Impudiche calunnie

 Pinocchio 2.0 : riscriviamo sogni e bugie

nHr33RI9zj1HET4Sono stato sempre accusato, più di qualsiasi altra cosa, di raccontar bugie.
E nonostante questa falsità che ha pesato su di me come un macigno tutta la vita, ugualmente vorrei cimentarmi nel narrare come andò la storia veramente: giudicherete voi, aspettando magari che si arrivi fino alla fine, se sia la mia versione o quella del signor Collodi, gran frequentatore di bettole e quindi anche di ubriaconi, la più vicina a poter essere considerata vera.
Perciò ecco qui, tutto d’un fiato, com’è che si svolsero i fatti; voglio solo rammentarvi che la storia è quella mia.
Fui destato, lo ricordo bene, da un deciso scalpellìo sul tronco dentro il quale vegetavo da quasi novant’anni; prima ero soltanto un’idea ribelle, impressa nel legno vivo da un fendente di spadino, dato per stizza in un’era di rivoluzione da un tal dei Piovasco di Liguria, un nobiluccio ancora ragazzotto che salì sugli alberi e non ne volle scender più. Un giorno che due famigli col grembiule lungo, appoggiate le scale al tronco del ciliegio, vi salirono a riempir panieri di succose, rosse bacche, seppi che tutto accadde per divergenze gastronomiche coi genitori suoi.
A modellarmi – e devo ammettere che come look non gli riuscì poi tanto male – fu uno che faceva il povero di professione e che in più aveva l’hobby abbastanza dispendioso del fai da te. Questo signore, che ho imparato poi ad amare come un parente stretto, si fissò sin dall’inizio con l’idea di essere il mi babbo, come se un manufatto potesse chiamarsi figlio, anche se fatto bene.


Per non parlare di dove capitai: fame a catinelle, freddo fino all’orizzonte, abiti di carta, cappelli commestibili e insetti che parlavano – e neanche tanto a vanvera.
Fin qui quel che io dico credo che sia uguale a quanto racconta il libro! Ma adesso viene il bello, e verrà anche il brutto; in ogni caso è la pura verità sulla vicenda: ma non siamo rimasti, se non erro, che sarete voi a giudicare, o no?
In primis andare a scuola a me piaceva, modestamente ero intelligente e dimostrarlo mi gratificava. E poi chi mai si sarebbe sognato di vendersi l’abecedario? A proposito: che ci voleva a chiamarlo libro? Abecedario! Tanto per riempirsi la bocca di un gusto antico, o per impressionare qualche gonzo con un vocabolo in disuso.
Tutto cominciò con una idea davvero geniale: organizzare una gita fuori porta fino al teatrino del grande Mangiafuoco! Per inciso: si venne in seguito a sapere che il direttore della scuola prendeva un tanto per ogni bimbo che vi si recasse, e poi ancora tante altre cosette, roba da tangenti grosse, per cui si prese la prigione a vita. Di questo Collodi vi raccontò qualcosa? Figurarsi! Vi dico che è con me che ce l’aveva!
Ma continuiamo: non appena entrai in sala, ci fu il finimondo! Quelle marionette sceme fecero tanto di quel casino – uno di noi, Pinocchio uno di noi, uno di noiii, Pinocchio uno di noiii! – che dovetti salire anch’io sul palco. Recitai una poesia e cantai una canzoncina sconcia che mi aveva appena insegnato Lucignolo: fu un successone! Tanto che Mangiafuoco mi offrì un contratto da divo per il suo teatrino itinerante: non ero forse un pupo anch’io, e wireless per giunta?
Io titubai, dapprima dissi no, poi ci pensai meglio e dissi di si! Firmai, incassai l’anticipo, ma poi di notte me ne andai: non vedevo l’ora di portare tutti quei dollari – si, preferii quella valuta – al signor Geppetto, come con deferenza chiamavo ancora il mio creatore.
Ma ci vuole abilità a gestire dei quattrini, e se uno nasce povero non sa bene quanto possano valere, non sa capire se siano troppi o troppo pochi. Per farla breve, mentre pranzavo in trattoria giù a Mondello – fanno degli spaghetti coi ricci di mare che non riesco proprio a raccontarvi! – fui avvicinato da una coppia di promotori finanziari, due signori assai distinti, giacca e cravatta, molto fini, ma con una coda lunga lunga! Già da quella avrei dovuto capire che potevano essere due furfanti! Due fratelli inglesi, così mi dissero, brothers praticamente: rappresentavano la Lehman, a quanto si diceva una banca solidissima delle lontane Americhe. Con quei pochi dollari, pochissimi secondo loro, avrei potuto fare invece una fortuna in breve tempo: sarebbero bastate soltanto un paio di firme mie, anche se minorenne, e il gioco era da considerarsi fatto; oltre a cedere il mio gruzzolo, naturalmente. Il pranzo però me lo pagarono, questo sì. E meno male che presi anche il cannolo, almeno quello glielo scippai!
Poi sapete bene come finì: sono ancora qui che aspetto il risarcimento, insieme a qualche milione di persone in tutto il mondo sparse. Boh, ho come un presentimento, ma non vorrei esternarlo, temo assai che porti male!
Oooh, e siamo arrivati al paese dei balocchi! Ma siete così scemi a pensare che possa esistere davvero un paese dei balocchi? Dove non si studia, non si lavora mai, si pensa solamente a mangiare e a divertirsi, e tutto questo pure gratis? … Ma lo sapete che se ci penso un po’, mi viene il dubbio forte che possa esistere davvero un paese così fatto, e che forse non sia tanto lontano? Debbo chiedere a quel parlamentare che conosco, mio ex compagno di liceo, se ne abbia sentito mai parlare.
Torniamo a bomba: manca ancora qualcuna tra i personaggi più importanti, non è vero?
Essì, non ho ancora detto nulla sulla famosa fata turchina: è che davvero avrei evitato di parlarne, perché ciò che fu davvero contrasta troppo con la leggenda centenaria che di lei viene ancora raccontata. E sia: ho detto che dirò tutta la verità e non posso più tirarmi indietro, neanche per gli affetti a me più cari.
Turchì! E’ così che la chiamavano, e dicono che facesse prodigi, con le calze a rete e la parrucca blu, e che stazionasse solitamente all’incrocio tra la via Cervantes e la via De André.
A fataaa! – le gridavano abbassando il finestrino e subito sgommando.
Per un attimo lei masticava più velocemente la sua gomma, poi riprendeva a passeggiare, e in breve non sembrava neanche più che si fosse innervosita; badava solo a restarsene alla luce, dentro il cono prodotto dal lampione, a far risplendere quei meravigliosi riccioli turchini.
Spesso si fermava a quell’incrocio, per contrattare credo, un maseratino grigio fumo, molto vistoso. Ora non vorrei suggerir nulla, ma anche il caro signor Collodi, grazie ai diritti presi su una storia che in fondo fu la vita mia, comprò una Maserati giusto di quella tinta; me lo ricordo bene perché appena uscito dalla concessionaria ci fece fare un giro a tutti quanti! Forse non a tutti veramente: avrebbe mai potuto farci entrare una balena?

Giuseppe Pippo Visconti

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