Incipit d’Autore: #Rettore Magnifico Delirio di Gianluca Meis – Vololibero editore

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Ci sono donne, o meglio, immagini di donne, che da sempre ci accompagnano. Da quando piccini restavamo ore incantati alle chiacchiere di parenti, di cui ora non ricordiamo neanche il nome, ma di cui ricordiamo sicuramente quel favoloso giro di perle, quella borsetta ton sur tone al tailleur in velluto, quei reggiseno che sfidavano, oltre che gli anni settanta, le leggi di gravità, dalla cui rinuncia consapevole, unita alla leopardiana convinzione circa la bontà delle “umane e progressive sorti” nacquero le spalline imbottite.
Ma più di tutte queste donne, nei nostri piccoli cuoricini, troneggia da sempre la mamma!
Gli italiani si sa, più che patriottici sono matriottici!
La mamma, quella enorme figura che ci riempiva di sicurezza. Sempre pronta a consolarci stringendoci ai suoi seni odorosi. Disposta a farci giocare anche coi suoi capelli, col rischio di perderci nelle sue cotonature, come Pollicino nel bosco e senza uno staccio di pagnotta da sbriciolare per giunta. Un essere misterioso, capace di far nascere in noi i più potenti sensi di colpa con i quali poterci poi comandare a bacchetta: è scritto nella bibbia: “Donna tu partorirai con dolore!” Sì, aggiungo io, ma avrai tutto il tempo che vuoi per vendicarti!


La mia mamma era una donna bellissima da giovane; convinta che la realtà fosse quella delle copertine delle riviste che leggeva. Era una di quelle che si chiedeva chi fosse il tipo nelle foto accanto a Jacqueline Kennedy. Una di quelle che poi, a trent’anni, sull’orlo dell’abisso di una zitellaggine incipiente, ha partecipato alla corsa di accaparramento di un marito: un po’ come arrivare tardi ai saldi, insomma. Quando sai che in fine quel che si trova occorre sempre adattarlo: un colpo di forbice qui, un orlo di là e via.
Mio padre è un capitolo a sé nella mia vita: la dimostrazione dell’assioma che le donne sono attratte da cose semplici e un po’ sciocche, gli uomini appunto. Di lui, da bambino, spesso ricordo solo l’odore al ritorno dal lavoro che, paragonato ai profumi della mamma, lascia intuire i perché di tante scelte future. Una volta preso da furore scientifico – e consapevole che la mia vita da privilegiato figlio unico era ad una svolta – gli chiesi: «Papà, come nascono i bambini?» La risposta fu scontata e poco fantasiosa naturalmente: «Li porta la cicogna». Non soddisfatto e acidamente incuriosito dal suo imbarazzo, ripresi: «E come è finito nella pancia della mamma?». «L’ha mangiato per tenerlo al caldo».
Mangiato? Mia mamma mangia i bambini? Mia mamma è comunista? No, non ce la vedo a sfilare con altre femministe del tempo a reclamare un uso in proprio del suo utero; e poi di rosso aveva solo delle spettacolari tinte ai capelli frutto di una mattinata di parrucchiere “fai da te” con la sorella, già di sicuro ubriaca.
La mia mamma… Un ponte meraviglioso tra l’acida follia e la perpetua convinzione che i travestiti non potranno mai essere che una pallida imitazione.
Ma tra tutti i giorni di una sciagurata infanzia passata a sopportare di non essere quello che gli altri volevano, il più terribile era la domenica. Non del tutto ancora ripresomi dalla settimana a scuola, il risveglio domenicale è sempre stato una delle cose più traumatiche di un’infanzia mai riconciliata con se stessa. Nell’ordine mi aspettava: la messa, il rito del pranzo da famigliola felice ed infine la visita a qualche lontano parente.
Andiamo con ordine. Mia madre iniziava la mattina presto con l’immergere me e il mio povero fratello nella vasca da bagno, riuscendo a raggiungere angoli del nostro corpo, allora ancora inesplorati, per depositarvi la sua idea di pulizia, molto simile ad un rito di espiazione da monaco medievale. Il passo successivo era il vestirci con i sacri abiti della festa: improponibili giacchette dotate di pantaloni in tinta e all’interno dei quali era pressoché impossibile sentirsi ancora dei bambini. Il guaio era che, per paura che arrivassimo tardi a messa, eravamo sempre e costantemente in anticipo, cosicché toccava attendere i primi rintocchi della funzione seduti e composti per non sgualcire o, peggio, sporcare gli abiti. La messa scorreva piuttosto velocemente anche perché ne passavo la durata a criticare i vestiti altrui: già allora avevo una buona dose di veleno che, per quanto acerbo, mi consentiva esilaranti pensieri sugli sventurati compagni.
Il peggio comunque doveva ancora venire e stava nelle riunioni familiari del dopo pranzo, dove venivamo dati in pasto a persone che ci auguravamo, crescendo, di non rivedere mai più. Dato che eravamo piccoli e indifesi, queste persone, si sentivano in diritto di impicciarsi degli affari nostri e ci deliziavano con le loro stupide opinioni che potevano scaricare solo su noi bambini, perché nessun adulto con un briciolo di dignità gli avrebbe dato retta. Se colti a giocare con cuginette e amichette del posto subito venivamo assaliti da domande su futuri matrimoni, primi baci e impropri fidanzamenti: erano talmente interessati dalla nostra vita sessuale futura da indurmi a pensare di essere totalmente frustrati dalla loro vita sessuale presente.
“È la tua prima ragazza?”. “Ma voi due, piccini, fate davvero sul serio?”. “Quando avete intenzione di sposarvi?”. “Perché stai giocando con la bambola della tua cuginetta?”. “Non credi che i maschietti non dovrebbero star qui in cucina con le donne?”. “Perché non vai a giocare con gli altri bambini?”. “Hai già deciso chi sposerai da grande?”Sull’ultima domanda ero preparato. Aprendomi ad un largo sorriso e sapendo di ottenere un buon effetto di disapprovazione misto a stupore, rispondevo deciso: Rettore!

rettoreEra il 1980. La vidi per la prima volta in televisione restandone rapito. Una serata di canzoni e varietà in TV: Un disco per l’Estate. I miei genitori se ne stavano a chiacchierare seduti al fresco del cortile con altri vicini, la televisione era tutta mia. Mi era persino concesso di stare alzato un po’ di più visto che ero in vacanza. Capello corto biondissimo, trucco pesante sugli occhi che insistenti primi piani restituivano in tutta la loro espressività. Un abito in bianco e nero, così come lo smalto per le unghie: su una mano nero, sull’altra bianco. Anche ballerini e musicisti tutti in bianco e nero. E poi la canzone: Kobra. Al serpente protagonista – per me ovviamente all’epoca non v’era alcun doppio senso equivoco – era pure dedicato il balletto: due passi in avanti con le gambe leggermente divaricate e poi le braccia in alto, parallele ma con le mani perpendicolari. In altri momenti della canzone invece, sia Rettore che i ballerini, mettevano un braccio di lato e l’altro a seguire dietro al collo. Tutto a ritmo di musica. Ne fui entusiasta. Presi nota del nome della cantante e dal mattino seguente iniziai a chiedere a mia madre di comprarmi il disco. Lei fingeva una volta di non capire e l’altra di non avere tempo. L’occasione arrivò durante una passeggiata ad una fiera di paese la domenica successiva. Mio padre mi aveva promesso che se avessi fatto il bravo mi avrebbe comprato qualcosa di nuovo per il mio mangiadischi, dal quale lui per primo era stufo di sentir suonare sigle di cartoni animati o favole sonore. Di fronte ad una bancarella con decine di audiocassette, 45 e 33 giri, gli ricordai l’impegno che aveva preso: “Dai, scegli tu quello che ti piace”. Non me lo feci ripetere due volte e al venditore appoggiato al furgoncino, con tanto di sigaretta d’ordinanza in bocca, chiesi deciso Kobra! Mia madre scoprì l’acquisto a cose fatte, con me già seduto in auto e tutto intento a rigirarmi tra le mani il disco, pregustando l’arrivo a casa. Quel 45 giri, neanche a dirlo, lo conservo ancora con maniacale cura: sulla copertina la celeberrima immagine di Rettore con dei denti aguzzi all’interno della bocca spalancata e le pupille come gli sfondi delle figurine più di moda all’epoca, le quali restituivano varie sfumature a seconda dell’inclinazione a cui erano esposte alla luce. Il vinile aveva la parte stampata di colore azzurro sulla quale campeggiava un arcobaleno al cui centro vi era il nome della casa editrice: Ariston Music. I giorni seguenti furono interamente dedicati ad imparare la canzone, a rifarne goffamente il balletto, quando non visto da nessuno, finché quelle parole e quel motivo non entrarono anche nelle orecchie di mia madre che prese pure a canticchiarla mentre cucinava, ancheggiando vistosamente e chiedendomi di partecipare allo show casalingo.
Fu così che Rettore divenne la mia fidanzata ufficiale, quella da evocare ad ogni curiosità di parenti o sconosciuti circa le mie future intenzioni coniugali (…)

Gianluca Meis vive e lavora a Padova, dove si è laureato in Psicologia. Nel 2007 ha pubblicato il suo primo libro, Traffico intenso sulla Serenissima (Edizioni Libreria Croce) e, nel 2009, ha partecipato, con un suo saggio-intervista su Paolo Poli, al libro di Andrea Jelardi In scena en travesti (Edizioni Libreria Croce), curato dalla critica Vittoria Ottolenghi. Nel 2010 è la volta del pamphlet I gay vanno in paradiso? (18:30 Edizioni). Nel 2013 un suo saggio sul camp è stato inserito in Crisco Disco (Vololiberoedizioni) di Luca Locati Luciani. Cura con altri scrittori il blog letterario http://www.svolgimentoblog.com. Ha pubblicato racconti e articoli per varie testate cartacee e online. Fa parte di una compagnia teatrale ed è il presidente dell’Associazione Teatro Amatoriale di Padova.

“#Rettore – Magnifico Delirio” è un libro particolare perché “interattivo”: grazie infatti alla tecnologia dei QR-Code è possibile esplorare i “mondi paralleli” del pianeta Rettore. Video, musica e molto altro è facilmente raggiungibile con un semplice smartphone o tablet o direttamente con il proprio EBook Reader.

Per sperimentare cos’è e come funziona un QrCode inquadra con il lettore ottico del tuo smartphone questo codice e vai al link indicato:

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Il libro verrà presentato per la prima volta a BookCity Milano presso il Teatro Dal Verme. Insieme all’autore ci sarà anche RETTORE! Qui l’evento 

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