L’acconciatura

56902a970091ed15334126f65a361eaaIl 24 mattina Pinuccia Lo Cicero uscì di casa di gran fretta per andare al centro benessere aperto da poco “ TO BE BEAUTY” gestito da Concettina Laganà , brunetta tutto pepe con capelli corvini, occhi truccatissimi e furbi, labbra siliconate, unghie rapaci rosso lacca, decolletè bene in vista, fusò neri fascianti e ciabatte fly fly bianche da infermiera perché, si sa, le vene varicose non guardano in faccia a nessuno e anche se ti bevi un litro al giorno di tisana al mirtillo, 12 ore in piedi stroncherebbero anche un bue e Concettina Laganà tutt’ al più era una appetitosa civetta. Appena entrata , Pinuccia Lo Cicero si rese subito conto che lì tutto era possibile. Ogni donna poteva diventare bella, desiderabile, ammirata e femminile perché si vedeva subito il tutto era in mano a estetiste professioniste. Anche l’ arredamento aveva classe. Uno scintillio di specchi su cornici argentate e intarsiate, luccicanti vasi neri con aspidistre candide, poltroncine rosse abbinate ai phon e ai teli di spugna anch’essi cremisi e luci sapientemente dosate, calde ed accoglienti e pazienza se il locale dava su una strada sgarrupata e polverosa, dentro era tutto un altro mondo. Pinuccia Lo Cicero alle otto del mattino dunque varcò la soglia fulgida del beauty center nel quale acconciavano i capelli, truccavano, massaggiavano ,depilavano e profumavano anche se si pagava un botto per ogni trattamento. Ma cosa sono i soldi dinnanzi alla certezza di diventare bella? In verità Pinuccia Lo Cicero era intimidita da tanto fasto, troppo lusso la circondava e lei non era abituata e dunque con mani tremanti prese il numeretto che all’ ingresso le diede Samantha la sciampista appollaiata dietro una monumentale cassa stile barocco rococò veneziano che con il resto dell’ arredamento moderno ci stava come la pasta con le sarde sta alla polenta. Samantha era una ragazzona sulla ventina che all’ occorrenza dispensava ticket quando c’ era troppa folla.
_ come al supermercato è _ pensò Pinuccia Lo Cicero mentre si rendeva conto che c’ erano ben 32 clienti prima di lei e quindi anche con un po’ fortuna , non prima del pomeriggio sarebbe uscita da lì. Samantha le consigliò intanto di andare a fare la spesa per non perdere tempo ma Pinuccia Lo Cicero che aveva lasciato i panni della massaia a casa ed era ben decisa a sentirsi almeno per qualche ora una vera signora scrollò la testa e inorridita disse – no grazie qua voglio stare-
Già sedotta dal tripudio di odori, di effluvi, di afrori di lacche all’ ortica, di spray fissanti , spume rinforzanti e lozioni magiche, si sedette un po’ a disagio su un divanetto a forma di labbra color carminio. Scioccata assistette alle metamorfosi più impensabili. Vide donne normali, scipite ed insignificanti, divenire a colpi di phon, piastra e spazzola rotante, femmine fatali. Vero è che prima passavano attraverso la tortura dei bigodini, dei bigodoni, del casco, della colorazione, dello strappo senza pietà di peli che mani sadiche avevano prima cosparso di ceretta calda, godendo quasi nell’ estirparli, quei peli, trattati alla stessa stregua della gramigna ma il risultato era davvero splendido. Valeva la pena farsi torturare un po’.

Quando finalmente giunse il suo turno, la sciampista le conficcò le unghie da aquila sulla cute e separando con malagrazia le ciocche color pannocchia matura esclamò :_ signora ma di che colore sono i suoi capelli? Indefiniti sono. Qua una bella tintura ci sta!_

E nel sentire questo si materializzò una ragazza con una ciotola azzurra già piena di arcane polveri e creme misteriose che con sapiente maestria già mescolava l’ intruglio. Con stoica fermezza Pinuccia Lo Cicero sopportò la veemenza con cui la ragazza applicò la tintura sui capelli e finalmente dopo pruriti, pizzicorii e fitte celebrali, Pinuccia Lo Cicero potè fare lo shampoo. Quando si sedette sulla poltroncina della tortura, pardon dell’ acconciatura, in un batter d’ occhio la circondarono tre ragazze col camice bianco, una rossa, una bionda, una bruna e anche Concettina Laganà che la guardò attraverso lo specchio e le ficcò le mani fra i capelli bagnati , la spettinò, storse la grande bocca a canotto battè un paio di volte le ciglia finte e poi decretò: – facciamola nuova- Poi girò le ciabatte e ancheggiando passò all’ altra cliente che aspettava con l’ asciugamano bianco e nero in testa. La rossa, la bionda, la bruna spinsero un carrello pieno di bigodini , becchetti di cicogna, reti, retine, forcine, pinzine e pinzette e per 45 minuti la smanettarono senza tregua. Quando finirono, la rossa, disse:

– la signora servita è- la bionda disse -et voilà- la bruna disse – un’ altra pare- .

Pinuccia Lo Cicero alzò le palpebre un po’ cascanti su cui avevano messo l’ ombretto azzurro e si guardò allo specchio. La donna che vide le sembrò una estranea. Rimase in estasi per qualche minuto, rapita egli stessa da tanta inattesa meraviglia. Era bella. Per la prima volta in vita sua si vide bella, desiderabile, femminile. Per scuoterla dal torpore , dall’ ottundimento dei sensi, le dissero che poteva accomodarsi alla cassa dove la attendeva Samantha che con tono asciutto le comunicò il prezzo dell’ acconciatura. Centoventi euro senza trionfo e senza vergogna. Pinuccia Lo Cicero accusò il colpo ma per non fare la figura della poverina, ( lei sempre preveggente si era portata tutti i soldi raggranellati e conservati nella scatola di latta dei biscotti plasmon, in tutto 125 euro ) dopo avere contato arrossendo e impallidendo tutta la cifra e già le sembrava di avere dato anche troppo, Samantha la scaltra, vedendo che qualcosina era rimasta ancora nel portamonete , sussurrò – eh eh la mancia non la da _ e lo disse con un tono fra il compassionevole e il risentito come a dire ohè morta di fame ! le signore vere non fanno mica come te! Pinuccia Lo Cicero oramai in coma vigile diede tutto quello che le restava e uscì non vedendo nemmeno dove metteva i piedi. Una zaffata di tramontana la svegliò del tutto e realizzò che non le erano rimasti neppure i soldi per compre il pane. L’ unica cosa che possedeva era la fragile acconciatura colorata laccata e phonata. Si consolò pensando che tanto a Natale, il pane non lo mangia nessuno. Tornò a casa alle tre e mezza del pomeriggio. Doveva cambiare l’ acqua al baccalà per dissalarlo, fare la pastella, pulire gli spinaci ed era in ritardo. Immerse le mani nell’ acqua fredda della bacinella in cui galleggiavano le fettine di limone e tolse i pezzi del baccalà in ammollo. Cambiò l’ acqua e si guardò le mani, erano arrossate e puzzolenti. Pensò che poi avrebbe dovuto friggerlo e la puzza di fritto si sarebbe sedimentata sulla preziosa acconciatura e pensò che il vapore degli spinaci lessati le avrebbe increspato i capelli e che il broccolo infarinato e poi fritto, le avrebbe dato il colpo di grazia. 125 euro in fumo, fumo di fritto.
Pensò che si sarebbe ridotta peggio della cappa di una cucina cinese. Pensò al marito, ai suoceri, ai cognati, ai nipoti ai figli che da lei si aspettavano quei cibi tradizionali e fritti e un impeto di stizza le dilatò le narici. Era colpa dei suoi parenti lo spreco di tanta bellezza e perfezione. Quando arrivò il marito e vide tutto spento, la cercò ansioso per la casa e avendola trovata seduta sul divano di damasco nella penombra dei pesanti tendaggi , allibì. Pinuccia Lo Cicero e sorseggiava the’ da una tazza vuota di porcellana cinese e guardava la teiera di argento anch’ essa vuota e mai usata. Il marito col solito garbo le chiese _ ma che mizzica fai Pinuccia? Con tante cose da fare perdi tempo a trastullarti? _ Poi accese la luce e la vide. I capelli color cappuccino con la schiuma spiccavano sul colorito ravvivato dal fard e sugli occhi segnati dall’ eye liner e sul rosseto color terra di Siena. _ mizzica Pinuccia! Una pupa di fiera mi sembri ! _ Pinuccia Lo Cicero lo guardò. Un tracagnotto volgare le stava davanti ed era suo marito. Rabbrividì e poi disse _ dalla parrucchiera sono stata_ ma lui senza scomporsi rispose –e allora? Per questi quattro micciuli colore di cane che corre, non si mangia oggi? Pinuccia Lo Cicero guardò fuori. Scendeva calma la sera di Natale ed un cielo indaco soccombeva al blu notte. Le luci già accese sulla strada e le intermittenti dalle luci vicine le misero tristezza perché non rispettavano con la loro allegria, il suo stato d’ animo.
_Non posso infettarmi i capelli. Cose bollite posso fare ma fritto neanche morta_ Disse Pinuccia Lo Cicero senza scomporsi e aggiunse _ e pure assai è quello che faccio_ Il marito urlò _ baccalà bollito? Piuttosto dalla finestra lo butto! _
E Pinuccia L o Cicero fece spallucce. Lui andò in cucina, aprì la finestra e gettò il baccalà giù nel cortile. Il pesce molle si spiaccicò sull’ asfalto e le fettine di limone si predisposero intorno come per guarnirlo. Poi il marito si strofinò le mani e prima di uscire sbraitò _ mi stia bene signora cotonata e profumata. Da mia madre me ne vado_ Pinuccia Lo Cicero pietrificata sul divano non appoggiò la testa per non sciupare l’ acconciatura e quando suonarono i rintocchi della Santa Messa lei disse _ buon Natale a te Pinuccia, al tuo primo Natale da signora che passi _ e si addormentò tenendo la testa dritta.

Tiziana Sferruggia

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...