Il marito

10743306_10205175251366808_85148437_n«Lo sai com’è, socio… È sempre il marito», li sentii dire appena li raggiunsi nel pub. Mancava poco a mezzanotte e il locale stava per chiudere. L’aria era pregna di sudore alcolico. Sul tavolo rilucevano le impronte umide dei bicchieri, ma loro non se ne curavano, i gomiti puntati sul banco, i volti stirati dalla tensione e dalla delusione. Avevano entrambi gli occhi lucidi, segno che avevano mandato giù diverse pinte. Non potevo biasimarli. Sapevo che erano nell’occhio del ciclone.

«Ah, eccoti, Carla. Ho ragione, no? Non è sempre il marito?».
«Quasi sempre» dissi inerpicandomi sullo sgabello, stando ben attenta a non toccare il tavolo imbevuto di birra rancida.
«Bevi?» mi chiese Franco Lopez l’altro ispettore della omicidi che stava seguendo il caso della scomparsa prima e ora omicidio di Elsa Celeste, insieme a Mario Diodato, il poliziotto che stava bevendo con lui.
«No, meglio di no. Siamo in servizio, o no?» risposi.
«Noi siamo sempre in servizio, Carla, è questo il guaio».
Feci un sorrisino striminizito, facendo capire che non mi piaceva il fatto che bevessero prima della fine del turno, poi, dopo essermi aggiustata sullo sgabello, tenendomi ben stretta addosso la borsetta per non sporcarla, li fissai con sguardo interrogativo.
«Allora? Perché mi avete chiamata?».


Si scambiarono un’occhiata come se si stessero mettendo d’accordo su chi dovesse parlare. Lopez tirò fuori una sigaretta e se la mise tra le labbra senza accenderla. Indicò col pollice alle sue spalle, riferendosi alla questura a cento metri dal pub dove in quel momento l’indagato era sottoposto a dei controlli.
«Dobbiamo lasciarlo andare» disse sopra la musica jazz in sottofondo.
Annuii.
«Ma è lui… cazzo se è lui…» ribattè Diodato battendo un pugno sul tavolo.
«Ehi, vediamo di calmarci, ok?» li ripresi. «Lo so che siete stressati e che…».
«Non è giusto, Carla. Non è giusto, porca puttana… solo perché un cazzo di pm senza palle non vuole prendersi la responsabilità di…».
«Ehi!» dissi alzando la voce. «Abbassa la voce e bada a quello che dici».
Il locale era frequentato soprattutto da poliziotti e avvocati vista la vicinanza alla questura e al tribunale. E come dice il proverbio, le parole volano.
«Parla piano e spiegami bene cos’è successo e cosa volete da me» dissi rivolgendomi a Lopez.
«Abbiamo ricevuto l’esito dell’autopsia più i risultati dei test tossicologici e istologici sul cadavere».
Annuii. Il corpo di Elsa Celeste era stato ritrovato in un’insenatura di un fiume quasi due settimane prima dopo nove mesi in cui la donna era stata dichiarata scomparsa e cercata in tutto il Paese. Ovviamente il marito in quei nove mesi – ma soprattutto nelle due settimane precedenti, quando dalla sparizione si era passati come ipotesi di reato all’omicidio – era stato interrogato e passato ai raggi infrarossi da Lopez e Diodato, e dal magistrato incaricato del caso. Ma a quanto pareva, l’uomo era inattaccabile.
«E…?».
«Niente. Non abbiamo trovato niente…».
«Cosa significa niente?».
«Non ci sono tracce evidenti di ferite, e il medico legale è stranamente incerto sulla causa di morte: annegamento o asfissia, non sa, ha chiesto una controperizia e ulteriori esami. Anche lui ha paura perché sa che la stampa ha sguainato le zanne. Non vuole fare figure di merda… Il procuratore capo ha detto di lasciar andare il marito, che ormai le ipotesi investigative non devono concentrarsi soltanto su di lui, ma anche su suicidio o morte naturale».
«Ma sappiamo bene che non è questo il punto… Io vi dico che è stato lui. Solo che ora che il caso è diventato mediatico, gli si è stretto il buco del culo. Col marito su tutti i tg e i dopocena di approfondimento, quello ha paura, ve lo dico io. Con questi casi eclatanti ci si gioca la carriera, e lui non vuole rischiare di bruciarsi. E invece cazzo eravamo a un tanto così da farlo cedere, credimi, un tanto così…».
«Cosa ve lo fa pensare? Sono nove mesi che gli state dietro, perché dovrebbe cedere adesso?» chiesi.
«Per il ritrovamento del cadavere, e perché anche lui, cazzo, sentirà la pressione della stampa, o altrimenti è davvero un cazzo di robot» disse Lopez.
Li fissai uno dopo l’altro e poi scossi la testa. «Ok, c’è qualcosa che non mi state dicendo… perché chiamarmi, e perché tutta questa fretta?».
I due sbirri si scambiarono un’occhiata imbarazzata.
«Diciamo che abbiamo un po’ esagerato, e il capo ci ha ordinato di stargli alla larga… in effetti ora non siamo in servizio, Carla» disse Lopez senza guardarmi in faccia. «Forse non lo saremo per un po’, diciamo così…».
«Avete esagerato?».
«Te l’ho detto, stavamo per farlo crollare, ma poi quel…».
«Basta così. Non voglio nemmeno sapere che casini avete combinato… E quindi?».
«E quindi niente. Siamo fuori dal caso, il procuratore ha fatto la voce grossa, e tra esattamente quattro ore dobbiamo lasciarlo andare, e addio bel maritino… a quel punto diventerà davvero un cazzo di caso mediatico, e lui è perfetto per la parte con la sua bella faccia da sposino addolorato. Avrà la stampa dalla sua, e ciò vuol dire che le indagini saranno passate con la lente da ingrandimento da tutti i cazzo di giornalisti di nera che ci crocifiggeranno al minimo errore, e spiegatemi come cazzo si fa a lavorare con tutta questa pressione…».
«Già, e ricordati che è telegenico il bastardo. Una volta che lo metteranno in prima serata, diventerà off-limits per noi, e per tutti…» disse Diodato battendo l’indice sul tavolo.
«E torniamo alla domanda di partenza… cosa volete da me? Non c’entro nulla col caso, è vostro. O meglio, era vostro».
«È proprio questo il punto, Carla. Tu non c’entri nulla. Non ti ha mai vista, mentre a noi ci conosce da quasi un anno ormai e ha continuato a manipolarci come due idioti. Mancano ancora quattro ore, e poi volerà via… noi non possiamo più interrogarlo, ma ciò non vuol dire che non lo possa fare tu…».
«Scordatevelo» dissi scivolando giù dallo sgabello.
«No! Aspetta… sei un drago negli interrogatori, e non possiamo sprecare quest’occasione perché potrebbe essere unica» disse Lopez.
«Seguici: non ti conosce, sei una donna, è stanco, è alle strette, credimi, anche se non sembra è a un tanto così dal crollare…».
«Volete farlo confessare?».
«È l’unica cosa che ci permetterebbe di ribaltare il gioco».
«Non avete prove, non avete movente, non avete arma del delitto, che probabilmente alla fine non esiste nemmeno, non siete nemmeno certi che stiamo parlano di omicidio, e voi volete farlo confessare? Anzi, volete che sia io a farlo confessare? Io dico che vi siete bevuti il cervello… addio» dissi levando le tende.
«Aspetta, Carla. Per favore… È stato lui…».
«Cosa ve lo fa pensare?».
«L’istinto» risposero quasi in contemporanea scrollando le spalle.
“È così che si diventa quando si lavora tanto tempo insieme a stretto contatto: siamesi” pensai.
«No… Non so nulla del caso, e sinceramente il vostro istinto non è una fonte poi così affidabile, signori… se me lo lavoro io, poi il capo se la prende con me e magari la finisco anch’io sotto indagine disciplinare, perché è quello di cui stiamo parlando, giusto?».
Si fissarono le punte delle scarpe imbarazzati come ragazzini.
«Come immaginavo…».
«È lui, commissario» disse Diodato alle mie spalle, come se chiamandomi col mio grado potesse inchiodarmi alla responsabilità di un omicida a piede libero.
Mi fermai.
«Sapete cosa vi dico? Sì, forse è lui» dissi voltandomi. «Spero di no per voi, ma forse sì, è lui. E questo dimostra che avete fatto un pessimo lavoro, perché l’avete fermato quando non avevate in mano niente, facendovi sfuggire per sempre un’occasione che potevate giocarvi meglio, quando avevate qualcosa con cui inchiodarlo. Invece, vi siete fatti prendere anche voi dall’ansia e avete agito come due dilettanti intimoriti dalla stampa e dai riflettori. Lui, invece, ha dimostrato di saper reggere la pressione molto meglio di come l’avete gestita voi, ragazzi».
«Quattro ore, Carla… poi quello prende il volo, te lo dico io».
«Non è un mio problema».
«Ascolta, ok, non ti vuoi fidare del nostro istinto? Perfetto, lo capisco. Ti chiedo solo una cosa: entra in quella stanza e guardalo negli occhi…».
«L’ho già visto sui giornali e sui tg, Mario, e avete ragione, è maledettamente telegenico, un motivo in più per pensarci due volte prima di fermarlo senza uno straccio di prova…».
«No, vederlo sui tg è un’altra cosa. Tu entra in quella stanza e guardalo in faccia. Fidati del tuo di istinto, perché quel figlio di puttana è colpevole, credimi… è un pezzo di ghiaccio, un assassino nato…».
«Un’occhiata, Carla. Ti stiamo chiedendo di dargli soltanto un’occhiata…» rincarò Lopez.
Scossi la testa.
«Sapete che vi dico? Anziché in un pub, dovreste rinchiudervi in chiesa e pregare fino a slogarvi la lingua di essere nel torto, perché se quello è davvero colpevole e vola via come temete, la colpa sarà soltanto vostra. E credetemi, non è una cosa bella con cui convivere…».
Mi voltai e me ne andai mentre i loro occhi mi scoccavano lampi d’odio.

*

Ero stata troppo dura con loro. Forse è per questo che dopo aver sbrigato alcune cose in ufficio, andai alla macchinetta del caffè, preparai due espressi lunghi ed entrai nella stanza dove l’uomo stava aspettando il termine del fermo.
Sorrisi e gli porsi la tazza di plastica.
«Mi son permessa di portarle un po’ di caffè, immagino che sarà stanco morto».
«Già, grazie mille…».
«È anche lei una poliziotta… ?».
«Sì, mi scusi. Sono il commissario capo Carla Rame, piacere».
Gli strinsi la mano, sorridendogli.
Guardando nei suoi occhi capii che i due colleghi pasticcioni avevano ragione: era stato lui.
Non avevo nulla di razionale a sostegno di quel pensiero, ma qualcosa nei suoi occhi mi diceva che era stato lui a uccidere la moglie. Occhi troppo freddi. Occhi da assassino.
«Non sembra una poliziotta».
«Lo so, me lo dicono in tanti. Lo prendo come un complimento!».
«No, io… Non volevo offenderla, scusi…».
«Ma non l’ha fatto, non si preoccupi… Come sta? Ha bisogno di qualcosa?».
«No, grazie. Sto solo aspettando, non so… altri interrogatori? Non so cosa bolle in pentola, i suoi colleghi sono spariti dopo che…».
«Sì, ho sentito. Non penso che torneranno, sa. Ma credo che sfrutteranno ogni minuto del fermo. Avevano appuntamento col direttore della Medicina Legale dell’ospedale, credo che siano emerse delle novità riguardo l’autopsia…».
«Capisco. Anche lei crede che sia colpevole?».
«No, io non credo niente, guardi. Anzi, a dir la verità non ho nemmeno seguito il caso sui giornali, figurarsi operativamente parlando».
«Di cosa si occupa?».
«Polizia giudiziaria anch’io, ma al momento sono all’Anticrimine» mentii. «Ci occupiamo un po’ di tutto… non è un bel lavoro, mi creda».
«Non stento a crederci… Secondo lei perché sono così tanto convinti che sia stato io a uccidere mia moglie?».
«Non lo so… penso che sia qualcosa che ha a che fare con l’istinto, sa. Dopo un po’ di tempo, dopo tanti interrogatori, tante indagini e confessioni, arriviamo a pensare di avere quasi un legame con gli indagati. Abbiamo la presunzione di poterli leggere… è qualcosa di istintivo, appunto. Ma l’istinto non è una scienza…».
«E nemmeno una prova».
«E infatti tra… tre ore esatte potrà andar via, a patto che non salti fuori qualcosa da Medicina Legale, ma a quest’ora, ne dubito fortemente» sorrisi.
«Speriamo. Tutta questa situazione è surreale».
«Lo posso immaginare…».
«Ma lei in che veste è qui?».
«Io? Ah, sono solo quella che le porta il caffè e che garantisce la sua incolumità durante il mio turno, non si preoccupi, non sarò io a sbatterla dentro» sorrisi, innocua.
«Grazie. È sicuramente più gentile e cordiale dei suoi colleghi».
«Si figuri. Abbiamo approcci e idee diverse sul nostro lavoro».
«Non mi fraintenda, rispetto il vostro lavoro, però mi dispiace che i suoi colleghi si stiano concentrando su di me quando il vero colpevole potrebbe essere là fuori, libero… sempre se davvero mia moglie è stata uccisa».
«Lei crede di no?».
«Mah, non so più a cosa credere, sinceramente».
Era un bell’uomo sui quarant’anni e sembrava fatto apposta per recitare la parte dell’innocente accusato ingiustamente: non faticavo a credere che le presentatrici dei salotti televisivi gli sbavassero dietro per intervistarlo e fare speciali sul caso della consorte.
«C’è qualcuno che poteva avercela a male con sua moglie?».
«Che io sappia nessuno, no».
«Come mai ha deciso di non farsi assistere da un legale? Era un suo diritto» chiesi cambiando argomento d’improvviso per testare la sua reazione.
Scosse le spalle. «Sono innocente, gliel’ho detto. Farmi rappresentare sarebbe stato come un’ammissione di colpa. Volevo far capire ai suoi colleghi che ero disposto a collaborare e a cercare di aiutarli per trovare il vero colpevole, sempre, ripeto, se c’è davvero un colpevole…».
Risposta da avvocato più che da indagato. E inoltre… era la seconda volta che alludeva all’inconsistenza della tesi di omicidio. Interessante… Mi congratulai con me stessa per aver azionato poco prima la microcamera nascosta nella stanza che avrebbe registrato la conversazione.
«Mah, per esperienza posso dirle che se si sono convinti che lei abbia qualcosa a che fare con la morte evidentemente ha detto loro qualcosa che li ha persuasi di questo» lasciai cadere. «E come ha visto, non è gente che molla l’osso così facilmente».
Nessuna reazione. Nessun segno di essere intimidito. Nulla di ciò che pensava si leggeva sul suo volto. Molto interessante.
«Credo sinceramente di non aver detto loro nulla che possa averli convinti di questo».
«Magari si tratta proprio di questo allora: del fatto che lei non gli abbia detto e dato nulla in mano. Voglio dire, ogni coppia ha qualche problemino, qualche litigio, qualche brutto periodo. Nessuno è perfetto, no? E loro più di tutti lo sanno… se lei invece non ha manifestato nessuna, come dire, ombra sul suo rapporto con sua moglie, questo è sospetto per un poliziotto scafato…».
Si esibì in un sorriso amaro. «Da quando in qua la felicità e la normalità vengono considerati atteggiamenti sospetti?».
Sorrisi, stando al gioco. «Di questi tempi lo sono, mi creda».
Più parlava e più sfoggiava quei sorrisi di celluloide, e più in me si ispessiva la convinzione che l’avesse uccisa lui.
«L’ha mai picchiata?» sferrai.
«Che cosa?!».
«Chiedo: l’ha mai picchiata tanto da doverla portare in ospedale? C’è qualche documento medico che attesta delle ferite o roba del genere?».
«Ma cosa sta…».
«Solitamente è questo che li convince che c’è qualcosa che non va, che dalle botte si potrebbe passare all’omicidio… è la prassi, mi creda».
«No! Ma scherza?».
«Chiedo soltanto per capire perché ce l’hanno tanto con lei».
«Non ho mai picchiato mia moglie e non abbiamo mai avuto nessun litigio degno di nota… non ho mai picchiato una donna in vita mia, se per questo».
«Nemmeno la sua amante?» continuai, senza dargli requie.
«Ma sta scherzando? Quale amante? Io ero fedele a mia moglie…».
Notai che non la chiamava mai per nome: un meccanismo psicologico tipico di chi vuole spersonalizzare la vittima per mettersi al riparo da responsabilità e sensi di colpa. Brutto segno…
Sorrisi di nuovo. «Ma certo. Mi scusi, deformazione professionale. Tutti hanno un’amante, è una cosa assodata, lo constatiamo ogni giorno nel nostro lavoro. Però non tutti le picchiano, questo bisogna riconoscerlo».
Mi fissò stranito. Poi cercò di prendermi contropiede, chiedendomi disinvolto: «E lei? Anche lei ha un amante?».
«Certo… purtroppo non bello come lei, se mi posso permettere…».
Scosse la testa, divertito e cambiò posizione sulla sedia. «Non si offenda, ma lei è strana…».
«La colpa è di questo lavoro, mi creda. Si ha a che fare tutti i giorni con bugiardi, delinquenti, e truffatori, tanto che alla fine credo che anche noi diventiamo un po’ viziosi e, come dire, diffidenti verso gli altri» dissi tirando fuori dalla borsa le sigarette. «Ci creiamo vite parallele per sfuggire alle nostre debolezze… Fuma?».
«No, grazie».
«Io purtroppo non posso farne a meno. E qui non si può più fumare. La lascio solo per qualche minuto, posso portarle qualcosa come torno? Acqua, altro caffè?».
«No, grazie. Sto bene così».
«A fra poco allora» sorrisi alzandomi e uscendo, una sigaretta già tra le labbra.
Avevo smesso di fumare quattro mesi prima.

*

Certe indagini sono come una partita a scacchi. Giochi di pazienza e strategia. Stillicidi di mosse e contromosse ragionate sino allo spasmo nervoso, dove alla fine vince chi ha più sangue freddo, chi riesce a impedire che la stanchezza offuschi la tattica. Altri casi, invece, sono come una partita a poker. Il gioco è molto più veloce e la posta in gioco sempre più alta ad ogni mano. Più che la strategia in quei frangenti si necessita di coraggio, faccia tosta e un pizzico di follia. È un gioco più istintivo, meno dominato dalla razionalità; e per questo, molto più pericoloso.
Solitamente gioco a scacchi con gli indagati. Ma con lui non ne avevo né il tempo né una preparazione adeguata alle spalle. Dovevo improvvisare. Dovevo giocarci a poker e tentare il tutto per tutto.
Mentre scendevo in archivio, mandai nella stanza due agenti in uniforme che lo fecero alzare e lo ammanettarono, rimettendolo a sedere. Nessuna spiegazione, nemmeno una parola, come da miei ordini. Uno dei ragazzi rimase con lui, sordo alle sue domande. La recita proseguì qualche secondo dopo quando chiesi a due colleghi in borghese dell’investigativa di entrare nella stanza e fargli togliere la maglietta, sempre se lui fosse stato d’accordo. Non gli diedero spiegazioni. Acconsentì. Gli tolsero la maglietta e gli fecero delle fotografie al torso nudo.
Come avevo ordinato loro, gli intimarono sgarbatamente di rivestirsi, mugugnando insulti a denti stretti e lo fecero ammanettare di nuovo senza dargli ulteriori particolari. Uno dei due diede una pennellata personale – geniale – ringhiando prima di lasciarlo solo con l’agente: «Ringrazia che in questo Paese non c’è la pena di morte, pervertito».
Lo lasciai a mollo nell’ansia per quasi un’ora e poi tornai dentro, questa volta con una spessa cartella sottobraccio, e con i due colleghi ispettori che si disposero in piedi ai due lati della stanza puntandogli addosso degli sguardi assassini.
«Si può sapere cosa sta succedendo?» chiese l’uomo, manifestando finalmente un po’ di nervosismo.
«È meglio che chiudi quella cazzo di bocca e ci dica il nome del tuo avvocato perché ne avrai bisogno…» intimò uno dei colleghi.
«Per favore…» intervenni alzando una mano. I due poliziotti rimasero a fissarlo in silenzio come se potessero dargli fuoco con lo sguardo.
«Scusa» dissero. «Vai, è tutto tuo…».
«Gli tolga pure le manette» dissi rivolta all’agente.
«No, col cazzo che gliele togli…» ringhiò uno dei colleghi.
Mi voltai e sussurrai non così piano da non farmi sentire da lui. «Il caso ora è mio, siete qui solo per cortesia professionale… le cose si fanno a modo mio, intesi?».
Non ribatterono, come da copione.
«Si avvicini un po’ di più al tavolo, per cortesia» gli chiesi aprendo il dossier.
«Ma cosa sta succedendo?».
«Il collega ha ragione, è meglio che ci dica chi vuole che la rappresenti, la situazione si è fatta più seria del previsto…».
«Ma cosa?!».
Gli misi davanti una serie di foto. Ritraevano i cadaveri di quattro giovani donne riemerse da un fiume. Sui corpi bluastri gonfi dallo stato di decomposizione, tracce di sangue e ferite da taglio.
«Aveva ragione. Non è stato lei a uccidere sua moglie…».
Mi fissò smarrito.
«Però mi ha mentito sul resto… non mi aveva detto di… queste».
«Cosa diavolo…».
«Sta’zitto e non dire nulla finché non arriva il tuo legale, pezzo di merda» ringhiò il collega alla mia sinistra. «Ti conviene».
«Ho detto per favore… La ragazza l’ha riconosciuta. L’ha scagionata dall’omicidio di sua moglie, ma la sua testimonianza la lega a questi. Il punto è, dove si trova l’altra ragazza?».
«Quale ragazza?».
Sbuffai voltandomi di lato, come delusa e spazientita. «La ragazza scomparsa due settimane fa, corrisponde al profilo delle altre… la testimone, la ragazza sopravvissuta alla violenza l’ha riconosciuta dalle foto e dal neo sul suo torace…».
Mi fissò sbalordito.
«Esatto, figlio di puttana. Non avresti dovuto permetterci di farti quelle foto» sorrise Pintus, l’ispettore alla mia destra. «Ma ora… ora è troppo tardi».
«Pintus, per favore… E il secondo testimone la colloca sul luogo della violenza esattamente la mattina in cui sua moglie è scomparsa, scagionandola dal suo omicidio, ma inchiodandola alla sparizione della ragazza che peraltro è minorenne…».
«Questo lo sa bene perché ti piacciono giovani, eh? Ti ha visto dove la ragazza è stata avvistata per l’ultima volta. Abbiamo due testimoni a prova di bomba… sei finito» continuò Pintus.
Battei la mano sul tavolo, facendolo sussultare. «Ho detto che dirigo io la cosa! Chiudete la bocca o potete andarvene!».
Silenzio tombale. E dopo qualche secondo, tutti gli occhi di nuovo puntati su di lui, il marito.
«Qualcuno mi può spiegare cosa…».
«Ora mi ascolti bene, non le mentirò: l’ergastolo è assicurato perché queste» dissi battendo le dita sulle foto. «Nessuno la può salvare da queste, ma se ci dice dove si trova la ragazza… se è ancora viva o se invece… se invece ha fatto la fine delle altre… potremmo mettere una buona parola quantomeno sull’isolamento e…».
«Vi siete bevuti il cervello? È una tecnica, vero?».
«Una tecnica?» replicai, sgomenta. «Forse non le è chiara la gravità della sua posizione…».
«Te l’avevo detto» disse Pintus. Colpì d’improvviso il tavolo con un calcio mandandolo a sbattere contro il muro. Io schizzai in piedi all’indietro mentre Pintus afferrò il collega per la collottola sbattendolo contro il muro, gridando come un pazzo.
«Che cazzo ti avevo detto! Era lui, dovevamo fermarlo prima. E tu a stare dietro a quegli altri due coglioni, convinti che c’entrava con la moglie, guarda. Guarda cazzo!» disse afferrando le foto e lanciandole addosso contro il collega. «Era lui! Quattro cazzo di omicidi e di sicuro un altro e tu che ti sei fidato di quei due coglioni! E nel frattempo ne ha ucciso altre due! Basso profilo un cazzo, dovevamo inchiodarlo due mesi fa!».
L’agente in divisa intervenne e cercò di dividerli mentre io aprii la porta chiedendo aiuto. Altre persone entrarono nella stanza dividendo i due ispettori e portandoli fuori.
L’uomo si era addossato al muro come incastrandosi nell’angolo in fondo della stanza.
«Stia lì fermo» gli ordinai.
Uscii fuori per tornare qualche minuto dopo con un’altra collega in borghese.
Col tono spedito e brusco di chi non ha tempo da perdere dissi all’uomo: «Questo è l’avvocato Perra, era qui per altro. Ha il diritto di nominare un legale, ma se non ne ha uno di fiducia le consiglio di nominare lei, è un’ottima penalista».
«Io, non…».
«Per favore, non abbiamo tempo… la vuole o no?».
«Le consiglio di dire dove si trova la ragazza, mi creda. La situazione sta esplodendo e fuori c’è la stampa in subbuglio. Se andiamo a processo così, la vedo male, mi creda» disse “l’avvocato”.
L’uomo faceva rimbalzare lo sguardo tra me e lei, completamente smarrito.
«Come vuole, io ho cercato di aiutarla, andiamo» dissi uscendo, tirandomi dietro la collega, sorda alle grida di lui.

*

Una volta uscita chiesi a due colleghi della Scientifica di entrare nella stanza e ripetere i prelievi di dna, intimando loro di non proferire verbo.
Una volta conclusi gli esami, tornai dentro con i due ispettori e un altro agente in divisa e senza dire una parola lo facemmo prelevare e portare dentro in un’autopattuglia che partì a sirene spiegate a cento all’ora nella notte.
I giornalisti rincorsero l’auto inondandola di flash. Li avevo chiamati io qualche minuto prima dicendo che l’avevamo inchiodato: si erano accalcati come mosche sul miele.

*

Una volta che l’uomo scese dall’auto, sorretto dai due agenti, cercò di parlarmi appena ci raggiunse, ma lo gelai, alzando una mano.
«Non voglio sentire niente. Mi ha deluso. Mi ha mentito e non ha voluto il mio aiuto, le consiglio di non dire niente perché rischia di compromettere ancora di più la sua posizione».
«Ma cosa… ma quale posizione? Io non ho mai visto quelle ragazze. Cosa vi è saltato in mente?».
«Sta’zitto, eddai!» ringhiò Pintus.
«Andiamo» dissi accendendo la torcia elettrica addentrandomi verso la zona paludosa, gli occhi vigili sul terreno scivoloso.
Camminammo per una decina di minuti sordi alle sue domande e alle sue richieste di spiegazioni mentre le zanzare ci mangiavano vivi. Una volta giunti vicino al grosso scarico delle fognature, puntammo i fasci di luce verso la fogna a cielo aperto. L’odore proveniente dalla discarica era nauseabondo.
«È qui?» chiese Pintus. «L’hai scaricata qui?».
«Che cosa? Non sono mai stato qui prima d’ora, io non ho idea di dove siamo o cosa…».
«Sta mentendo» disse l’altro ispettore. «Diglielo, daì».
«Abbiamo una testimone che ti ha visto scappare la mattina della scomparsa di tua moglie da qui, le scarpe piene di fango… fagliele vedere, Carla».
Estrassi dalla borsa una busta di plastica trasparente con un paio di Hogan scamosciate inzaccherate di fango. Dagli appunti di Lopez nelle varie perquisizioni sapevo che l’uomo ne aveva un paio identiche.
«Inchiodato, coglione… come lo spieghi, eh?» disse Pintus.
«Impossibile, non sono mai stato qui…».
«Ma perché stiamo ancora a sentirlo? Tanto l’ha uccisa» sbottò Pintus. «L’ha uccisa come ha ucciso le altre».
«Dopo averla violentata…» aggiunsi, schifata.
«Assassino e pedofilo… sicuro come l’inferno che dentro te la faranno pagare cara, a costo di chiedere qualche favore, guarda…» soffiò Pintus.
«Voi avete qualche serio problema…».
Lo presi per un braccio e mi allontanai insieme a lui dal drappello di colleghi.
«Guardi che il collega non mente. Quelli come lei in carcere non durano molto. Mi venga incontro e cercherò di chiedere l’isolamento e il trasferimento in un carcere speciale… Mi dica solo una cosa, è viva o no? Basta anche un cenno del capo».
«Io non so di cosa…».
«Ascolti, la situazione è molto grave. È stato scagionato da un omicidio e incriminato per altri quattro, forse cinque, non lo so, me lo dica lei…».
«Io non…».
«La stampa è già stata avvertita, il mio collega, lui, è stato proprio lui ad avvertire i giornalisti perché vuole che il giudice ci vada pesante con la condanna. Vuole che si arrivi in aula con la stampa che sgomita e l’opinione pubblica che chiede a gran voce giustizia e il massimo della pena. Domani scriveranno che è un serial killer, perché quattro donne uccise e un’altra scomparsa, e un testimone che la inchioda sul luogo della sparizione… era una ragazzina…».
«Ma io non ero qui!».
Sbuffai un sorriso cinico. «Basta con le bugie, era qui, lo so io come lo sa lei. Abbiamo un teste, abbiamo le sue scarpe…».
«Ma quelle non sono mie!».
«Lei era qui» dissi alzando la voce. «Ora si faccia un favore e mi dica se dobbiamo cercarla o se mi devo mettere l’anima in pace… L’ha sepolta qui? Come le altre?».
Abbassò la testa, devastato dalla tensione.
«Perché le ha uccise? Mi dica almeno questo…».
Una lacrima gli solcò il viso. Appena la vidi, azionai il registratore vocale, e feci cenno ai colleghi di avvicinarsi per convalidare in seguito la confessione.
«Non le ho uccise… non ero qui quel giorno…».
«E dov’era?».
«…».
«Allora? L’ha uccisa, vero? Aveva diciasette anni… diciassette!» riniziò Pintus.
«Portiamolo dentro, tanto questo non parla, commissa’» ci diede dentro anche l’agente in divisa. «Vero?» disse dandogli uno scappellotto.
«Dai, Carla… andiamocene prima che lo ammazzi qua, guarda… c’ho una voglia…».
«Smettetela… e lei dica qualcosa, dannazione! Li vede? Pensa che stiano scherzando?».
In quel momento tutto lo stress accumulato in quei nove mesi, tutta la pressione per la recita portata avanti ventiquattrore su ventiquattro, tutte le menzogne e gli alibi studiati a tavolino eruppero, travolgendolo.
Io e miei ce ne accorgemmo e capimmo che era vicino al punto di rottura.
«Tua moglie sapeva che eri un pedofilo, vero? L’ha scoperto e si è suicidata, è così?» disse Pintus spintonandolo.
«Rispondi alla domanda» ringhiò l’altro investigatore afferrando per la collottola e scrollandolo.
«No…».
«Che senso ha mentire ora? Forza, ce lo dica. Lo ammetta» lo pungolai anch’io.
«Dai!» gridò Pintus.
«Mia moglie…» sussurrò l’uomo in preda a forti tremiti.
«Cosa?».
«Mia moglie… quello mattina ero con mia moglie…».
«Stronzate. Nei verbali ha detto che era…».
«Ho mentito».
«Ecco la cazzata delle tre e un quarto. Mo’ come potevi essere con tua moglie se abbiamo prove e un teste che ti collocano qui? Co-glio-ne! Non tirare in ballo tua moglie perché è morta e non può testimoniare a tuo favore… dicci invece dove hai seppellito la ragazza, su. È qui? Da qualche parte qui intorno?» abbaiò Pintus.
«Non so nulla di queste ragazze… non c’entro nulla… mia moglie…».
«Tua moglie cosa!» gridò Pintus a pochi centimetri dal suo volto, facendolo sussultare.
«Tua moglie ha scoperto tutto e l’ha fatta finita, o l’hai convinta tu a farlo? Dobbiamo aggiungere anche istigazione al suicidio tra i reati? Eh?» lo pressò l’altro.
L’uomo scivolò a terra in ginocchio, il mento sul petto. Scuoteva la testa, singhiozzando.
«L’ho uccisa io…» sussurrò.
«Cazzate!» gridò l’altro ispettore. «Lo sapevo che non dovevamo dirglielo. Ora si vuole sfangare i quattro omicidi addossandosene solo uno, ve l’avevo detto!».
Li allontanai con un braccio e mi rivolsi a lui prendendogli la testa tra le mani.
«Sta mentendo di nuovo. Non pensi così di alleggerire la sua posizione. Sua moglie non c’entra nulla con questa storia. Lei era qui quella mattina, l’hanno vista… basta con le bugie, per favore» dissi con tono gentile.
«No, io non ero qui» disse lui tra le lacrime. «Mia moglie… io ero con lei… col suo cadavere».
«Perché mentire ancora?».
«Non sto mentendo».
Mi fissò senza più difese e mi raccontò come e perché aveva ucciso Elsa Celeste, sua moglie.
L’apparecchiò nella tasca della mia giacca registrò tutta la confessione.

*

«Come diavolo hai fatto?» disse Lopez entrando nel mio ufficio qualche ora dopo.
Mi tolsi gli occhiali da vista e sorrisi. «Il classico “tu menti a me e io mento a te”… Qualche foto di certi vecchi omicidi dall’archivio, due colleghi annoiati che volevano giocare ai poliziotti duri e puri, urla, accuse infamanti, un po’ di teatro, un paio di Hogan prese in prestito a un collega, e una gita alle fogne in piena notte con i topi che mi sfioravano le scarpe… ovviamente vi farò avere la ricevuta della tintoria».
«Mi sembra il minimo, commissario. Sei ovviamente anche invitata a cena, scegli pure tu dove. Inchiodandolo ci hai salvato il culo…».
«Potete giurarci. Fino all’ultimo ho avuto paura che non se la bevesse… Pintus si meriterebbe l’oscar. Invitate a cena anche lui».
«Certo… comunque te l’avevamo detto, era lui… è sempre il marito, cazzo. Sempre».
«Quasi sempre, Diodato» puntualizzai. «E comunque io mi sono presa il sicuro e ho divorziato, sai com’è…».
Li feci ridere. Se puoi ridere di qualcosa, la puoi affrontare. È una legge psicologica che ogni poliziotto impara in fretta.
«Grazie, Carla. Sei davvero in gamba» mi ringraziarono prima di uscire.
Li richiamai indietro. Presi il portafoglio dalla borsetta e sfilai qualche banconota, passandogliela.
«Per cosa sono?».
«Comprate un bel mazzo di fiori e portateli alla tomba della moglie, mi sembra il minimo».
«Sei proprio una brava donna, commissario».
«Sai com’è, Lopez, facciamo ciò che riusciamo a fare…. A volte non basta, ma è tutto ciò che possiamo… State più attenti la prossima volta, piuttosto. Questa volta è finita bene, ma…».
«Ci puoi giurare. Non ricapiterà, credimi».
Se ne andarono e rimasi sola a chiedermi come sempre se le nostre azioni servissero a qualcosa. Non potevo avere una risposta. Ma qualcosa in fondo al cuore mi diceva di sì.
Sussurrai una preghiera per Elsa Celeste e mi ributtai sul lavoro.

Piergiorgio Pulixi

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