Riflessioni

imageChiara spostò lo sguardo da Massimo a Fabrizio. Visti così da vicino, seduti uno di fianco all’altro si rese conto di quante cose i due uomini avessero in comune e le venne da sorridere. Ma il momento non prevedeva sorrisi, almeno non da parte sua. Cercò di riportare l’attenzione su quello che stava dicendo Massimo, suo marito, anche se non aveva voglia di stare davvero ad ascoltare.
Si sforzò di mantenere un’espressione neutra per non far trasparire il suo stato d’animo. Non voleva essere lei a fare qualcosa che potesse turbare l’apparente equilibrio della situazione: un tavolino d’acciaio rotondo in un angolo appartato di un locale nel centro storico, stuzzichini, una bottiglia di vino e tre bicchieri.
Una trentenne, suo marito e l’amante di lei.
Prese il suo bicchiere e guardò il vino in controluce.
Merlot a luglio, pensò, l’hanno ordinato per me che non bevo bianco. Ne assaggiò un sorso e trovò curioso il fatto di riuscire a gustarlo pur essendo sospesa in questa situazione irreale. Trovò bizzarra, tutto sommato, anche la calma con cui si era seduta quando, arrivata nel locale, si era accorta che i due erano al tavolo assieme. Chissà di chi era stata l’idea dell’imboscata, si chiese per un attimo, chi aveva deciso di chiarire la situazione. Ma non si soffermò a lungo sul pensiero: non aveva voglia di immaginarli al telefono mentre parlavano di lei e si accordavano sull’incontro, non voleva saperlo. Massimo stava ancora parlando, il tono forzatamente pacato per mascherare la tensione, lo sguardo intenso e un impercettibile tremito alle mani. Belle le sue mani, l’avevano sempre attratta. Dita lunghe, glabre con le unghie a mandorla.

Le piaceva accarezzarle piano, baciare lentamente le dita poi succhiarle. Si rese conto che da tempo non lo faceva più e se ne chiese il perché. Eppure non sentiva meno amore per lui di quanto ne provasse dieci anni prima, quando si erano conosciuti all’università. Il loro era un rapporto fatto di interessi condivisi, scelte comuni e tempo passato serenamente assieme. Massimo era dolce e premuroso, poco passionale forse, però solido e costante. Era come una montagna: ci si poteva appoggiare ma non si poteva smuovere. Inoltre tendeva ad affrontare la vita con rigidità condita da una coerenza assoluta. Probabilmente l’idea dell’incontro era sua.

Chiara spostò lo sguardo sulle mani di Fabrizio: erano molto meno belle con le dita corte, tozze e pelose. Lei Fabrizio non l’aveva cercato, non era una di quelle mogli insoddisfatte in cerca di avventure gratificanti. Le tornò in mente Vonnegut: «I veri problemi della vita tendono a essere cose che mai prima hanno incrociato le vostre preoccupazioni. Quel tipo di cosa che ti fulmina verso le quattro di un martedì qualunque». E in un pomeriggio qualunque Chiara aveva convocato una riunione, stava lavorando a un progetto cui teneva particolarmente nel quale cercava caparbiamente di coinvolgere anche gli altri manager dell’azienda. Un’ora dopo, senza aver preso decisioni, erano usciti tutti troppo precipitosamente lasciandola sola a galleggiare in un lago di frustrazione.
Chiara aveva chiuso la porta poi si era lasciata cadere di schianto sulla sedia, aveva appoggiato una mano sugli occhi e si era lasciata andare in un infantile pianto liberatorio. Fabrizio, che era tornato indietro per discutere un dettaglio, vedendola così aveva subito richiuso la porta. Poi le aveva offerto un fazzoletto bianco di bucato.
– Credevo che non si usassero più di stoffa, grazie. – gli aveva detto, con il viso bollente, sorridendo e tamponando gli occhi – Sono messa tanto male?
– No, se come me vai pazzo per i panda. – le aveva risposto – Aspetta, ti levo i segni. Aveva ripreso il fazzoletto e si era chinato su di lei. Dopo averle tolto le tracce di trucco con l’angolo del fazzoletto, le aveva preso il viso tra le mani e l’aveva baciata a lungo.
Il ricordo dell’intensità di quel bacio le fermò il fiato. Inspiegabile quella sintonia di pelle con un uomo con cui non aveva nulla in comune se non il lavoro: interessi, gusti, abitudini erano diversi e inconciliabili. Ma nonostante la testa le dicesse che non c’erano i fondamenti per costruire nulla di solido, quando lo vedeva, la pancia prendeva il sopravvento. Forse aveva bisogno di quel suo modo di trattarla come una cosa preziosa, di non darla mai per scontata. Probabilmente c’entrava anche la sua capacità di farla sentire leggera, come se i problemi tendessero a ridimensionarsi per poi perdere importanza, quando ne parlava con lui. Chiara posò il calice e provò a intercettare lo sguardo di Fabrizio sperando in un suo segno di complicità, ma lui era concentrato sulla rotazione del bicchiere come a voler individuare un responso negli archi lasciati dal vino sulle pareti bombate.
Si sentì sola e l’insofferenza cominciò a crescere. Sentiva i piedi smaniosi nei sandali e le gambe formicolare di energia nervosa. Cercò di alleggerire la tensione ruotando le caviglie e allungando le gambe una per volta, con cautela, per non toccare nessuno dei due. La gonna di lino nero era salita troppo e un pezzo di coscia si era appiccicato alla plastica della sedia di design. Spostò il peso prima su un gluteo e poi sull’altro e cercò di sistemare meglio la gonna, tirandola per coprire le gambe fino alle ginocchia. Poi le incrociò di nuovo. Si detestò per averlo fatto: come se avere delle belle gambe e lasciarle esposte all’ammirazione fosse una colpa. Riprese il bicchiere per lo stelo e sorseggiò un po’ di vino.
Chiara non avrebbe mai immaginato di trovarsi in una situazione così banale: lei, lui e l’altro. Eppure i suoi due uomini erano lì, e invece di trovarli ridicoli, li sentiva molto veri nella loro sofferenza.
I suoi due uomini.
Assaporò il concetto, inclinandolo mentalmente per ammirarne tutte le sfumature, lo fece fluttuare e lasciò che si depositasse. A volte aveva fantasticato di come avrebbe dovuto cambiare la sua vita se avesse dovuto optare definitivamente per uno solo dei due. Ma per lei Massimo e Fabrizio erano complementari e sceglierne uno avrebbe significato dover rinunciare a quello che le dava l’altro.  In fondo, pensò, non è che l’asino di Buridano non ha saputo scegliere, ha consapevolmente scelto di non scegliere.

Scostò la sedia dal tavolo, si alzò in piedi e li guardò.
– Finito? Vi aspetto a casa. – disse. – Assieme.

Manuela Barban

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