Scene di un matrimonio

imageDicembre 2010

Il sole faceva da padrone in quel cielo invernale, in cui si sentiva solo l’ odore acre dei camini accesi e delle castagne lesse, attrici delle tante
bancarelle ferme agli incroci e sui marciapiedi; era un giorno particolare per la famiglia Biancaccio: il matrimonio di Sara, terza figlia femmina in una famiglia di quattro.
Erano le dieci e trenta del mattino quando Sara, sotto al braccio del padre, varcò la soglia del portone entrando nella Tiffany decappottabile, schivando i fiori ed i coriandoli delle vicine di casa accorse per l’ evento; Sara era fatta così, stravagante, esuberante, originale e talvolta eccessiva in tutto quello che faceva, per questo, nonostante si sposasse in pieno inverno, aveva voluto una macchina decappottabile: diceva che tutto doveva essere come lo aveva sempre desiderato e nessuno, neppure le condizioni atmosferiche avrebbe dovuto influenzare quel giorno atteso tredici anni.
La marcia nuziale, i fiori sulle panche, la navata della chiesa percorsa a passo lento e con cenni di sorriso verso gli invitati, festosi ed ansiosi di poter vedere finalmente la sposa, un sorriso al futuro marito e via, il rito del matrimonio ebbe inizio: Piera aveva il cuore a mille, era emozionata e commossa per il matrimonio di quella figlia un po’ diversa dalle altre, troppo caparbia, determinata ma anche debole per tutto quello che aveva vissuto nei due anni precedenti.

ORE 17.00
Il sole era ormai tramontato e le luci affusolate nella grande sala del ristorante rendevano protagonista l’ albero di Natale con la sua intermittenza, i fiocchi, le palline rosse e soprattutto le bomboniere, sistemate proprio come si fa con i regali natalizi; la sala era gremita di ragazzi, si lasciavano trasportare dalle note coinvolgenti di Waka Waka, cantavano “Tsamina mina zangalewa/ This time for Africa/ Tsamina mina, eh eh/ Waka waka, eh eh/ Tsamina mina zangalewa/ Anawa aa”. Le mani volavano rapidamente in alto, mentre i tacchi delle scarpe baciavano il parquet rovere moro.
Intanto Sara, la sposa, era al centro della sala, con sorrisi accennati ed occhi luccicanti partecipava festante a quel momento di musica e baldoria; lo zio Pasquale riprendeva quelle scene con la sua inseparabile videocamera ed i colleghi di Stefano, marito di Sara, ballavano tutti accerchiando la sposa: un modo simpatico per far risaltare le loro divise blu, da piloti di aeronautica su quel vestito bianco spumeggiante arricchito con marabu e piume varie.
Seguì Tu vuò fa l’ americano versione mixata, che diede un’ unica ombra fluttuante a quei corpi festanti, che con passi semplici, lineari, sincronizzati, ballavano accompagnando quella voce dall’ accento dialettale, quella canzone di Renato Carosone. ….Quando i balli sembravano essere terminati e gli invitati, stanchi e sudati, poggiarono i loro corpi sulle sedie poste ai tavoli assegnati, i piloti, forse un po’ brilli, presero il comando e, con un unico coro, insieme agli invitati cantarono: “Staje luntana da stu core/ a te volo cu’o pensiero/ niente voglio e niente spero/ ca tenerte sempre a fianco a me! / Oje vita, oje vita mi a / oje core’ e chistu core / si’ stata ‘o primmo ammore…. Oje vita, oje vita mia / oje core e chistu core…” .
Anche il nonno di Sara, nostalgico dei suoi anni e del suo amore ormai volato in cielo da qualche tempo, accompagnava con un filo di voce singhiozzante quella canzone che aveva dipinto il suo matrimonio e tutta la sua vita.
Il pranzone napoletano, previsto per le nozze, andava avanti e con esso anche la stanchezza di Sara, di quei tacchi troppo alti e la voglia di slacciare quel busto terribilmente stretto; ma poi tutto fu dimenticato con il buffet di dolci, sempre troppo abbondante e sempre smodatamente gremito di invitati pronti ad azzuffarsi fino all’ ennesimo babà.
Seguì all’ odore delle graffe con nutella ed il caffè, il taglio della torta, con tanto di fuochi d’ artificio scoppiettanti e colorati, che dipingevano in quel cielo invernale e poco terso stelle, cuori e una nave da crociera, la stessa che avrebbe accompagnato quella coppia nel viaggio di nozze….
Dopo le foto ed i saluti di rito finalmente i due coniugi, soli nella stanza, fecero i conti con quella giornata trascorsa, quella festa tanto attesa, quel loro amore coronato, guardarono nella fotocamera digitale tutte le foto che Francesca, la sorella di Sara, aveva scattato con cura, entusiasmo ed emozione.
Dopo qualche ora, finalmente, Sara tolse i tacchi, il busto e soprattutto quella parrucca antipatica che faceva andare in ebollizione la testa, ma mascherava perfettamente quel capo scarno e ossuto, vittima di chemioterapia, e la faceva ritornare alla sua cruda realtà: Portalac, Plasil, Supradyn, Cea, Tac, Oncologia, Ospedale “Santa Maria delle Grazie”, le sofferenze, i continui ricoveri e la voglia di farcela sempre e comunque per poter raccontare, raccontare ed ancora raccontare, quella brutta parentesi di una vita che vale sempre la pena poter vivere appieno.

Angela Ceraso

Racconto vincitore della  II ed.  del Premio Nazionale Letteratura Italiana Contemporanea anno 2014 – Scrittori Contemporanei 

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