50 Venature di turchese

Pinocchio 2.0 : riscriviamo sogni e bugie

imageOrmai Pinocchio era partito, in cerca di fortuna all’estero. Seguendo le orme di suo padre, era divenuto un affermato scultore del legno, io e Geppetto ci sentivamo soli e spesso ci frequentavamo. Lo portavo in giro con la mia carrozza spider aromatizzata di vaniglia. Temeva la mia guida spericolata, ma in giro tra i campi e il mare ce la passavamo bene. Non parlavamo molto né ci guardavamo e lui manteneva quella compassata serietà tipica di chi ha lavorato tutta la vita, ma i silenzi sembravano spesso sul punto di esplodere.
Una sera rientrammo tardi in paese nel bel mezzo di una tempesta di neve. Non avendo le catene da carrozza, Geppetto mi invitò fermarmi a casa sua in attesa che la tormenta si placasse. Ci sedemmo dinanzi al fuoco ed io, da bambina un po’ viziata che ancora ero, dissi scettica : – Figurati se un fuoco dipinto ci riscalda- Lui non aggiunse niente, si alzò, stappò dell’ottimo Whisky che aveva ancora dalla riserva del Pescecane, sorseggiando mi disse: – Tranquilla baby, se tremerai non sarà di freddo-
Intanto le temperature glaciali divennero insostenibili, mettemmo la giacca di Geppetto in terra, per sederci vicini e scaldarci. Si tolse la parrucca e per la prima volta lo trovai incredibilmente sexy, con uno sguardo profondo alla Montalbano capace di spogliarti con un battito di ciglia. Appoggiai la mia testa sulla sua spalla e chiusi gli occhi facendomi dondolare dal suo respiro. La sua mano, molto più avanti negli anni di me e rugosa, capace di forgiare dal legno vere e proprie magie, mi levigò la pelle, mi scostò i capelli e mi arrivò un bacio, umido e caldo al tempo stesso, sotto al lobo destro. Sentii accendersi dei brividi lunghi e indomabili dentro di me, dalle labbra scendere sui seni fino a raggiungere il mio ventre. Forse il freddo mi annebbiava i pensieri, ma non l’audacia e spostai la mia mano sulla stoffa grezza dei suoi pantaloni. Con un gesto deciso fermò la mia mano, provocando la mia delusione, “una volta tanto che son audace”, pensai. Non feci in tempo elaborare altro, prese il mio foulard turchese e mi bendò gli occhi. Lo lasciai fare e sentii le sue mani aprire la serratura del vestito sulla schiena, le sue unghie incidere la mia pelle e la sua lingua come linfa vitale assaporarmi. Mi stava incendiando in ogni centimetro.

La guardavo, così abbandonata. Col vestito aperto, le braccia distese, gli occhi bendati, le labbra beanti, alla ricerca. Giochiamo, pensai. Le slacciai la gonna e la gettai in un angolo, facendo attenzione che non finisse sul fuoco dipinto e si incendiasse. La lasciai col corsetto sbottonato e calze autoreggenti. Potevo seguire la sua pelle dal collo fino alle gambe, senza soluzione di continuità. Le respirava affannosamente, potevo vedere il suo petto che si alzava ritmico.
– Ora vediamo se la mia Fatina preferita ha i poteri magici e riesce ad indovinare l’oggetto – presi allora alcuni oggetti dal bancale di lavoro, ancora coi trucioli attaccati. Diedi loro una sommaria pulizia. Scelti il martello, come prima cosa e inizia a far scorrere la parte metallica su una sua coscia, sfiorandola. Lei ebbe un brivido ed un sussulto, la pelle le si increspò come accadeva in certe sere di brezza, quando stavo nella pancia del dannato Pescecane. Il martello risalì sulla pancia, poi fra i seni, fino a sfiorare un capezzolo giù turgido.
– Allora, non indovini? – le chiesi. Lei sorrise, non muovendo le mani, per stare al gioco. – E se indovino cosa vinco? – premetti il mio bacino contro il suo fianco, lei sorrise sorpresa – Un altro attrezzo.. – le sussurrai all’orecchio. Arrivai col martello alle sua labbra e lei lo baciò voluttuosamente e prese a dargli dei colpetti con la lingua. Poi finse un’espressione corrucciata e perplessa: -Credo di aver capito di cosa si tratta, ma vorrei prima saggiarne il manico… – risi divertito, anche lei si stava divertendo a quel gioco intrigante. Girai il martello e sfiorai le sue labbra col manico di legno. Lei le mosse come per prenderlo, ma lo spostai, facendo andare quel bacio-morso a vuoto. Sorrise. Avvicinai nuovamente il martello alle sue labbra turchine e lasciai che queste lo esplorassero, insieme alla lingua, che faceva capolino di tanto in tanto. Le labbra si facevano via via più audaci, finché la punta del manico non sparì nella sua bocca.
Iniziò un gentile avanti indietro sulla punta del martello e, contemporaneamente, una sua mano tornò alla stoffa grezza dei miei pantaloni. Armeggiò col bottone, impacciata, prese nel mezzo di due movimenti non facili, e lo sbottonò. Arti magiche, pensai: noi uomini facciamo fatica a fare un movimento solo! La sua dolce manina con le unghie blu si infilò nei pantaloni, estraendo il mio arnese da lavoro ormai in piena attività.
Sorrise e si staccò dal martello: – Quindi il naso di Pinocchio non è l’unica cosa che cresce, in questa famiglia… – Risi e le accarezzai il viso. – Per me è un martello – disse, stringendo il mio attrezzo e iniziando a muovere la mano – Esatto – sussurrai con la voce rotta. – E se ora cambiassimo manico? – suggerì lei con un filo di voce, fra l’eccitato e l’imbarazzato.
Approvai la scelta. Stavo muovendomi, cercando di appoggiare il martello e non cadere, dato che le brache calate mi serravano innaturalmente le gambe. Ero troppo preso per sentire il rumore dei passi dietro la porta e la chiave nella serratura. La Fata era troppo bendata, per pensarci.
– Sorpresa! Sono tornato! – gridò Pinocchio, sicuro di fare un piacere al suo vecchio e cosa gradita. La scena che si trovò dinnanzi non era esattamente quella aspettata. Rimase… di legno, sulla porta, tanto che la borsa gli cadde dalle spalle e finì ai suoi piedi, alzando uno sbuffo di neve. Non proferiva parola, troppo stupito dalla scena più incredibile che mai avrebbe creduto di vedere in vita sua. Io stavo già per iniziare un imbarazzatissimo discorso a base di “vedi figliolo” e “anche le persone adulte hanno dei desideri”, quando la mia bellissima Fata si tolse la benda e si alzò in piedi con un salto, splendente nella sua nudità. Io ero rimasto in ginocchioni e a brache calate. La nudità femminile ha molta più dignità di quella maschile. La Fata dunque si avvicinò a Pinocchio, gli accarezzò dolcemente la guancia, come una madre con un figlio appena tornato da scuola e gli sussurrò qualche parola alle orecchio. Non so se disse qualcosa di estremamente esplicativo o se semplicemente usò una delle sue tanti arti magiche, ma il mio figliolo si riebbe dallo stupore, chiuse la porta ed aspettò che ci rivestissimo. Poi entrò nuovamente e fu subito festa.

   @FataTurchinaTw e @GeppettoTw

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7 pensieri su “50 Venature di turchese

  1. emmapretti

    Ottimo racconto erotico, surreale, intrigante. Fa centro, anche se in alcune espressioni si riscontrano frasi fatte che disturbano il dettato. Un esperimento comunque valido che segnalo su twitter.

    Rispondi

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