Leonilde

Nilde Iotti14 Luglio 1948

Andreotti sta ancora relazionando per il Governo su come ripartire le razioni di carta ai giornali e lui le fa segno che possono uscire. Per un’ora lo avrà
tutto per sé, dalla gioia avrebbe voglia di fare una piroetta e far ruotare l’ampia gonna del vestito di lino azzurro, ma si limita a precederlo con passo vivace per i corridoi verso la porta che esce su via della Missione.
Lui la segue con la sua camminata ferma e misurata. Quando è in strada lei sente sul viso il calore del sole e sulla schiena quello dello sguardo intenso di lui.
Il primo proiettile le passa così vicino che lo sente sibilare. Degli altri tre colpi coglie solo l’esplosione perché d’istinto si lancia su di lui che è già caduto in ginocchio sul selciato. Leonilde vede scappare un ragazzo castano con una rivoltella, subito inseguito dai carabinieri di guardia alla porta. Poi abbassa lo sguardo su Palmiro. Lui cerca di rassicurarla con un sorriso, mentre sulla camicia bianca si allarga lentamente una macchia di sangue. Lei si siede e appoggia delicatamente la testa insanguinata sulle gambe. Un giovane esce correndo dall’atrio e l’aiuta a sorreggerlo. Palmiro è troppo pallido, la pelle translucida sembra di cera.
– La borsa… – mormora lui con un filo di voce, mentre le labbra si coprono di schiuma rosata.
Intanto dall’atrio arrivano altri che lo sollevano con cautela e lo portano dentro Montecitorio. Lei resta seduta a terra con la borsa di Palmiro piena di documenti stretta al petto. Non ha mai avuto così paura, nemmeno sei anni prima, a Reggio Emilia, quando portava gli ordini ai compagni passando i posti di blocco dei nazifascisti.


Appena smette di tremare, Leonilde si rialza. Dallo chignon è sfuggita una lunga ciocca di capelli ma lei non se ne accorge, in testa le martella un pensiero ossessivo:
– no, no, no no…
Entra in Montecitorio e segue con passo malfermo le tracce di sangue lungo il corridoio. Piantato davanti alla porta dell’infermeria c’è Secchia. Lei lo guarda interrogativa, con il petto stritolato da una morsa che le impedisce quasi di respirare.
– È cosciente. Mi ha raccomandato di stare calmi e non fare sciocchezze – poi la prende per il gomito e la allontana dalla porta – Ingrao è già stato avvisato di mandare in stampa un’edizione speciale de L’Unità con un appello.
Lui allunga la mano per prendere la borsa ma Leonilde la stringe a sé con più forza.
– Ora è meglio se tu torni a casa con un paio di compagni di scorta, c’è già Rita con lui. – conclude secco, lasciandole il braccio.
Leonilde si volta e si allontana con un cenno di saluto, non si fida di quello che potrebbe rivelare la sua voce. Le macchie di sangue sul vestito stanno diventando scure. L’aveva indossato pensando a lui, che la vedesse con qualcosa di meno severo del solito, in una mattina di sole in cui si sentiva solo una donna innamorata.
– Compagna, Nilde! Fermati – la voce dell’Onorevole Montagnana la blocca. Si volta lentamente, Rita la raggiunge ansimando.
– Lui vuole che non perdiamo la testa, che ogni compagno resti al suo posto- le dice.
Leonilde guarda la moglie di Togliatti e accenna a porgerle la borsa. Lei la ferma con una mano.
– Lo portano al Policlinico per operarlo. Questa è meglio se gliela dai tu – e aggiunge con voce più bassa – ne avrà bisogno.
Leonilde la guarda con gli occhi lucidi e con mano malferma sistema la ciocca dietro l’orecchio. Poi, si schiarisce la voce e deglutisce.
– Va bene, ci sarò io – le risponde.

Manuela Barban

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