Magic fitness

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Fu una sera di novembre che la donna entrò in palestra.
Avevano inaugurato i locali solo da due settimane e tutto profumava di pulito, anche il sudore dei commercialisti sui tapis roulant. Zona benessere, macchine massaggianti, un salone per lo spinning e uno per il Pilates: non mancava niente.
La donna aveva con sé solo una piccola borsa non adatta a contenere l’occorrente per praticare attività fisica ma nessuno ci fece caso. Il proprietario della palestra, Mario, le sorrise come se la conoscesse da sempre. Lei sorrise a sua volta. Lanciò un’occhiata al grande vassoio di mele lucide e rosse all’ingresso del locale. Sembrò rallentare per prenderne una, invece tirò dritto. Salì sicura le scale che portavano allo spogliatoio femminile, scelse un armadietto in alto a sinistra, prese dalla borsetta un lucchetto brillante e lo sistemò aperto sulla chiusura del mobile. Si guardò nel grande specchio della zona trucco. Poi svanì.

Dorotea osservò le proprie cosce riflesse nella vetrina del supermercato e scosse la testa. C’era stato un tempo in cui i ragazzi la fermavano per strada e i muratori dalle impalcature le facevano dichiarazioni d’amore.
Erano passati milioni di anni, da allora. Mise le quattro borse della spesa nel bagagliaio della macchina. Come poteva essere ingrassata così, se faticava tanto ogni giorno? Salì in auto e cercò di distendersi un attimo prima di partire. “Mi farò portare dal destino” pensò chiudendo gli occhi. Da ragazzina le riusciva. Lasciava che le cose andassero come volevano e che fosse la vita a guidarla. Quando riaprì gli occhi il vento aveva appiccicato un volantino sul parabrezza. La pubblicità di una nuova palestra.

Elsa scese dal treno contrariata. Era arrivata con trentacinque minuti di ritardo. Quarantotto euro di biglietto Eurostar per rientrare a casa fuori orario. Sua madre sarebbe già stata al lavoro e suo fratello da qualche parte dove non avrebbe dovuto essere. E poi c’era stata quella donna che in treno l’aveva innervosita. Aveva il naso a punta e una gonna che pareva muoversi anche mentre stava seduta. A tratti sembrava che i suoi occhi cambiassero forma, forse per via degli occhiali da lettura. Elsa l’aveva guardata per un attimo, in fondo era una giornalista, l’interesse per la gente che incontrava era un dovere professionale. E mentre si diceva che quella era davvero una strana donna, l’altra aveva sollevato lo sguardo e sorriso. La ragazza si era sentita come se una mano le cercasse qualcosa dentro, in profondità.
Dimmi qual è il tuo dolore segreto
– Prego? – aveva chiesto Elsa.
– Io non ho detto niente – aveva risposto lei con sguardo divertito.
Ma intanto era come se la tenesse inchiodata al sedile e continuasse a guardarle dentro. Elsa abbassò gli occhi. Le scarpe della donna. Prima erano nere, ora di un bianco accecante. Alzò gli occhi di scatto e avvampò quando ricevette in cambio un lampo da occhi ironici e gentili. Un vero lampo di luce, come un flash.
Abbassò gli occhi di nuovo, appena in tempo per vedere le scarpe diventare rosse. Quella sorrise e accarezzò un ciondolo a forma di mezzaluna. Elsa scattò in piedi. Era arrivata, finalmente.
Tornare non è quello che desideri, lo sai.
Quella voce la sentì mentre scendeva dal treno quasi correndo, fino a quando non fu al sicuro sul bus.

Anna e le sue contraddizioni. Insoddisfatta e sempre felice. Anna che per mesi era insonne e poi cadeva in catalessi e dormiva per settimane. Che si vestiva tutta di rosso, tutta di viola, tutta di verde. Era abituata a essere un bersaglio per gli altri. La amavano e la odiavano. Non potevano prenderla nè comprenderla. L’avevano derisa da bambina, a scuola. Piccoli dispetti, grandi ferite. Ora la deridevano sul lavoro. Grandi dispetti, piccole ferite. Ma lei poteva essere sottopagata, derisa, tradita e non cambiava idea sulla propria strana felicità. Anna amava la luna piena, quando faceva torte alla cannella che poi donava proprio a quelli che parlavano male di lei. Piangeva un poco e poi rideva. E quando era giù di corda preparava la borsa della palestra e di ogni cosa che vi metteva dentro inspirava l’odore buono di biancheria pulita.
Il corso di Pilates sarebbe cominciato con una settimana di ritardo perché l’insegnante aveva il raffreddore. Impossibile pensare a Camilla con il naso congestionato, sarebbe stato come immaginare la Venere di Milo in ciabatte. Lei era nata per dimostrare alle altre donne che la perfezione è di questo mondo. Esistono nasi all’insù messi tra occhi nocciola da cerbiatta, appena sopra a bocche dalle proporzioni perfette per contenere denti bianchissimi. E tutto questo anche per dare una ragione di esistere a lunghi capelli rossi dalle sfumature bionde, autostrade di gambe diritte e una discreta quantità di glutei duri come il marmo. Il seno era troppo piccolo ma le dava un’aria acerba da quindicenne, una specie di marcia in più.

Dorotea tamburellò con le dita sul bancone.
– C’era scritto sul programma che oggi sarebbe iniziato il corso di Pilates – disse con voce lamentosa. Ci teneva tanto. Voleva iniziare e il giorno doveva essere quello. Mercoledì. Il mercoledì era per le cose buone.
– Il corso comincerà lunedì prossimo, appena Camilla rientra – rispose con tono annoiato Patrizia che masticava un chewing gum. Brutta cosa, pensò Dorotea. Massimo era morto un lunedì e lei non avrebbe mai iniziato qualcosa di lunedì.
– Il lunedì non posso –
– Venga allora il mercoledì successivo –
Si sentiva le lacrime agli occhi. Il volantino era arrivato sul vetro dell’auto e lei aveva capito che doveva iscriversi. Ed ecco che c’era subito quella delusione in agguato. Non voleva tornare a casa. Non voleva aver pagato la ragazza del piano di sopra per guardare i bambini, preparato la cena, preso i cartoni animati al Blockbuster perchè stessero buoni, per poi dover tornare sui propri passi con quell’aria mogia. La ragazza guardò Dorotea e provò una strana sensazione. Una specie di pena profonda, reale. Quella donna spettinata e con le lacrime agli occhi, con la borsa fuori moda, quella donnetta patetica riuscì a strapparle un gesto tenero.
– Perchè non si cambia e non fa un po’ di tapis roulant? Le faccio vedere come funziona, è facile. Poi le accendo la sauna, così si rilassa e torna a casa dai suoi figli tutta bella –
Dorotea sorrise e le parve di non essere mai stata tanto felice. Neanche si chiese come facesse l’altra a sapere che aveva dei figli. E mentre la ringraziava con la voce e con tutta se stessa, era già al piano di sopra.
La stanza era profumata. C’erano panche nere eleganti e una poltrona rossa davanti a un grande specchio. E un armadietto aperto, con uno strano lucchetto briillante che oscillava, infilato nella chiusura. C’era anche la chiave.
Scelse proprio quello. Le parve un segno. Infilò una mano dentro per mettere la borsa.
Sorella
Si girò per vedere chi l’avesse chiamata. L’avevano scambiata per qualcun altro, lei era figlia unica. Sola. Quando i suoi erano morti. Quando era morto Massimo. Sempre sola.
Sorella
Non c’era nessuno, lì. Guardò incuriosita lo schermo ultrapiatto che trasmetteva video musicali. C’era una donna vestita di viola. Che bel colore, pensò.
Grazie
La donna dal video aveva sorriso e parlato, che buffo.
– Sei nel televisore? – chiese Dorotea ridendo per quell’ idea cretina.
Vuoi venire qui anche tu?
Che cosa strana, pensò Dorotea. Forse è una candid camera, per vedere se mi spavento. Cosa può più spaventarmi. Ho visto il sangue e tutto quello che c’era dentro al mio uomo sparso fuori, sull’asfalto. E il corpo che ho amato, che ogni notte era nel mio, l’ho veduto diventare un sasso senza vita.
– Io non ho paura di te – disse Dorotea guardando lo schermo e infilando ancora più in profondità il braccio.
Certo che non ne hai, sei mia sorella rise la voce dello schermo.
Dorotea sentì allora una mano che afferrava la sua e non ebbe neanche il tempo di meravigliarsi. Fu risucchiata dall’armadietto e cominciò a precipitare.


Elsa entrò in casa di corsa e la prima cosa che sentì fu l’odore dolciastro del fumo. Avvampò di rabbia. Chi glieli dava i soldi per la droga, a quel cretino? Si sdraiava sul divano strafatto e quando si risvegliava cominciava a mangiare come se avesse deciso di trangugiare tutto quello che c’era al mondo.
Forse lo farà
Ancora quella voce.
– Cosa vuoi da me? – urlò Elisa esasperata.
– Ehi…è solo un po’ di fumo…Vuoi? – le chiese suo fratello porgendole uno spinello. Lo guardò senza vederlo. Era diverso e basta. Fin da piccolo. Pretendeva, urlava. Otteneva così tutto quello che voleva. Con suo padre era lo stesso. Forse Fabio neanche se lo ricordava più, quell’uomo che gli aveva
insegnato ad andare in bicicletta e a giocare a pallone. Anche lui sempre con una sigaretta in mano. Elsa odiava il fumo ma avrebbe dato la vita, per annusare ancora un po’ di quell’odore che al padre restava nei capelli o tra le dita. Un figlio maschio è una benedizione: questo fu l’unico dolore che suo padre le diede, indicando Fabio aldilà del vetro della nursery. Lei da lì in poi ce l’aveva messa tutta, per farsi amare nello stesso modo. Inutilmente. Mio padre è morto di infarto mentre giocava a tennis, diceva la Rossi a scuola. Il mio di bitume mentre asfaltava una strada, rispondeva lei. Che cazzo di incidente. Morire sotto al catrame bollente mentre si lavora. Giustizia, quella Elsa voleva da venti anni. Quanti ce n’erano voluti per fare di lei una giornalista e di suo fratello un drogato.
– Vado in palestra – disse asciutta.
– Ok, c’hai mica dieci euro che ti avanzano? – le chiese lui per indispettirla.
– Vaffanculo – replicò senza una punta di affetto.
Poi fece alla svelta la borsa della palestra e uscì sbattendo la porta più forte possibile.

Anna arrivò davanti allo stabile bianco e guardò la luna che spuntava sopra al tetto. Si stava facendo freddo, la sera. Immaginò di essere tra le braccia di un uomo. Guardò con gratitudine la borsa. Visualizzò i calzini bianchi e le mutande pulite, l’asciugamano blu con i fiori rosa che le aveva regalato la mamma per il corredo, le Adidas, le ciabattine per la doccia. Tutto perfetto. Provò tenerezza e un senso di vago benessere. Sospirò e si asciugò una lacrima, poi sorrise alla luna. Perchè sono diversa? Si chiese.
Lo vuoi. Sei felice di esserlo. Ammettilo.
Non si stupì. Ogni tanto sentiva delle voci.
Vorrei solo essere uguale agli altri.
Che brutta cosa rispose la voce.
Ma così sono infelice! Protestò Anna.
E cosa vorresti, allora?
Qualcuno da amare pensò Anna mentre strisciava la tessera della palestra sul lettore magnetico. La voce tacque e Anna si sentì sola. La palestra era vuota. Patrizia non la salutò e lei la ignorò. Per una volta, al diavolo l’educazione.
Trovò confortevole il profumo dello spogliatoio. C’era nell’aria un odore dolce di cannella. Ne metteva sempre un po’ nelle marmellate. “La cannella è come l’amore” diceva sua nonna “un pizzico non fa mai male”. La sua attenzione fu richiamata da qualcosa di brillante che ondeggiava nella fila superiore degli armadietti. Qualche ragazzina doveva essersi comprata un lucchetto di strass. Buffo. Lei non amava chiudere a chiave le sue cose. Non credeva che esistesse gente capace di rubare da una borsa della palestra asciugamani o shampoo. Si doveva essere molto bisognosi, per rubare oggetti del genere. In quel caso, potevano pure servirsi. Poi le venne un pensiero. Non aveva mai usufruito del centro benessere.
– Patrizia, c’è posto nel centro benessere? –
– Mhmm – fece quella mordicchiando la matita.
Sfogliò con aria misteriosa il planning settimanale
– Mi pare di no…No, infatti. E’ tutto pieno. Si deve prenotare con qualche giorno di anticipo. Siete tanti, non si può decidere così, all’ultimo minuto –
Povera ragazzina, con le unghie di resina costruite e false come le sue ciglia e la borsa firmata acquistata da Ahmed sulla spiaggia. Guardala lì, com’è contenta, quanto si sente importante.
Il telefono squillò e Patrizia si spezzò un unghia per rispondere. Chiuse gli occhi per la stizza mentre rispondeva con vocetta forzata che sì, quella era la palestra, Santo cielo, signora Ferretti, cosa mi dice, povero Luchino, come mi dispiace,com’è successo? Suvvia un braccio rotto guarisce, certo, la cancello dal centro benessere, non importa, non si preoccupi, c’è sempre qualcuno che vuole usufruirne. Magari … all’ultimo minuto.
Anna sorrise, apprezzò la frase acidula e rimirò compiaciuta e con interesse ipnotico l’unghia spezzata. Non avrebbe fatto palestra, quel giorno. Nessuno sforzo. Visualizzò una vasca piena d’acqua, una sauna calda e accogliente e chissà quali altre meraviglie. Risalì le scale con un sorriso enigmatico e si avviò al centro benessere.

Dorotea smise di galleggiare e posò i piedi a terra piano, come se due mani forti la stessero tenendo sotto le ascelle. Era in aperta campagna, ora. Si vedevano colline sorgere in mezzo a campi lavorati. Grandi querce gettavano ombra sulla terra chiara. Era il tramonto. La notte giunse in modo improvviso e totale. Il cielo sopra di lei si riempì di stelle luminose. Si commosse.
– Massimo – sussurrò. Solo con lui avrebbe voluto dividere tanta bellezza.
La donna le si posò accanto piano. Scendeva dal cielo. Dorotea non ne fu spaventata.
– Guarda – disse indicando la volta celeste su cui stavano sorgendo tre lune, tre falci bianche dai riflessi di opale. Le lune si fermarono improvvisamente.
– Sì – rispose l’altra con semplicità.
– Sei tu che mi hai portata qui, vero? – chiese allora Dorotea a bassa voce.
La donna annuì e le prese il braccio.
Osservò la sua pelle. Cercava qualcosa di preciso.
– Dov’è? – le chiese.
Dorotea non chiese cosa, si alzò i capelli e indicò la base della nuca.
– Allora è per questo – mormorò
– Sì –
– L’ho sempre saputo, sai?-
La donna sorrise e insieme restarono ad aspettare.

Elsa entrò correndo, salutò Patrizia e le disse – Ciao bella, giornata tranquilla? – Giornata tranquilla, il mercoledì è sempre così, di sopra c’è una vedova che voleva fare Pilates ma Camilla è malata, e la solita matta che ho spedito nel centro benessere, giornata tranquilla, ma che cavolo mi sono pure spezzata un’unghia per rispondere al telefono. E tu? –
– Bene bene – fu la risposta di Elsa – ma non posso fermarmi a parlare, che peccato, voglio sbrigarmi, voglio tornare a casa da mia madre e voglio pure ammazzare mio fratello che si ammazza di canne, che vuoi farci, quando davano l’intelligenza lui si era preso un giorno di ferie –
– Ah ah – rise forte Patrizia – si sente che fai la giornalista, ne sai sempre una –
– Una più del diavolo – rise anche Elsa, facendo le scale tre a tre.
Poi entrò e vide due borsoni sulle panche, un armadietto aperto con un lucchetto luccicante forse lasciato lì da una che si credeva Paris Hilton.
Fico. Fai vedere com’è.
All’improvviso qualcosa da dentro l’armadietto l’afferrò e lei si ribellò. Eh, no. Che razza di scherzo. Un’imitazione di Scary Movie. Però la mano era delicata, non stringeva, era quasi impossibile da lasciare. Buffo. Non era una cosa spiacevole pensò, prima di finire ingoiata dall’armadietto.

Anna aprì la porta del bagno turco. Il vapore l’avvolse. Il profumo quasi la stordì. Era lo stesso che usava sua nonna, e che lei le aspirava tra i capelli bianchi e sottili quando le faceva il bagno.
– Anna partanna, il nome non inganna…- la canzonava ridendo ogni volta che la scopriva a fare qualche bricconata.
– Cosa vuol dire, nonna? – le aveva chiesto più volte.
– Tu pensaci e vedrai che un giorno lo scopri – era la risposta.
Respirò forte e le venne da tossire. Quel profumo avrebbe voluto mangiarlo fino a scoppiare. Che bello. Si appoggiò alle mattonelle e chiuse gli occhi. Capì di non essere sola. Nella panca davanti a lei c’era qualcuno sdraiato. Tossicchiò.
– Buonasera –
– Buonasera-
Meno male, era una donna.
– Mi scusi, io non avevo prenotato, mi sono infilata, così, all’ultimo momento –
– Anche io –
– La signora che doveva essere qui ha rinunciato, e … .-
– Questi benedetti ragazzi, mai fermi, mai attenti – disse la donna calma.
Si vede che l’aveva saputo anche lei, dell’incidente al figlio della Ferretti.
– Non hai messo i vestiti nell’armadietto, vero? –
– No, infatti – rispose Anna. Che strana domanda.
– E non vuoi sapere perché te l’ho chiesto? –
Anna scosse la testa e tirò su i piedi, incrociando le gambe.
– Mi avrebbe fatto comodo se tu lo avessi fatto, avrebbe reso le cose più semplici ma anche il bagno turco non è male. Sono venuta a prenderti…è per via di quello che hai sotto l’alluce del piede sinistro –
– Il segno? – rise Anna massaggiandosi l’estremità chiamata in causa – e cosa c’entra con l’armadietto? –
– Anna partanna, il segno è come il nome e non inganna – disse la donna con la voce della nonna.
La ragazza si sentì avvampare ben oltre il calore del bagno turco.
– Vieni – disse quella tendendole la mano attraverso il vapore – dobbiamo andare –

Dorotea vide arrivare le due donne dal cielo, lente. Si posarono vicino a lei.
Elsa sbatté gli occhi e la sua prima congettura fu quella di aver respirato in casa qualche fumo allucinogeno. Poiguardò meglio la donna più anziana e la riconobbe. Era quella del treno. Osservò le altre due. Erano nude. Si guardò abbassando gli occhi, anche lei lo era. Toccò il proprio braccio sinistro. Aveva quello strano neo dalla nascita e qualche volta si irritava. Ora pulsava.
Anna si toccò i capelli e sentì che si stavano allungando. Ora le toccavano i fianchi, come aveva sempre desiderato. Che magia. Guardò dritta negli occhi la donna del bagno turco e le sorrise.
– Quali sono i vostri segni? – chiese quella rivolgendosi a tutte e tre.
Ognuna indicò il proprio.
Dorotea alzò i capelli e lo mostrò alle compagne. Elsa fece vedere l’avambraccio. Anna alzò davanti a sé in alto il piede sinistro.
Contemporaneamente, in cielo le tre lune si avvicinarono.
Allora la donna fece vedere loro che anche lei aveva lo stesso segno, una mezzaluna, in tre punti diversi, sul braccio sinistro, dietro la nuca e sotto il piede sinistro.
– Vi ho scelte prima che nasceste. Vi ho dato il mio simbolo come primo dono. Il secondo è stato quello della resistenza al dolore, alla solitudine, alla paura, alla morte di coloro che amavate. Non avete perduto la speranza. Voi brillate come le tre lune nel cielo –
E indicò in alto.
– Da bambine sapevate esattamente chi siete e chi sono io, ma ora forse lo avete dimenticato. Io sono l’ultima dea. Ho il potere sulle cose della natura. Posso leggere il futuro, volare, guarire uomini e animali. Noi tutte possiamo farlo –
Le guardò e vide che capivano, perciò continuò.
– Al tempo in cui gli dei sono morti, dopo l’avvento dell’uomo sulla croce, io sola sono sopravvissuta. Uccisero bruciandole quasi tutte le mie figlie, ma io trovai rifugio nei boschi. Ho dormito per secoli, tramandando solo in minima parte il mio sapere. Per trovare consolazione a questa profonda solitudine, venivo qui, dove siamo adesso. Sapevo che sareste nate, un giorno. Vi ho desiderate libere dal dolore. Niente può ferirvi. Le iniziali del vostro nome formano il mio: mi siete insieme figlie e sorelle. Io vi ho creato aspettandovi. Allo stesso tempo voi avete creato me, permettendomi di resistere nell’attesa. Ogni piccolo gesto, ogni granello di cannella che mettevate nel cibo, ogni vostro pensiero lieto nella sorte avversa, mi ha tenuta in vita –
Si sentirono invadere da una grande felicità. Arrivarono correndo al Pozzo delle Possibilità. Poi si affacciarono e videro. Là dentro esisteva già tutto.
– Siete voi che dovete scegliere. Basterà il vostro pensiero e ogni cosa dovrà avverarsi esattamente come la vorrete – disse Diana.
Dorotea scorse i propri figli grandi e sani, felici.
Elsa sorrise all’immagine di suo fratello in giacca e cravatta.
Anna si vide al fianco del proprio collega più giovane e carino.
– E’ meraviglioso – mormorarono.
– Questi sono i vostri poteri. E quando sarete tutte insieme, ricordate, saranno ancora più forti –
Diana consegnò a ognuna un vasetto di Iperico. Non chiesero a cosa servisse. Avevano ritrovato la memoria del loro potere. Quello che gli uomini temevano e per cui le chiamavano streghe.
Volarono tutta la notte, incoronarono con fiori e frutta Diana, si intrecciarono ghirlande tra i capelli. L’alba nella Terra delle Possibilità le trovò stanche e appagate.
– Ora andate – disse la Dea – ma tornate presto da me –

* * *

Dorotea guardò l’orologio. Benedette ragazze, sempre in ritardo.
Elsa arrivò trafelata. – Eccomi, eccomi, ci sono –
Anna per fare prima parcheggiò in sosta vietata, sapendo che le sarebbe bastato un piccolo pensiero a far sparire la multa.
Pochi minuti dopo le raggiunse Camilla, l’istruttrice di Pilates. Bellissima, come sempre. Con un sorriso soddisfatto sciolse i capelli rossi e mandò allo specchio una lunga occhiata compiaciuta.
Le tre amiche annuirono e si fecero un cenno.
Camilla tolse i pantaloni e all’improvviso il tanga di seta non riuscì più a contenere un enorme sedere pieno di cellulite.

“Magic fitness : la palestra dove tutto è possibile”.

(esattamente questo, era scritto nel volantino).

Roberta Lepri

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3 pensieri su “Magic fitness

  1. Pingback: Magic fitness (da #Svolgimento) | EVAPORATA®

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