Marketing

svezzamentoQuella mattina Stefano Milesi, annodandosi la cravatta allo specchio, si soffermò a lungo a guardare il proprio riflesso: si sentiva un uomo realizzato. Aspettava quel giorno da mesi. Aveva programmato ogni cosa con cura. Nessuno avrebbe più potuto mettere in discussione il suo ruolo in azienda. Quel posto da direttore generale del marketing era suo. La presentazione della campagna di lancio sul mercato africano degli omogenizzati Giober avrebbe anticipato, di poco, l’arrivo dei primi dati di vendita. I giornalisti invitati avrebbero comunque avuto tutto il tempo necessario per le foto col presidente mentre donava scatole di prodotto alle suore di una missione in Congo: nulla come un gesto di caritatevole beneficenza avrebbe potuto risollevare l’immagine dell’azienda sia sul mercato interno che su quello internazionale!

Quell’atmosfera di successo riusciva a respirarla fin nell’atrio al suo arrivo. Un’occhiata alla segretaria che cercava di mettere a fuoco il proiettore. Un’altra alle due suore già arrivate e fatte accomodare in un salottino. Una gran stretta di mano al Presidente dava in fine l’avvio all’evento. I giornalisti potevano iniziare con le foto, mentre avevano già ricevuto domande e risposte da pubblicare nei loro articoli dall’ufficio stampa della Giober. Tutto sotto controllo, tutto perfetto. Gli omogenizzati erano disposti in bella mostra nella sala dell’incontro con la stampa. Tutti con la loro fantastica etichetta, fortemente voluta da Stefano stesso: il viso paffuto di un bambino dall’aria soddisfatta e satolla. L’eccitazione ora era tutta concentrata sull’arrivo dei primi report di vendita. Quando sul maxiproiettore comparirono percentuali tutte vicino allo zero il perfetto nodo della cravatta, realizzato con tanta cura, si era tramutato in un soffocante cappio. Come era possibile? Non poteva essere vero. Non credeva ai suoi occhi, mentre quelli del Presidente invece avevano iniziato a tremare tra lo sgomento e una rabbia mal celata. I suoi sogni di gloria stavano frantumandosi con una velocità imprevista.
In quell’aria pesante si potevano udire solo le composte risate di una delle due suore ancora in attesa di ritirare il proprio pacco dono da spedire alla Missione lontana. “Dovremo togliere gli omogenizzati dalla confezione prima di distribuirli” disse rivolta alla segretaria che aveva smesso di armeggiare col proiettore. “Perchè?” quasi sussurrò quest’ultima. “In Africa molta gente non sa leggere e così è usanza diffusa mettere sulle etichette l’immagine del contenuto”.

Gianluca Meis

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