Zio Fernando

downloadQuasi tutte le domeniche zio Fernando passava a prendermi per portarmi a giocare a calcio. Piccole trasferte dei paesi della zona. Non era tecnicamente mio zio, era l’allenatore della nostra squadra, ma io dovevo chiamarlo così perché si presentava a casa nostra con il cappello in mano e aveva un modo di fare che mia madre definiva squisito, cioè sorrideva, chiedeva sempre a tutti come stavano, e spesso aveva un mazzo di fiori per mia sorella. Credo avesse ventiquattro anni, a me sembrava un vecchio. Aveva un grosso naso carnoso, portava i baffi, fumava in continuazione, guidava sempre troppo forte e ignorava gli stop. Ricordo che a ogni curva mi tenevo forte alla maniglia, lui mi guardava nello specchietto e rideva facendo risuonare il fondo limaccioso dei suoi polmoni guasti. Quando volevo prendere un sorso dalla mia lattina di aranciata, dava una frenata improvvisa e mi faceva sbrodolare.

Un giorno che era con me gli diedero la multa. Tentò di negoziarla, ma poiché non era esperto di femmine con autorità, scelse dei giri di frase sbagliati e la vigilessa gliela raddoppiò. Quando ripartì, penso avesse dimenticato che ero in macchina con lui. Ma perché proprio a me, stronza di una stronza, non me lo spiego, non fece che ripetere per tutto il viaggio di ritorno.
Avevo nove anni ed ero un secchione come pochi. “Sei poco versato nei calcoli statistici”, gli chiarii. “Tu guidi veloce tutti i santi giorni. Secondo la distribuzione di frequenze…”


Non capì, mi interruppe con uno schiaffo e un manrovescio, poi un altro manrovescio e ancora uno schiaffo, ricordandomi involontariamente che invertendo l’ordine dei fattori il risultato non cambia. Fu di cattivo umore per tutto il giorno, e quella domenica dovetti fare a meno del cono cioccolato e pistacchio che non mi era mancato mai.
Zio Fernando aveva un numero di problemi. Il suo problema principale era l’ignoranza delle principali leggi che governano il cosmo. Il suo secondo problema, che gli piaceva mia sorella maggiore, Lisa, diciotto anni appena compiuti. Il terzo, che avevo potuto verificare durante il suo colloquio con la vigilessa, che non riusciva a valutare quanta influenza una persona potesse avere sulla sua vita. Il quarto, non saper collegare bene causa ed effetto. Il quinto, il non rendersi conto che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.
Mia sorella non era né brutta né carina. Aveva due begli occhi scuri e una fessura tra i denti davanti che scrutava in continuazione allo specchio con occhi addolorati e schifati. A scuola non studiava, non era curiosa dei fenomeni naturali e delle leggi chimiche e fisiche. Viveva anche lei nell’ignoranza delle principali leggi che governano il cosmo. Passava il tempo a leggere giornali inspiegabilmente pieni di persone che si baciano e di accuratissime descrizioni dei vestiti e trucchi e pettinature di attrici e cantanti. Quando ero con lei non sapevo mai di cosa parlare. Ma ancora più della fessura tra i denti, Lisa era ossessionata dal peso. Credo che sì, avrebbe potuto perdere quattro o cinque chili senza danno, ma non era certo grassa come si credeva. Una ragazza come tante, non tanto alta ma tutto sommato ben fatta.
Un giorno che stava leggendo un articolo sui colori che fanno sembrare più slanciati, mi avvicinai e le chiesi:
“Lisa, cosa vuol dire culona inchiavabile?”
Lei arrossì, sbatté il giornale sul letto e mi chiese: “Gregorio! Ma chi ti insegna certe parole?”
“Zio Fernando. Ha detto che sei una culona inchiavabile e un’illusa. Cosa vuol dire inchiavabile? Culona penso di averlo capito.”
La domenica successiva zio Fernando non si presentò e finalmente presi ad andare alle partite con i genitori di Mario, che leggevano Scientific American e e sapevano un sacco di cose fighe su tutto, dalla fisica quantistica ai Bonobo, alla precessione degli equinozi al paradosso di Schrödinger. La mia conoscenza delle principali leggi che governano il cosmo crebbe in maniera esponenziale.

Sergio Sessini

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