A.F.A. (Adoption Faith Agency)

spruzzinoAfa. Afa. Afa. Calore. Calore. Pace. Rilassato. Il duca bianco nelle orecchie mi canta di amori alieni. Magnifico. Il mare splendido sostiene il mio ritmo vitale. Quando mi lucertolizzo al sole ogni movimento va ben ponderato. Con calma. Senza sussulti. L’unico movimento che la mia mente mi concede è l’uso del polso annesso avambraccio che cerca alla cieca lo spruzzino nello zainetto. La temperatura sale e la mia pelle frigge quindi urge una fresca spruzzatina nebulizzata veloce et voilà si risolve tutto senza ustioni. Cerco. L’avambraccio si muove sinuoso come un cobra. Rapido e preciso. Molto preciso. Scava. Smuove. Fruga. Niente. Come niente??? Oddio non l’ho portato!!! Tragedia! Ora, o esco dallo stato lucertoloso e mi trascino fino al mare come un tricheco, o muoio qui facendomi mangiare dai granchi. La scelta è difficile. Ci penso immobile fino a che non sento puzza di bruciato. Devo muovermi. Mi rotolo sul telo. Mi sollevo lento. Scruto il mare abbagliante e tra i riflessi si palesa un autentico miraggio!  Abituo un attimo gli occhi offesi alla luce ed ai scintillanti riflessi marini. Non è un miraggio. Vedo un’imponente figura maschile che ondeggia carico di doni. Un re magio del mare. Un portentoso ragazzo di colore nella sua splendida tunica arancio nera cammina lento come un cammello sulla sabbia infuocata. Nel suo magico carico di borse e borsoni intravedo appesi un set di sublimi spruzzini.

Lo voglio, come la mirra. Con un balzo da bradipo anziano mi alzo e vado incontro alla mia salvezza. Sono salvo. “ Hei, ciao amico, mi hai salvato. Cercavo giusto uno spruzzino. Vedo che ne hai due. Ottimo. Ne prendo uno. Grazie.” Il giovane mercante sabbioso mi sorride con tanti tanti grandi denti. Gioviale e amichevole. “Pronto dottore. Ne ho uno verde e uno giallo. Quale vuoi?” sorride “Ma dai fai tu. Per me è uguale. Dai dammi quello verde.” Ok. Dottò ti do il giallo perché è il colore dell’oro e porta bene” e ride di gusto. “ Ok. Vada per l’oro. Alè” pregusto già la fresca spruzzatina. Splendido. “No dottò. Giallo no. Ora ricordo che è rotto!” “Ok. No problem. Prendo il verde” dai dai dai dai mollami lo spruzzino adorato. Scalpito nervoso. “Verde passi, giallo attento” e ride di gusto nuovamente. Io interdetto gli chiedo “ Scusami ma perché te lo porti dietro allora?” “Dottò fa numero. Questo è puro marketing da spiaggia” e ride. Solo ora noto bene cosa si porta dietro. Tutto. Secondo me se gli chiedo una lancia per un sassofono o una testina shure per il mio piatto vintage ce l’ha! “Ok. Mi ha salvato sai. Quanto ti devo che prendo i soldi?” “Solo due euri dottò, siamo tanto economici” sempre con una simpatica risata accomodante. Vado al loculo a cercare le palanche e…catanazzo! Ho solo il pezzo arancio. Cinquanta euro!!! “ Senti scusa, sono mortificato devi cambiarmi. Ho solo cinquanta euro” e qui la faccia del simpatico mercante sabbioso si sgonfia come un cannotto che becca la spina dorsale di uno scorfano incazzato e mi fa un uaaaaaaaaaaaaaaaaaa…come quando entri alle poste tutto contento e pimpante, in una bella giornata di primavera, e trovi una fila di duemila persone prima di te che devono fare un operazione difficilissima e c’è l’operatore che sta quasi per suicidarsi dietro allo sportello. Ecco, in quel uaaaaaaaaaaaaa sgonfiante c’è quel mondo lì. In quel momento voglio sprofondare e sparire nella sabbia lasciando fuori solo la mano e la banconota sventolante tra le dita. “Dottò, non vi preoccupate, Risolviamo” Perentorio. Deciso. Determinato. Scava nel suo borsellino e tra monete varie e qualche banconota da cinque euro arriviamo a non so quanto. “ Dottò, aprite la mano” io autonomamente obbedisco “un euro…due euri…cinquanta…venticinque….altro euro…cinque euro! questo buono…altro cinque…vedi dottò piano piano ci arriviamo” io intanto conto i sassolini con la punta dei piedi nella sabbia senza avere il coraggio di guardarlo in faccia. Caspiterina ma quanti sassolini strani che ci sono nella sabbia. “Dottò, siamo a 14 everi e venticinque, quanto manca?” Oddio mi ha chiesto quanto manca? Ma io voglio solo morire. Non so quanto manca. Centotrenta euro? Di più? Di meno? Quanto sta il dollaro? E lo yen? Improvvisamente il giovane venditore mi sveglia dal coma finanziario con un richiamo fortissimo “ Madeeeeeeeeeellllllllllllllllllllllllll…” Ora questa scena è bellissima e meriterebbe un bel rallenty. Tra i bianchi pancrazi ondeggianti vedo spuntare lei. Madel. Una splendida donna di colore, rotondetta nelle forme ma armoniosa e dal portamento nobile. Veste un abito color melenzana ed un copricapo modello Moira Orfei porpora. Tante collanine colorate, e un viso luminoso e gentile. Sollevando sbuffi di sabbia, che il rallenty enfatizza egregiamente, giunge a noi, leggiadra. “Madel, debeghè daghel du cobà euro?” ecco quel che comprendo. Euro l’ho capito benissimo però. Madel apre il suo portamonete damascato e con dita morbide e curatissime, ingioiellate da voluminosi anelli con pietre gialle e verdi, raccoglie altro luridissimo denaro. In quel magico momento per me il denaro è guano di gabbiani e vorrei rinunciare a tutto. “Dottò ecco altri euri. Piano piano ci stiamo arrivando” e ride. Onestamente non so più a quanto ammonta la matassa danarosa che ho sulla mano paralizzata come tutto il resto del corpo. Poco più mi frega. Rompe lo stato ipnotico un altro potentissimo richiamo. “ Looooooooorbiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii…” Tra le dune in mezzo al canneto si materializza un magrebino. Peserà forse trenta chili. Non di più. Capelli brizzolati e bruciato dal sole. In leggero controluce riesco a vedergli pompare il cuore e gonfiare i polmoni. C’è anche qualche dattero nello stomaco, e ho riconosciuto anche la silhouette di un osso di seppia. Indossa un paio di calzoncini logori e nulla più. Sulle spalle porta una lunghissima pertica con appeso sopra l’ira di dio. Il trionfo della plastica estiva e giocosa. Secchielli, palette, aquiloni, canotti, salvagenti, materassini, paperelle, piscine, palloni. Il paradiso dei bimbi e la rassegnazione dei genitori. Lorbi si avvicina lento ma parlante in stretto magrebino. Molto stretto. Sospetto che abbia qualcosa di brutto da dire al suo dio. Anche perché mi sembra di scorgere sulla sua testa Allah in una nuvoletta sabbiosa che gli martella il capo con dei pugni poderosi. Più si avvicina e più mi rendo conto che è così. “ Dabì ammamed sarast stugulamand sarid mahatat…” non conosco l’arabo ma il tono astioso mi fa sospettare tanti conti in sospeso col suo dio, cose brutte brutte. Alcuni gabbiani sentendolo arrivare smettono anche di gridare e pescano guardinghi e silenziosi. “ Lorbi, debeghè daghel du cobà euro?” ecco la richiesta ufficiale. La parola euro l’ha capisco sempre benissimo. Lorbi, parcheggia la pertica, scava nelle tasche del logoro pantaloncino di colore indefinito e tira fuori una manata di monete, dei pistacchi e qualche bancanota sgualcita e sudata. Porge il malloppo al venditore sabbioso e mi sorride. Pochi denti. Molto pochi. Ma un sorriso stanco e tenerissimo. “Dottò ecco qua. Ci sono tutti. Quarantotto euri precisi!” ride allegramente felice e soddisfatto, aggiungendo tra le risate ma più discretamente “Dottò, qua stiamo tutti inguaiati. Ma ce l’abbiamo fatta!” Vero. Faccio di si con la testa guardandolo questa volta nei suoi occhi neri africa. Ce l’avete fatta ed io con voi, nobile Madel e tenero Lorbi. Questo lo penso sorridendogli. Ma ancora non so il suo nome. Come si chiamerà il giovane mercante sabbioso? “Mi chiamo Papa dottò. A servirla” Mi sorride e accenna un improbabile inchino. Per un momento ho immaginato Papa stracarico di borsoni e vestito di bianco affacciarsi alla finestra benedicendo e salvando il mondo col suo sorriso.

Roberto Testa

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