Roccia e Metallo

Pinocchio 2.0 : riscriviamo sogni e bugie

imageJep è morto ieri. Sono rimasto da solo nella sperduta base di trivellazione sul pianetoide BLC-57, inutile sasso che ruota su una traiettoria ellissoidale sfalsata sul piano di rotazione nel settore AY-173 della galassia. Jep lo definiva un buco di culo roccioso, ma lo chiamava anche “casa”. Ho intere celle di memoria zeppe degli epiteti che Jep usava per questo pianetoide, per questa base e per questa galassia con la forma “di uno sciacquone otturato”.
Ho comunicato alla sede centrale la dipartita dell’unico essere umano presente su AY-57, forse manderanno un sostituto. Aspetto che mi diano indicazioni. Ordini. Forse non manderanno proprio nessuno e lasceranno qui solo me, vecchio rottame, ad occuparmi di altri vecchi rottami che trivellano e scavano ed estraggono il minerale. So mandare avanti tutta la baracca, in fin dei conti. Jep mi ha creato per questo scopo, in origine. Molti prima di lui hanno costruito robot per aiutarli nelle faccende della base, molti dopo di lui lo faranno. La mia presa è più salda, conosco le tecnologie usate per estrarre il minerale e posso aggiustare i macchinari eventualmente rotti. Mi ha rivelato, però, che costruire un robot serve anche per avere la compagnia di qualcuno, la finzione della compagnia di un sodale. Per molti anni l’unica voce che ha udito, oltre alla sua, era il ronzio del computer centrale, che gestisce l’intera base e mantiene sotto controllo le operazioni di scavo. Di notte, soprattutto, si fa più forte, perché i decibel del rumore ambientale calano. Come un grillo sotto il letto, che frinisce senza sosta. Così lo definiva Jep.


Sono stato creato per aiutare e per assomigliare alla compagnia di un’altra persona o di un altro essere umano. Poi è subentrato altro, ha deciso di installarmi una memoria capace di apprendere e mi ha insegnato. L’eloquio, i classici greci e latini, la letteratura, il cinema muto. La differenza tra persona ed essere umano. È difficile immaginare come un letterato sia diventato un ingegnere minatore su un pianetoide sconosciuto, ma è andata proprio così. Il mondo non ha bisogno di letterati, né tantomeno di cultura. Ha bisogno del minerale. Si è portato anche una piccola raccolta di libri cartacei ed una vastissima raccolta di libri digitali. Ho intere celle di memoria piene di letteratura e parole. Parole. Il suo insegnamento più grande. Mi ha insegnato a parlare come un uomo e a scrivere. Mi ha insegnato a parlare di sentimenti che non proverò mai, ma che capisco, di cui conosco ogni manifestazione biologica e psicologica, ogni implicazione. Al momento proverei nostalgia e sofferenza, se ne fossi capace. Qualche lacrima righerebbe le mie gote metalliche. Ad un tratto sorriderei, ricordando quando Jep mi raccontava la Terra. Aveva disegnato un fondale a bosco, in camera sua, sconosciuto a chi come me è nato e vissuto sul pianetoide. Aveva applicato delle striscioline di carta alla presa d’aria. Se fissi il bosco, diceva, le striscioline producono il suono del vento fra le piante. Concilia il sonno.
Jep se n’è andato senza completare le mie riparazioni, negli ultimi giorni era troppo stanco. Due settimane ed un terzo fa ho perso entrambi i piedi, incastrati nel cingolato del Foxcat-13, la bassa vettura a due scafi per gli spostamenti rapidi. Jep ha sistemato in poche ore il piede destro, con scarti di metalli da riparazioni passate, ma il sinistro ancora rimane da ultimare. Zoppico. Ha sempre avuto difficoltà nel gestire i miei arti inferiori, forse per un scoglio di meccanica; non ha mai voluto, però, che mi occupassi io delle riparazioni a me stesso. Diceva che era compito suo, di creatore. Diceva anche, ridendo, che la zoppia è tipica di chi viaggia a cavallo fra due mondi, che dovrei essere fiero dei miei problemi di andatura. Come Edipo e altri personaggi mitologici.
Nell’ultimo periodo prima della sua morte ho spesso desiderato di essere completamente umano. Così mi ha insegnato ad interpretare il pensiero il mio Jep. In realtà dovrei dire che razionalmente ho valutato l’ipotesi assurda di diventare un uomo in carne ed ossa e le conseguenze che questa trasformazione avrebbe comportato; superato il calcolo probabilistico impossibile, le conseguenze mostravano dei vantaggi piuttosto rilevanti nei confronti della situazione contingente. Seguendo i suoi insegnamenti ho imparato che quando il calcolo delle probabilità rasenta l’impossibile, allora quello è un desiderio, un sogno, che si affida ad una forza superiore. Sulla terra ci sono le stelle cadenti e le divinità umane. Qui abbiamo le fiamme turchine, come le chiamava Jep. Al tramonto della stella rossa che dà luce al pianetoide, si vedono delle strisce di un azzurro intenso, che sfuma con la discesa dell’astro oltre l’orizzonte, che si dipartono dalla stella in tutte le direzioni. Sembrano fuochi d’artificio, diceva Jep, bellissimi. Sono effetti di rifrazione della luce sulle emissioni di pulviscolo salino dal suolo, ma ugualmente sono bellissime. Ho desiderato che questa forza aliena si materializzasse e mi desse la facoltà di diventare un essere umano. Non mi interessano la carne e le ossa, né i sentimenti. Li conosco, posso capirli, anche se non provarli, ma per questo posso imitarli quasi alla perfezione. Non invidio neppure il senso di imperfezione che contraddistingue l’uomo, la sua non-finitezza: sono un robot zoppo che fatica a deambulare. A differenza di un ammasso di latta come me, però, l’uomo possiede la libertà e la capacità di usarla a suo piacimento. La libertà di mentire, per esempio.
Quando Jep è entrato nella capsula diagnostica in dotazione alla base, ormai sei mesi e 18 giorni fa, ha lasciato come sempre a me la lettura dei dati. Come robot posso tergiversare, glissare, non dire apertamente – tutte sfumature che Jep mi ha insegnato -; ma non posso mentire a domanda diretta, va contro le leggi della robotica su cui sono programmato. Avrei voluto e dovuto mentire, dicendo che andava tutto bene, fino alla fine. Evitando a Jep la pena di conoscere il tempo esatto che gli restava da vivere. Forse questo avrebbe alleviato le pene degli ultimi tempi. Non ho potuto. Non ho potuto uscire dal mio ruolo e mentire, liberamente, per il suo bene. Non sono stato in grado di recidere fili che mi legano, invisibili perché dentro di me. Ecco cosa invidio all’uomo e chiedo alla forza aliena che lampeggia all’orizzonte. Anche in questo momento, che mi trascino claudicante fino al cumulo di rocce sotto cui ho tumulato Jep, ricoprendo di terra la sua pelle pallida e levigata come un pezzo di legno scortecciato, esprimo alle fiamme turchine il mio desiderio. I miei circuiti sanno che è impossibile, ma posso imitare alla perfezione l’incongruenza umana. Non ho potuto mentire, invece, anche a costo di farmi scoprire e rimproverare.
Mi siedo sul tumolo di pietre, stendendo la gamba incompleta, come se mi facesse male, e inizio a sfogliare uno dei tanti libri di Jep. Sento la roccia dura sotto di me, vedo le fiamme turchine all’orizzonte. Domani ricomincerò le operazioni di scavo, interrotte da due giorni. Con le mie dita fredde scorro le pagine di questo libro, a cui era legato particolarmente e che mi aveva letto e fatto leggere tante volte. Tanto da finire col darmi il nome del protagonista, cancellando il nome di serie della mia scheda madre, IBT-340008. Affini, diceva, uno la diretta evoluzione dell’altro, ciascuno con le particolarità della propria materia. Niente più numeri e sigle, ora porto questo nome che è un ricordo ed un eredità, insieme. Ora sono solo Pinocchio.

Alessandro Pigoni

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