in donazione: “le visite a quei bimbi sfortunati le definivo proprio così sentimenti in donazione!”
In realtà era il mio orgoglio da uomo ferito che parlava e proferiva il disprezzo per me stesso incapace di concepire.
A questa mia chiusura si era, ormai, scocciata anche la mia compagna, era stanca di vedermi rassegnato per questo una sera mi disse con tono adirato e deluso: “quando ho deciso di convivere con te l’ ho fatto perché volevo mettermi in gioco, non avrei mai pensato di avere accanto un uomo remissivo ed arrendevole. In qualsiasi rapporto d’ amore ci dev’ essere fiducia e tenacia, bisogna camminare insieme per lo stesso traguardo. Sono diversi mesi che ti vedo lontano dalla strada che sto percorrendo, abbiamo un problema, è vero, ma possiamo sconfiggerlo se ci rimbocchiamo le maniche altrimenti mi vedrò costretta a lasciarti solo con le tue assurde convinzioni. Ho accettato a malincuore il tuo rifiuto a sottoporti a cure mediche per avere un figlio ma non posso accettare anche il fatto che tu non voglia adottarlo; vieni con me e guarda tu stesso cosa faccio tre volte a settimana con quei bambini soli e bisognosi di affetto. Sono convinta che se Dio non vuole donarci dei figli nostri vorrà che aiutiamo quelli che gli altri non hanno saputo amare”.
Ero davvero esterrefatto, Rossella mi stava chiedendo di adottare un bambino ed io invece di riflettere sulla possibilità mi ero chiuso a riccio!
Così intrapresi quel percorso per accontentarla ma nel giro di pochi mesi mi ero affezionato agli ospiti di quella casa famiglia ed ogni volta che li vedevo ero felice a tal punto di portare regali o far festa. Alla vigilia di Natale, dello stesso anno, mi vestii da Babbo Natale e con un sacco pieno di regali donai felicità a quelle piccole anima che portavano dentro chissà quali maltrattamenti. Appena entrai nella sala grande mi affiancai all’ albero di Natale scuotendo più che potevo la campana, tutti corsero da me per rovistare nel sacco: il resto? Lo lascio immaginare a voi, posso solo dire che Rossella ha riso per tutta la serata quando mi ha trovato senza barba e cappello a ballare con loro le canzoni latino americane. Io – Dario Tardi l’ avvocato più prestigioso del quartiere, quello che riceve solo per appuntamento – mi ero perso tra balli scatenati.
….Era la giornata di Natale e dopo il pranzone a casa di mamma, sarei dovuto crollare sul divano come tutti gli anni ed invece avevo l’ anima in quella casa famiglia mi chiedevo se quei piccoli avevano mangiato, se stavano bene.
Infilai il cappotto ed entrai nella camera da letto di mia madre dove i miei nipoti stavano giocando; dissi a Fabio: “se zia Rossella ti chiede dove sono finito dille che sono andato a prenderle una sorpresa” Fabio era un bimbo di cinque anni appena e come tale pieno di entusiasmo mi rispose sorridendo: “è per me la sorpresa zio?”
Ed io accarezzandogli la testa risposi: “anche”.
La mia Maserati rossa mi condusse subito dove volevo: diciamo che in certe circostanze ti capiscono di più le auto che le donne,
c’ è più feeling!
All’ interno di quell’ istituto mi interfacciai subito con il direttore chiedendogli un permesso straordinario per una decina di ragazzi, quelli che in quel giorno particolare erano rimasti lì dentro, non fu semplice ottenerlo dovetti mettere in gioco le mie conoscenze legali e soprattutto l’ amicizia che avevo con Giusy, l’ assistente sociale del mio comune, alla quale spesso mi rivolgevo per le cause che accettavo.
Dopo un’ ora ero in macchina con quei ragazzi festanti, ed ero cambiato davvero visto che ero incurante dei sediolini che si sporcavano, del loro toccare tutto e soprattutto dei loro litigi.
Arrivammo a casa di mia madre e portai tutti in camera da Fabio ci fu una festa bellissima, ricordo ancora lo sguardo luccicante di Rossella e le sue parole: “ti amo!”
Quello fu il Natale più bello della mia vita finalmente avevo fatto felice gli altri e non investendo dei soldi cosa molto semplice ma il mio tempo, dando il mio amore a qualcuno davvero bisognoso.
Mentre facevo da arbitro per le acrobazie dei miei nipoti ed i ragazzi di quella casa famiglia ci accorgemmo che questi perfetti estranei chiamavano nonna e nonno i miei genitori senza preoccuparsi del vero grado di parentela: era chiaro che avevano bisogno di una vera famiglia con tutti i suoi ritmi e le sue regole!
Quella giornata ricca di sorprese e di emozioni terminò quando lasciammo i nostri ospiti a sera inoltrata all’ istituto, i più piccoli si erano addormentati in macchina mentre i grandi mi abbracciarono quasi piangendo non volevano tornare alla loro cruda routine. Il direttore mi ringraziò dicendomi: “non hai mai pensato, Dario, di adottarne uno?” Io sorridendo risposi: “ho sempre pensato nella mia vita che il miglior contraccettivo fosse mio nipote Fabio!”
Il viaggio verso casa fu carico di silenzio, Rossella non aveva digerito la mia risposta al direttore mentre io interrogavo la mia volontà: era arrivato il momento di chiarire con la mia compagna la mia posizione.
Le feste natalizie erano terminate e la nostra normalità era diventata già routine, proprio la sera del nostro anniversario – ben quindici anni insieme – decisi di affrontare l’ argomento adozione con Rossella.
Dopo una notte bollente all’ insegna di coccole, completino mozzafiato e voglia di effusioni le dissi: “hai ragione tu sai, se cominci un percorso difficilmente riesci a venirne fuori, sto bene quando vado alla casa famiglia che ne dici se adottiamo una bambina?”
Appena pronunciai queste parole Rossella si illuminò e mi strinse a se dicendo: “aspettavo questo momento”.
Sono trascorsi diversi anni da quando Francesca e Paola sono venute a far parte della nostra famiglia, mi sono sentito chiamare papà dall’ oggi al domani, ho avuto come figlie ragazzine già cresciute – avevano dieci e sette anni – e le ho dovute prendere con la loro storia, le loro influenze e soprattutto con i loro traumi; come amo dire ai miei colleghi ho avute non due figlie ma un pacchetto regalo.
E’ stata dura all’ inizio, il loro delirio era il nostro, il fatto di non averle educate da piccole è costato tanto alla nostra tranquillità di coppia, al pregiudizio di mia madre, alla mia coscienza ed al mio modo di essere per gli altri ma adesso che ho fatto una scelta, adesso che ho scelto il mio benessere e non l’ apparenza sono felice nonostante ci siano ancora molte difficoltà, sono contento perché poi tutto passa quando mi poggio sul divano e le mie piccole abbracciandomi mi sorridono dicendomi: “ti voglio bene papà!”
Ho capito che Dio non voleva punirmi come diceva mia madre ma solamente indirizzarmi verso un altro percorso, voleva dirmi anziché generare figli sei più portato per mettere sulla giusta carreggiata quelli che gli altri non hanno saputo amare.
Mille volte dico grazie a Dio per avermi aperto la porta del volontariato faccio del bene oltre che agli altri a me stesso perché quando si donano sorrisi ed amore si è più felici di quando si ricevono. Questo Natale andrò insieme alle mie ragazze nella casa famiglia di loro provenienza e dispenseremo regali, affetto e felicità!

Angela Ceraso

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