Estella

foto_klimt_wasserschlangen (1)La marea le trascinava via gli occhi quasi fossero tessuti di seta azzurra srotolati dal vento mentre i pensieri si rincorrevano come matasse che cadono aggrovigliandosi insieme ai capelli sulla fronte. Non li spostava, era abituata che lo facesse lui con quelle sue mani ruvide, a tratti sembrava di passare il viso sulla corteccia di un vecchio limone in fiore. Camminava all’indietro fino alla roccia dove le aveva detto che con quel suo vestito lungo di lana avrebbero costruito una mongolfiera per volare leggeri fino al porto della loro Itaca. Al molo avrebbero trovato una bambina ad aspettarli. La pelle di creta calda coperta, per non farla sciogliere al sole di mezzogiorno, i capelli colore della cenere del sigaro che lui fumava ogni notte sotto il terrazzo della casa di pietra e il sorriso un po’ sbavato come l’inchiostro sulle lettere nascoste tra le mani della grande statua di Psiche nel giardino d’inverno a dire che sì, non poteva essere che la loro bambina, fatta carne da quel tempo bisbigliato che soltanto loro potevano conoscere, gravido di dettagli. Gravido d’amore.

Ora però la pancia era vuota. Era troppo tardi perfino per pregare. Il mare non restituisce che relitti e lei quel corpo lo rivoleva intero, lo rivoleva tutto.

Si sarebbe gettata tra le onde. Si sarebbe distesa come la rete di Kamil, il pescatore, che si apre quasi fosse un polmone nell’acqua e respira sale fino a poter toccare il fondo. Abbarbicarsi su di esso. Stringerlo proprio nel modo in cui lei l’aveva stretto a sé sei mesi prima quasi a volersi dentro quella pelle.
“Portami con te, non lasciare che mi salvi da sola”… E trascinata dalla corrente, raccogliere ogni cosa.
Lei l’avrebbe ritrovato.

Amore mio, ho qualcosa qui al centro del petto che pesa quanto una pietra. Mi aiuterà a restare in quel buio bagnato fino a che non ti avrò con me.
Amore mio, sento freddo.
Amore mio, niente batte. Tutto inciampa.
Vorrei ritornare a ballare sui tuoi piedi mentre giravi e giravi con le mani sulla mia schiena che si inarcava quasi fosse senz’ossa.
Quant’ero leggera.
Avrei potuto essere quel nastro rosso che mi scioglievi con lentezza dai capelli e lasciavi cadere. Quante spirali prima di arrivare a terra. Che giochi, mi sembrava quasi di poterlo sentir ridere. Con quale delicatezza si adagiava sul marmo bianco, liscio, la delicatezza del dorso della tua mano sulla linea delle mie cosce ancora chiuse.
Ieri ho aperto l’armadio di legno che hai intarsiato tu sul fianco.
C’è un lungo abito bianco di pizzo.
L’unico segreto che abbiamo.
L’unico segreto che un uomo e una donna dovrebbero avere.
L’ho cucito ogni notte in questi centottantatre giorni e non ho mai smesso. Sedevo qui, con la sediola, davanti al mare. Cucivo la tua strada di ritorno, filavo i tuoi passi per non farli perdere. Bisbigliavo la storia che ho inventato per farti addormentare tutte le notti quando la paura ti colava fredda e appiccicosa sulla schiena.
Ti piace il mio vestito? L’ho messo in questo tramonto per te. Ero sicura che l’avrei indossato come una promessa un giorno, non importa se vicino o lontano. Ci sarebbe stato.
T’arriva l’anima mia?, vedi, ti viene incontro a piccoli passi lenti velata di nebbia e di tempesta. Il mio altare è di sabbia morbida, chi mi porta è mio padre, questo mare, che mi consegna a te con una carezza spumosa, che aprirà la mano e mi lascerà andare, lascerà andare il sorriso di mia madre tra gli ulivi odorosi, la sua bocca sul mio ginocchio spaccato a metà dalla terra dura, la stessa con cui l’avremmo coperta pochi anni dopo, lascerà andare i pomeriggi in cui l’ombra giocava a nascondersi , piccola io, accartocciata come la cartina di una caramella sulle gambe di mio nonno con le nostre mani sul volante, lascerà andare il libro sotto il cuscino che apriva i miei sogni come fossero grandi coperte stese al vento di primavera, lascerà andare l’attimo in cui ho sentito la tua voce, m’ha fatto imbizzarrire il cuore, saltellava impazzito tra la gola e il petto sembrava la coda del piccolo Tobia quando sentiva finalmente i miei passi svelti sul vialetto, lascerà andare le prime scarpe con cui arrivavo a guardarti gli occhi verdi di notte e azzurri di giorno, lascerà andare il vecchio ponte di legno in cui ti ho visto di spalle con i tuoi capelli biondi camminare in avanti, tu così alto con quel ramo fino di salice che ti disegnava malizioso la schiena, ho capito d’amarti quando ho pregato Dio di essere anche albero se non avessi mai più potuto toccarti così, lascerà andare tutto quello che mi fa scorrere sangue nelle vene e lacrime dagli occhi e mi farà trasportare dalla corrente in una nuova riva, in una nuova vita.
Nessuno deve sapere dove andrò. Non ci saranno testimoni se non questa sediola e questo ultimo filo bianco attaccato come un morso alla mia manica.
Loro chiedono.
Loro vogliono capire.
Eppure certe cose non è giusto che siano raccontate. Vanno protette.
Chissà chi le può raccogliere in bocca e masticare e fare a piccoli pezzi fino a sputarti sulla mano un essere deforme senza più segno alcuno di ciò che un tempo era. Ed era così caro.
Caro?, tu sai bene che caro non è la parola che sento. Ma non esiste parola e neppure io ora voglio cercarla. Avremmo dovuto inventarla io e te, io e te soltanto.
Ogni amore possiede il proprio lessico, non ha suoni conosciuti o riproducibili. E’ quel che è e va taciuto.
Ciò che non si conosce ci muore tra le mani, lo si cerca di contorcere, di piegare, di spezzare fino a farlo rassomigliare a qualcosa di rassicurante. A qualcosa di cui abbiamo ricordo.
Il mistero spaventa, non è di questo mondo.
Come noi.

Amore, guarda, il vestito s’abbraccia alle mie gambe in una soffice eterna giravolta, e questo strascico si spezza a metà come due lingue che si avvicinano e si allontanano in un bacio di morte.
I capelli si sciolgono, lunghi fluttuano davanti a me, mi solleticano le mani e le spalle e la schiena è di nuovo leggera, ecco, riesco ad inarcarla come nella nostra danza, mi sembra quasi di poter sentire le tue mani sui fianchi che mi tengono sicura, sospesa sul mondo, non posso cadere, non ho più le ossa solo questa grande coda lunga, pesante d’acqua, i suoi ricami scintillano quanto lo squame di un pesce argenteo sotto il mio volto sereno, riesco a scuoterla fino a far alzare terra chiara dal fondale, una conchiglia solitaria volteggia giocosa fin davanti ai miei occhi, ricordo che me ne regalasti una uguale quando distesi sulla sabbia calda mi promettevi che un giorno mi avresti portata là dove si addormenta stanco il sole, con i capelli la circondo e delicatamente la stringo in grandi spirali, mi vuoi indicare la strada e io ti sento, sei vicino non manca molto. Piano, molto piano il mio sorriso si apre, si vuol distendere fino a te, fino a far uscire quel poco d’aria che ancora cerca di trattenermi in quel mondo che tu hai lasciato. Fammi chiudere gli occhi, non mi servono più, vivremo qui, in questa terra d’acqua dove tutto si muove con dolcezza, dove perfino la morte sembra una grande carezza. Questo mi ricorda mia madre. Quando piangeva con la lingua raccoglieva le lacrime tra le pieghe delle bocca e le assaporava, le vedevo le pupille contrarsi, spandersi come inchiostro rovesciato mentre il blu vivido dell’ iride sembrava liquefarsi quasi fosse colore diluito su di una grande tela.
‘ Lo sai perché sono salate? Il dolore, quello più profondo, ha il sapore della malinconia per la nostra antica terra lontana. I pescatori raccontano storie di creature dai tratti umani ma con lunghe code che possono nuotare fino a profondità sconosciute. Respirano nell’acqua e non conoscono il pianto. Qualsiasi cosa accada loro, sanno già di essere a casa. Protetti.’
‘ e allora perché se ne vanno? ’
‘ perché quando ci si innamora si ha bisogno di gambe piccola. Un giorno capirai.’

Ritorno a casa. Ritorno da te, dal mio destino che è già nel mio nome.
Estella, la prima sirena di cui parla la leggenda.
Estella, la custode delle acque di Axeinus, innamorata di un biondo marinaio, annegato e disperso nella grande guerra.
Si dice che la sua coda sia bianca.
Di un bianco tale da sembrare illuminato dalla luna piena d’estate e scintillante quanto argento bagnato.

Alice Pagotto

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