L’uomo invivibile

Atipicità umane –  6 

munchMaledetto refuso.
Dante non si era mai messo il cuore in pace. Come poteva un semplice errore di battitura aver cambiato radicalmente la sua esistenza? Come può un piccolo sbaglio segnare in maniera così profonda la vita di un uomo? Come poteva il destino essersi fatto fregare come un pivello?
Dante Scolomanzi era posseduto dall’isteria di chi sa che qualcuno gli ha rubato l’esistenza. Era convinto di essere molto di più di quello che appariva e tutto dipendeva da quel piccolo stupido refuso.
«Ma un giorno vedranno chi è Dante Scolomanzi!»
«Ma chi lo vedrà? Chi?» rispondeva esasperata l’ennesima fidanzata sul punto di lasciarlo. Dante non si dava pace, né dava pace alle persone che cercavano di stargli vicino. Perdeva amori, amicizie e persino fratelli e sorelle, tant’era insopportabile la sua ossessione per il destino che gli era stato sottratto.
«Potevo essere la tempesta che tutti temono, invece sono diventato solo un poca di nebbia, quella che tutti prendono in giro!» ripeteva arrabbiato e nervoso.
«Smettila di fare il melodrammatico» rispondeva la vittima di turno. E puntualmente Dante replicava con violenza, dicendo che nessuno lo capiva, che lui era solo, abbandonato e frustrato. E SBAM!, un’altra porta veniva chiusa e lui rimaneva dentro al suo appartamento a rimuginare sulle occasioni perse.
Dante Scolomanzi non aveva nessuna malattia.


Vari psicologi avevano studiato il suo caso, senza comprendere quale fosse la natura del suo disagio. Lui continuava a farneticare di qualche demiurgo pazzo e crudele che gli aveva sottratto un destino di grandezza, a causa di una svista. Dante non riusciva a trovare pace, non dormiva la notte, non mangiava e, quando lo faceva, mangiava schifezze. Di salute cagionevole, sempre preda di malanni o infezioni. D’altronde, si prendeva così poca cura di sé che fra la sporcizia della casa e la scarsa igiene personale non si poteva pretendere che il suo sistema immunitario fosse all’altezza.
«L’evoluzione è puttana, ci prende in giro! Noi siamo errori!» ripeteva ossessivamente lui.
«Ma di che cazzo stai parlando?» sbottò sua madre un giorno e finì quasi a botte. Lei non ne poteva più, da quando aveva conquistato l’uso della parola Dante non faceva altro che lamentarsi, arrabbiarsi, innervosirsi. Lo ricordava quando, ad appena cinque anni, rispose allo zio che gli aveva chiesto cosa volesse per Natale: «Un dio che non mi prenda in giro!» E poi, a dodici anni, quando picchiò una professoressa con la quale aveva avuto una diatriba perché lei gli aveva detto: «Cosa hai da lamentarti, sei un ragazzo sano e con una bella famiglia! Sei un privilegiato!» La professoressa fece tre settimane di ospedale con varie fratture.
Dante Scolomanzi non sapeva vivere, su questo nessuno aveva alcun dubbio. Ma che cosa lo tormentava? Da che demonio era posseduto? Come si sarebbe potuto salvare?
«Io avrei dovuto essere un supereroe, papà!»
«Ma che minchia dici, cretino?» rispose Piergiorgio, il padre di Dante. Era una persona semplice che aveva sempre lavorato e non si era mai lamentata. E quell’atteggiamento lo imbestialiva. Un ingrato, ecco che cos’era! Un maledetto ingrato!
«Guarda, papà!» Dante gli mostrava sempre quei maledetti fumetti, quei disegni sgargianti che lui considerava solo fantasie senza senso. Il ragazzo perdeva tempo dietro a quelle stupidaggini, «mentre io mi faccio un culo così con la realtà per portare a casa la pagnotta, brutto ingrato che non sei altro!»
«Ma papà, è tutto un complotto! Io dovevo essere speciale e invece…»
«Gli speciali non esistono, stupido! Ma guarda te se dovevo avere un figlio ritardato!»
E così, la vita di Dante Scolomanzi si faceva difficile, incompreso come si sentiva. Passeggiava da solo per il centro di Calle Piana con i suoi fumetti sottobraccio, senza guardare in faccia la gente che accennava un saluto e che lui ignorava rancorosamente. Che cazzo avevano da salutare? Erano tutti parte del complotto, tutti parte di quella presa in giro universale. Io sarei stato grande, di me si sarebbero raccontate le gesta: tutti avrebbero avuto paura, tutti sarebbero fuggiti di fronte a me, ma tanto non avrebbero mai potuto guardarmi in faccia. Sarei stato incredibile, fantastico, inimmaginabile!
«E invece, qualche fottuto ignorante ha commesso quel piccolo immenso errore e guardami qua, guarda come sto messo!» urlò Dante quel giorno. Se ne stava nel letto, Veronica accanto a lui. Avevano appena finito di fare l’amore in maniera arrabbiata, furiosa. Era stato tutto velocissimo, come sempre e Veronica iniziava a stancarsi di tutta quella storia.
«Ma di che errore stai parlando, Dante?» chiese lei irritata.
«Nessuno di voi può capire. Tu non capisci, sei inutile come tutti gli altri!»
«”Inutile” a me? Eh no, caro mio» e si alzò di scatto, il corpo sinuoso e nudo di fronte a Dante che teneva lo sguardo corrucciato. «Sono stata paziente con te, sono stata fin troppo paziente, ma ora mi hai talmente stufato che ti dirò ogni cosa meriti!» incalzò lei, in un montare di rabbia.
Dovevo fare qualcosa. La situazione non mi era mai sfuggita di mano così tanto. Dante aveva sempre raggiunto il limite, senza mai valicarlo, e così i personaggi intorno a lui. Ma Veronica insisteva: «Sei un fallito di merda, sei un inutile essere che continua a sputare veleno senza alcun motivo! Hai tutto e getti via tutto come se fosse nulla, idiota!»
Dante stava per dare in escandescenze come mai era successo. Dovevo fare qualcosa: «Se non la smetti ti ammazzo! Giuro, è la volta che vado in galera se ora non stai zitta…»
«Zitta? Non me lo dici più di stare zitta! Parli di errori di qualcuno, te la prendi con dio e con i demoni, non fai attenzione a chi ti ama e continui a trascurare la gente che hai intorno! Sei un imbecille! Ecco cosa sei! Non saresti mai stato speciale nemmeno se…»
Dante balza sul letto con una foga che a stento riesco a scrivere e descrivere, salta con il braccio teso, come per abbracciare o forse colpire Veronica, caccia un urlo terribile verso la ragazza e…
Fermate tutto. Probabilmente ho davvero esagerato. Dante, mi senti?
«Che cazz… Chi cazz… Chi sei tu?»
Dante, che domande stupide. Sono il tuo narratore, sono quello contro cui lanci i tuoi anatemi da quando possiedi l’uso della parola. Diciamo che, in un certo qual modo, sono il tuo creatore.
«Sto sognando?»
Non stai sognando. Tu hai ragione: sei davvero preda di un complotto, se così vogliamo definirlo. Anzi, sei preda di una svista. Vedi, sono tutti così convinti che la vita proceda per progressi e miglioramenti che tu sei il mio esperimento più riuscito.
«Cosa stai dicendo?»
Sto dicendo che tu sei la narrazione nata da un errore. Sei la prova finale che l’evoluzione e la storia non procedono per miglioramenti e progresso, ma procedono per errori, rotture e vicoli ciechi. Tu sei l’uomo invivibile, Dante, semplicemente perché un errore ti impedisce completamente di vivere e di far vivere altri personaggi intorno a te. Nel momento stesso in cui ho digitato e sbagliato, ecco che tu sei diventato ciò che sei.
Dante è completamente bloccato, ovviamente la scena è ferma perché io non la sto raccontando. Persino adesso che parlo con voi: lui non può sentirmi. Ma ora questa storia è durata anche troppo.
Caro Dante, però adesso mi hai stancato. Sei un personaggio difficile, mi costringi a inventare continuamente nuovi personaggi da metterti intorno perché gli altri si stufano di te. L’idea, anzi l’errore da cui sei nato non porta a nulla più che a questo epilogo: tu che spacchi la faccia di Veronica, capro espiatorio della tua ossessione.
«Ma… questo non è giusto! Sei un bastardo! Un bastardo!»
Non sono un bastardo. Quando ho cercato di digitare “l’uomo invisibile” avrei voluto darti una vita davvero atipica, speciale. Un’avventura. Ma quando ho visto l’errore, la storia si è scritta da sé. Tu hai iniziato a sentire l’errore, come una bestia feroce che ti mangia da dentro. Da lì in poi sei stato la proverbiale sfera d’acciaio sul piano reclinato.
«Che cosa mi succederà ora, narratore?»
Ora terminerò la tua storia triste, uomo invivibile. Perché non sei solo invivibile, sei anche inscrivibile. Non raccontabile. Inenarrabile. E io non sono all’altezza di un errore come te. Quindi addio, Dante, finirai la tua storia in galera, dimenticato da tutti.
«Narratore, non c’è alcun modo per venirne fuori?»
Certo, potrei cancellarti.
«Allora fallo. Ti prego.»
Non credo proprio. Non posseggo la storia che ho scritto, così come tu non possiedi la vita che stai sprecando. Non posso cancellarti, non ne ho il diritto. Addio, uomo invivibile.
«Aspetta, asp…»
Dante colpisce Veronica alla testa con violenza inaudita, uccidendola sul colpo.
Le sue farneticazioni alla polizia, quei suoi «ero l’uomo invisibile, ma hanno sbagliato a digitare, dovete credermi!»; quei suoi «è un complotto, è stato il mio narratore, io non ho colpe!»; quei suoi «non ha nemmeno voluto cancellarmi, bastardo!», non serviranno a nulla.
Dante Scolomanzi ha gettato la vita, invivibile come errore comanda.

Riccardo Dal Ferro

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