Incipit d’Autore: “Il passo della Dea” di Bianca Garavelli – Emma Books Mistery

Il passo della dea Emma Books copertina

A Renzo Garavelli, che ora potrà leggerlo senza occhiali

Quello che aveva davanti era uno spettacolo insopportabile. Incredibile. Come un incubo tra i più angosciosi, o un’allucinazione.
Eppure non era un’allucinazione. La sua vista allenata a osservare i dettagli della scena di un delitto non sbagliava. Era il corpo di Sabrina Neirotti quello che vedeva davanti a sé, disteso sul pavimento di legno della stanza a pianterreno, la stanza dell’appartamento open space che evidentemente usava anche per provare.
Sabrina Neirotti. Una delle promesse dell’organico del Teatro alla Scala. Aveva sedici anni. Tra non molto qualcuno si sarebbe deciso a darle un ruolo di rilievo nel corpo di ballo, adeguato al suo talento. Se lei non fosse morta.
Federico si rimise il taccuino in tasca. Non aveva voglia di prendere alcun appunto. Non c’era bisogno che ne prendesse, anzi. Di Sabrina Neirotti sapeva tutto. La seguiva da quando aveva cominciato a ballare. L’aveva vista nei balletti più sontuosi ed emozionanti, i classici dell’Ottocento e le coreografie del Progetto Giovani del Teatro, aveva litigato col capo per farsi mandare a tutte le prime per vederla, per poterla ammirare mentre danzava come senza peso, mentre letteralmente volava sul palcoscenico. E adesso gli toccava vederla così, il corpo disarticolato, senza l’armonia di una posa, senza energia, il volto senza espressione, ma nemmeno sereno, come gli era capitato di vedere in certi cadaveri, che sembrava dormissero in pace.


La fronte aperta al centro, la testa reclinata come se cercasse di guardare qualcosa dietro di sé, una sottile striscia di sangue che dalla ferita le appiccicava una ciocca di capelli scuri al cranio e sporcava i tasselli del parquet. Mentre ammirava, suo malgrado, la grazia delle gambe snelle e tornite, e il drappeggio della stoffa leggera che le avvolgeva i fianchi, Federico si rese conto che stava lottando per non scoppiare a piangere, lui che non si ricordava nemmeno come si faceva. Sarebbe stato comunque meglio che cadere, lasciarsi andare a quell’onda nera che adesso, sentiva, stava per trascinarlo via.
«So quello che provi. Anch’io non vorrei vedere la morte in una persona così giovane.»
La voce di Gianni aveva il tono che gli sentiva usare solo quando succedeva qualcosa di veramente grave. Il suo amico commissario stava cercando di consolarlo. Senza volere Federico incrociò la propria immagine riflessa nel grande specchio che occupava tutta la parete: non ricordava di essere mai stato così pallido. Si aggrappò a quel che restava della sua razionalità.
«Sicuro di saperlo? Non hai idea di quante volte vederla danzare mi ha fatto sentire vivo… Più vivo di quanto probabilmente non sia davvero.»
Anche Gianni riconobbe un tono che non sentiva spesso, e che non gli piaceva, nella voce dell’amico. Così non insistette, non cercò di avere ragione a tutti i costi ,come faceva di solito.
«Avete idea di come sia successo?» chiese Federico.
«Non lo sappiamo ancora. Be’, quasi sicuramente è morta per la ferita alla testa. Ma come se la sia procurata, questo è un altro paio di maniche. Come vedi è vestita, cioè quasi svestita, ma non come quando si va a dormire. Non me ne intendo, ma mi sembra che addosso abbia una specie di tutina… Tu che ne pensi?»
Avrebbe voluto rispondergli che non ne sapeva nulla, proprio come lui, ma Gianni era troppo intelligente per dimenticare la sua passione per il balletto e per le ballerine. Erano anni che conosceva le sue abitudini ed era un bravo poliziotto, difficile da ingannare.
«Sì, hai ragione. È vestita come per la classe.»
«Vale a dire?»
«L’allenamento che i ballerini fanno tutti i giorni, solitamente al mattino. Anche i più bravi e famosi. Persino dopo un balletto. Si allenano tutti i giorni, altrimenti perdono l’elasticità, le qualità che li hanno resi celebri. E poi aveva le scarpe da mezza punta.»
Accennò con la mano ai piedi della ballerina, uno dei quali calzava ancora una scarpina scollata di pelle morbida, rosea, mente l’altro era sgusciato fuori dalla calzatura.
«Sarebbe a dire?»
«Non sono proprio le scarpe che si usano quando si danza, o quando si fa una prova seria, le avresti riconosciute subito… Quelle sono le scarpe da punta, rinforzate all’altezza delle dita. Queste invece sono da mezza punta, sono pur sempre delle scarpe per danzare, ma servono solo per tenersi in esercizio, senza troppo impegno. Può darsi che stesse facendo qualche esercizio da sola, a casa. E poi guarda, ma guarda che strano…»
«Cos’hai visto?»
«Niente di decisivo per l’indagine, probabilmente. Però non avevo mai notato questo particolare…»
«E cioè?»
«Il piede: leggermente deforme, direi. Un po’ strano per una ballerina, di solito non le accettano alla Scala se hanno dei difetti fisici. Eppure… Magari, chissà, era per questo che riusciva a slanciarsi sulle punte così bene. Ha una pianta molto stretta, poi però le dita si allargano a ventaglio e a questo punto ha il secondo dito, per capirci quello che sarebbe il medio nella mano, è più lungo dell’alluce.»
«Be’, per… ehm… Per i piedi, se proprio ti interessa ti farò sapere. Ma adesso vedi se riesci a fiutare qualcosa di importante.»

Bianca Garavelli

Bianca Premio Metauro 2014

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