La storia nella storia

wild-turkeyLo storico dell’arte Giancarlo Pistilli, sessantenne, un tempo noto come il “nuovo Giulio Argan” era disteso sulla chaise long di Le Corbusier dove amava rilassarsi con il suo amato bourbon (solo nel 1964 il Congresso degli Stati Uniti aveva riconosciuto il Bourbon come prodotto nazionale). Li aveva provati tutti, dall’Elijah Craig invecchiato di 21 anni all’Angel’s Envy, altra cosa in confronto alle troiate da bar per ragazzini. Aveva anche pubblicato su una rivista americana un articolo sull’invecchiamento dei Bourbon, naturalmente sotto pseudonimo. Si era sempre considerato un intellettuale eclettico. La sua cultura in fatto di whisky era pari a quella di storia dell’arte. Al momento era sprovvisto di Bourbon perché non usciva volentieri di casa a far rifornimenti con tutti i vecchietti che guardavano male sia lui che la moglie.
Al momento stava bevendo nervosamente un bicchiere di Jameson Gold Reserve, un whisky irlandese invecchiato in botti di quercia americana che gli aveva portato un amico, uno dei pochi rimasti. Giocava con le trasparenze del bicchiere inquadrando la sua libreria.
La libreria. La sua vita. Quella che era stata la sua vita. La monografia su Filippo Brunelleschi, premiata con il Premio Hanno e Ilse Hahn per meriti eccezionali nel campo della storia dell’arte italiana, in particolare per la ricerca sull’architettura fiorentina del Quattrocento; diversi estratti sulle convergenze tra Donatello, Brunelleschi e Masaccio; vari articoli sull’arte e l’architettura del Quattrocento e Cinquecento citati dagli storici di tutto il mondo; un libretto prodotto dall’università su Filippo Lippi e gli sfondi all’antica nella sua opera; un volume di largo consumo scritto insieme a un noto fotografo sulle bellezze di Firenze per il quale era stato pagato molto bene.


Sfogliò il libro che aveva segnato il suo declino: “Urbino senza Francesco di Giorgio Martini” per cui aveva vinto il Premio Rotondi. La classe accademica gli si era scagliata contro come se fosse un iconoclasta e lo aveva accusato di aver vinto solo per la sua amicizia con il sindaco. Non lo avevano più convocato ai congressi, gli avevano impedito di pubblicare, di esprimere la sua teoria.
Cominciò a bere, a presentarsi alle lezioni sempre più ubriaco, parlando male dei suoi colleghi fino a quando il Rettore gli consigliò vivamente di andare in pensione e accettare una liquidazione bassa, altrimenti sarebbe stato passabile di denuncia per diffamazione E così si era trovato a casa a bere whisky in maniera sistematica davanti a una moglie paziente che faceva tre lavatrici al giorno. Aveva già in mente di scrivere il suo capolavoro, che avrebbe fatto pubblicare all’estero, aveva già dei buoni contatti in Corea del Sud. Il titolo era esemplare, la storia nella storia: Palladio, Borromini, Le Corbusier, diamoci del tu. Altrimenti avrebbe scritto una monografia sul Wild Turkey Kentucky Spirit, il suo Bourbon preferito.

Alberto Spinazzi

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Un pensiero su “La storia nella storia

  1. glaurito

    C’è un’intima coerenza. Lo storico dell’antico che ama il bourbon invecchiato (anche se si preoccupa dei vecchietti). L’accademico troppo amante del liquido trasparente e perciò viene liquidato. Tutto torna. Anche il darsi del tu coi grandi. Che è proprio dei bambini, degli ingenui, o degli ubriachi. 🙂

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