Incipit d’Autore: Sirena (mezzo pesante in movimento). Barbara Garlaschelli – Laurana editore.

copertina sirena

Prima è l’acqua, poi lo schianto, poi il dolore. Poi è di nuovo l’acqua. È come se corrente ad alta tensione ti stesse attraversando il corpo che non riesci più a dominare. Galleggi come una bottiglia con dentro il messaggio. Se è un sogno, è un brutto sogno. Se è la realtà, pensi, sono morta, perché attorno continua a essere solo acqua. Voci, risate, movimenti ti arrivano attutiti. Sono vicini, molto vicini, ma è come se fossero un altro mondo. Sono un altro mondo. Tu ancora non lo sai, ma hai attraversato una soglia e ora sei da un’altra parte. Non respiri, sei lucida. Senti sapore di sangue, ma non respiri. L’aria nei polmoni si sta esaurendo, ma non respiri. Se respiri, sei morta. Ascolti il tuo corpo. Sta urlando. Non respiri.

Da ora in poi quando qualcuno dirà che in pochi secondi la vita può passarti davanti agli occhi, ci crederai. Mentre galleggi a pancia in giù, senti con assoluta certezza che stai morendo. Ti pervade una strana calma, come se non fossi immobile in mezzo al mare con la faccia sott’acqua, ma alla fermata dell’autobus, in attesa. Nella tua testa saluti tutti, ma continui a non respirare. Non si sa mai. Attorno senti le persone che ridono e parlano. Prima o poi, pensi, qualcuno mi vedrà. Qualcuno mi vedrà?
All’improvviso, delle mani e ti ritrovi il cielo davanti. Spalanchi la bocca e bevi l’aria.

Cosa vuole tutta questa gente? Perché hanno tutti un’espressione così spaventata? Ma, soprattutto, perché non riesci ad alzare una mano nel rassicurante gesto che hai ben presente nella mente ma che lì resta, inerte?
“Come ti senti?”
“Non mi sento”. “Ti esce una vocetta flebile, da bambina, da bambola, da qualcuno che è lontano. È strano, perché invece tu se lì, proprio lì”.
“Ti fa male?”
“No, non proprio. È più come un bruciore…”
“Muovi una gamba”.
“Lo sto facendo…”
Sguardi sempre più terrorizzati.
“Non toccatela. Qualcuno chiami un’ambulanza”.
“Lo hanno già fatto”.
Scoprirai più tardi che è stato un tuo amico, Gianfranco. Uno che ti ha nel cuore. Ti ha girata e tirata fuori dall’acqua insieme ad altri amici, poi è andato a chiamare l’ambulanza. Ci hanno impiegato un po’ a soccorrerti perché pensavano che tu stessi giocando, come sempre. Le loro facce adesso sono sgomente. Più tardi scoprirai come la vita di una persona sia legata a filo doppio a quella di molte altre. Scoprirai che mentre tu vivi il tuo dramma personale, molti altri lo stanno vivendo con te: quelli che ti vedono partire e quelli che ti stanno aspettando a casa.
“Allora, ’sta ambulanza…”
Un’ambulanza? No, guardate che vi state sbagliando. È stata solo una botta in testa, adesso mi alzo e starò benissimo. Stasera devo andare a una festa io…

“Ferma così… ecco brava…”
TARLAC TARLAC TARLAC.
In dieci minuti ti avranno già fatto venti radiografie. Se è vero che sono cancerogene e il ritmo è questo non sopravvivrai a lungo, pensi. Continui a fissare soffitti – ancora non lo sai, ma per alcuni mesi saranno l’unico panorama possibile, saranno il sole e le stelle, le nuvole e la pioggia – e, di tanto in tanto, incroci occhi di medici e infermieri e bocche che ti fanno qualche rapido e imbarazzato sorriso. Strano, sembra quasi che si sentano in colpa. E poi senti le voci di tua nonna e degli amici. Ti sembra che piangano e ti pare esagerato. Cerchi, sempre con ’sta vocetta da Titti, di rassicurarli, che stai bene, che va tutto bene. Poi cerchi dentro di te lo stesso conforto e trovi il gelo.

“Ti devono portare a Milano”.
“A Milano? E perché non a Genova? È più vicina”.
“Dicono che Milano è meglio”.
“Allora è grave” pensi, ma non dici niente. Non ti va di spaventare tutti ancora di più perché se reggi tu, pensi, se reggi tu, tutto si potrà risolvere. L’essenziale è “Niente panico”. Svuota la mente e non pensare. E poi fai così fatica a pensare. Senti la sabbia dappertutto. Nei capelli, sotto il collo. Ma non sulle braccia o sulle gambe o sulla schiena o sulla pancia…, eppure deve essere anche lì, ma perché non la senti? E il tuo costume? Oddio, durante il tuffo e il ripescaggio ti pare di aver perso la parte superiore del costume. E la permanente? Cazzo, l’avevi appena fatta…
Ti danno alcuni punti in testa, dove hai cozzato contro quella pietra bastarda.
“Testa dura, eh signorina?”
Mai come la tua, scemo.
“L’ambulanza è qui fuori. Franco ti accompagna e la nonna pure”.
Bene, un bel viaggio in compagnia di qualcuno che ti ama. Sarà più facile.
“Non fatele prendere colpi. È una quinta C”.
Quinta C? Cos’è, sei a scuola? Allora guardate che c’è stata un po’ di confusione. Tu dovrai andare in terza superiore. Provi a scherzarci su, ma nessuno ti ascolta, sono troppo occupati a caricarti in ambulanza. E poi con quella vocetta, chi ti sente?

“Ferma! Ferma!”
Solo a te poteva capitare, pensi mentre l’ambulanza frena di colpo. Le porte si sono aperte d’improvviso, dopo cinque minuti di viaggio. Roba da schizzare fuori dal veicolo tu e il lettino e sfrecciare sulla strada, verso il mare. Se non fosse che hai una paura tremenda e senti come se un milione di formiche rosse ti stessero divorando tutta, e non fosse che scorgi la faccia bianca come una morta di tua nonna, rideresti da schiattare. E per poco non succedeva davvero.

Il viaggio più lungo della tua vita. L’ambulanza va piano.
“Cercano di non prendere scossoni perché sei una quinta C”, ti dice Franco. Lui è medico, perciò puoi chiederglielo.
“Quinta vertebra cervicale”, risponde e poi fa scivolare gli occhi lontano.
Vertebra cervicale? Ah, le abbiamo anche noi, non solo gli scheletri finti delle aule di
scienza?
Non riesci a mettere insieme pensieri ma solo immagini che flirtano tra di loro come fidanzatini e poi svaniscono. La cosa più tremenda è il bruciore che senti in tutto il corpo. Cerchi di muoverti. Madonna! Che ci vuole a muovere un braccio – il collo te lo hanno immobilizzato in un collarino – o un piede? Li muovevi fino a poche ore fa. Insomma, muoversi è la cosa più naturale del mondo! Tutti si muovono. Forse poi passa. C’è una voce, però, dentro di te, in un angolo remoto, che da un po’ ti sta ripetendo “No”. No, che? Non vuoi indagare. Ti concentri sul dolore che piano piano dilaga sul corpo. Meglio che ascoltare quella voce.
“No”.

ba

Barbara Garlaschelli

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