Pinokkupy

 Pinocchio 2.0 : riscriviamo sogni e bugie

turchinaSi è avvicinata al banco con un piglio tra l’incazzato e il sognante, come 14 anni fa. I capelli biondi, solo un’ impertinente ciocca azzurra sulla fronte. L’ho riconosciuta dagli occhi, quasi blu, freddi, un vetro pigmentato che nasconde l’enorme fragilità. Chissà se ricorda, ho sempre avuto la sensazione di essere invisibile per lei, anche in quella primavera.

Finimmo il servizio civile nel centro per malati psichiatrici allestendo un meraviglioso Pinocchio. Fu allora che mi appiopparono il soprannome Geppy: a quel tempo lavoravo in un piccolo mobilificio di provincia, costruivo tavole, letti intagliati, cassapanche. Avevo preso la terza a media a suon di calci nel sedere, mi piaceva solo leggere e nel gruppo del servizio civile ero l’unico operaio. Tutti gli altri erano ragazzotti medio borghesi, imbevuti di filosofia, politica, impegnati in lotte su grandi temi per salvare l’umanità, io pensavo alla mia pagnotta da portare a casa ogni mese, loro vivevano sulle spalle di mamma e papà. Lo spettacolo di Pinocchio ruppe il ghiaccio, scoprii che la Fata del gruppo non era poi così strega e capricciosa come sembrava. Tutti i sabati era a raccogliere firme per qualcosa: scuola, inceneritore, guerre in Afghanistan, oppure a manifestare per le medesime cause. Credevo fosse tutta apparenza; iniziammo a parlare, scoprii che era una ragazza normale e che credeva in quel che faceva. Il sabato sera spesso suonava il basso con Gatto e Volpe nei piccoli club immersi nella nebbiosa pianura o nei centri sociali. Era carina, con le lunghe chiome di un turchese sbiadito. Con lei c’era anche Sara, che chiammammo Lumachina, perchè stava sempre al suo fianco, silenziosa, fin troppo quieta, col tempo compresi che quelle due si compensavano. Quei ragazzi non erano poi così lontani da me. Stare nella casa famiglia ci aveva messo a nudo, eravamo divenuti legno crudo, tabula rasa. Persino Grillo, l’unico laureato e col futuro già scritto nello studio notarile di papà, mi stava simpatico.

Fata non era una strafiga, era bella nei gesti, nei modi di guardare, quando era scontrosa era ancora più sexy, a volte mi incantavo a guardare le sue dita rollare, con le labbra socchiuse come a lasciare parole sospese, fantasticavo ma dubito che se ne sia mai accorta. Era troppo impegnata ad andare dietro a Gatto e Volpe, i suoi migliori amici. Li chiamavamo così perchè coi celerini durante le manifestazioni  non si facevano mai beccare. Una sera, dopo troppi bicchieri di pessimo vino, mi confidò che per lei erano entrambi importanti:  Gatto era come un fratello, sempre in prima linea sul fronte del dissenso, sensibile, sempre solidale, ma per Volpe aveva proprio perso la testa, saranno stati i capelli dai riflessi rossi, gli occhi accattivanti, la sua aria da poeta maledetto, la capacità di trovare parole per infiammare gli animi. Giunsi alla conclusione che se li scopava entrambi. Ormai in città eravamo la compagnia di Pinocchio.

In Agosto andammo a Berlino per una breve vacanza in cui conoscemmo Lucignolo, un catalano che faceva il filo a Lumachina. Decise di venire in Italia con noi e propose una tappa intermedia. “Che ne dite se facciamo un salto a Genova al G8, il sabato ci sarà una bella sfilata”. Eravamo tutti entusiasti, persino Pinocchio, il più giovane, diplomato da 15 giorni che da tempo bazzicava con noi accolse l’idea con entusiasmo.

Improvisammo, ormai era tardi per agganciarci con associazioni o sindacati così partimmo tutti per il G8. Per fortuna Fata e Lumachina non si vestirono come se andassimo a una gita al mare.

Durante il viaggio capimmo che se per molti quella manifestazione era un Paese dei Balocchi, c’era della gente che credeva davvero in quello che era scritto su striscioni e sulla pelle. Il viaggio fu un pugno nello stomaco. Mentre andavamo a Genova del ragazzo morto in piazza Alimonda. Vidi negli occhi di Fata l’angoscia di un pensiero “Ma che cazzo stiamo facendo?”. Fata strinse la mano di Gatto e fissava Volpe con fermazza, pensai che non avrei mai capito un accidente dei suoi sentimenti. Ormai eravamo in gioco, non potevamo tornare indietro.

Partecipammo alla manifestazione del sabato, con una gran paura addosso vinta però dalla voglia di esserci: sfilammo coi partigiani, sulle note di “Bella Ciao”, pensai che mio nonno combattente partigiano, magari sarebbe stato contento di vedermi fare finalmente qualcosa di buono.

Zona rossa, black bloc, bandiere, arcobaleni della pace: il nostro viaggio straripava di colori come la favola di Pinocchio ma era un horror tour. A un certo punto la tensione salì, entrarono infiltrati e celerini,  furono botte, altro che Carabinieri col cappello e il mantello, quelli avevano manganelli, scudi e caschi, noi le mani vuote e non eravamo di legno. Fata piangeva, non ci si capiva più niente. Il cordone della manifestazione ci separava, ci disperdemmo: vedemmo Chiocciolina e Lucignolo portati via con Gatto e Volpe, il povero Pinocchio, rimasto solo, si dette a una fuga disperata.

Il peggio doveva ancora venire: presero fata per i lunghi capelli, l’avevo avvisata che prima o poi le sue ciocche estrose l’avrebbero messa nei guai. Mi colpirono alle gambe, il dolore di quel momento non lo ricordo ma non dimentico gli occhi di chi mi ha pestato. Il povero Grillo, con le mani alzate in segno di resa, enunciò tutti gli articoli delle convenzioni internazionali sui diritti umani, furono botte anche per lui. Il circo con le sue sonore frustate  e con tanto di spettatori era appena iniziato.  Tornammo distrutti, abbracciati, strinsi Fata:  non parlava, non piangeva, mi stava solo addosso. Non ci vedemmo più, sparimmo tutti quanti. Io solo partecipai  a tutti i processi, nei tribunali: come Pinocchio ho visto qualche visto qualche giudice scimmia confondersi sull’idea di giustizia.

Pochi anni fa ho lasciato la mia pianura perchè il mobilificio nel frattempo ha chiuso e queste mani non servono più a niente, se non a muovere il mouse per progettare cucine Ikea con tutti quei nomi che il mio nonno mi prenderebbe in giro non so per quanto. Ecco davanti a me Fata, a un palmo di distanza, ha un profumo di agrumi addosso, qualche ruga in più. Figurati se mi ricorda, qui fortunatamente nessuno mi chiama Geppetto e  non sono il ragazzo di allora. Sorride, i suoi occhi ora sono dolci e disarmati, mi prende le mani, me le stringe, fortissimo. Con voce bassa e profonda sussurra: “Sono io”. Sento il caldo come solo un giocco accanto a un fuoco può sentire. Un fuoco blu,  essersi ritrovati, forse mai persi del tutto. Le stringo le mani anch’io, credo sia la migliore risposta

Erika Pucci  – @ErykaLuna

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7 pensieri su “Pinokkupy

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  2. Pingback: Riscrivendo sogni e bugie |

    1. Nelle

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