Di che colore sono i miei occhi?

Un racconto veneziano di Bianca Garavelli

venezia«Di che colore sono i miei occhi?» mi chiedo questo stamattina, guardandomi allo specchio.
Ma più che pormi una domanda, ho fatto una scoperta: ci sono nuovi colori nell’iride dei miei occhi. Il nocciola scuro impallidisce verso l’ambra chiara, con qualche lampo di verde. Il tutto contornato da una sottile striscia nera, che stabilisce il confine fra il centro di questa cellula luminosa e il suo bianco territorio che attira la luce del mondo.
Avevo sempre definito i miei occhi semplicemente “castani”, come appariva scritto sotto la foto nella mia carta di identità. Ma poi, la carta è andata persa, dopo un borseggio con destrezza sulla banchina di una stazione, e da allora non ce l’ho più. La definizione non esisteva più. I miei occhi erano liberi di indossare il colore che più desideravano.
Forse, invece, questi colori ci sono sempre stati. E io non li avevo visti. Oppure, ci sono davvero solo da oggi, il primo giorno di settembre, un giorno che appare ancora più di svolta, perché piove e il cielo è grigio.
Ma se non fosse così, se ancora ci fosse il colore del sole sopra e intorno ai nostri movimenti, alle calli e ai canali, che cosa sentirei nel cuore? Ancora l’estate. Ancora il calore, la giovinezza, l’energia. Soltanto alla sera avrei il sentore della fine della stagione, quando la luce precipita sempre più in fretta verso la notte. E anche noi allora precipitiamo in un’attesa angosciosa di qualche evento invernale che verrà.


Invece piove, e l’aria è diventata di colpo fredda. Il cielo rispecchia già la tristezza dell’inevitabile passaggio da una stagione piena di promesse a una piena di incertezza, instabilità e difficoltà.
Ma, a pensarci, che cosa promette davvero l’estate? Che cosa ci illude di poter avere, quando sappiamo benissimo tutti che non porta a nulla di più splendido di quanto essa stessa sia, ma anzi conduce senza dubbio alla povertà dolce dell’autunno?
Ora, proprio in questi giorni, ho notizie di amici che si stanno trasferendo o si sono già trasferiti a Venezia. Venezia è una calamita che esercita la sua attrattiva sul mondo. E il suo cielo, ieri sera, è stato generoso. Dopo un giorno piovoso, la sera ci ha regalato minuti magnifici di luce rosa, accesa sulle facciate silenziose, sempre presenti e in attesa di avere la nostra attenzione, sull’altra sponda della laguna.
Noi, tre amici attirati allo stesso modo dalla bellezza, siamo rimasti in silenzio, a celebrare senza parole quello che sapevamo sarebbe stato un momento finitissimo, soltanto un soffio, una minuscola scintilla nella grande luce del cosmo, eppure proprio per questo incessante, infinito. Impresso in eterno nella storia dell’universo.
Ci siamo mossi con dispiacere, staccandoci con tristezza dal nostro punto privilegiato di osservazione, quasi un balcone che Venezia offre a chi aspetta il vaporetto che porta direttamente all’isola del Lido.
Ci aspettava qualcosa di piacevole, una cena fra amici che non si vedono spesso, ma che proprio per questo passano insieme ore indimenticabili. Costruiscono solo bei ricordi. Danno uno spessore positivo alla loro amicizia, incontro per incontro, ricordo per ricordo.
Ma ieri sera c’era un’altra emozione in me, oltre alla gioia di rivedere gli amici veneziani, nei giorni della Mostra del cinema, come ogni anno.
Il pensiero di un altro incontro, insperato, non dato per certo fino all’ultimo. Anche questo, un incontro con un amico già noto, che non si incontra spesso, anzi che non si incontra quasi mai.
Un amico che può dare un’emozione più forte dell’amicizia.
Ora so che Venezia può essere complice di questo dono.
Non mi ero mai chiesta, prima, come avrebbe potuto essere la relazione con quest’uomo. Avevo avuto, soltanto, qualche percezione, appena accennata, sottopelle, durante una conversazione con lui, qualche anno prima, la mattina durante la colazione in albergo di una bella città delle Marche, dove avevamo partecipato entrambi a un convegno. Ricordo che mentre parlavamo di noi e delle nostre attività, dei nostri progetti, un gatto aveva camminato con grazia sui davanzali delle finestre della sala, proprio di fronte a noi. Ci eravamo sorrisi, con uno sguardo d’intesa che mi aveva fatto sentire più vicina a lui. Poi, entrambi eravamo partiti, avevamo lasciato quella bolla di complicità e calore che ci aveva, per qualche minuto delle nostre vite, uniti.
Sono passati molti anni, da allora, in realtà.
Anni in cui non ci siamo mai incontrati, né sentiti. Se non per scambiarci le nostre nuove pubblicazioni, o per incontrarci, per caso, senza darci appuntamento, a eventi letterari a cui entrambi eravamo stati invitati. E, di nuovo, quello sguardo di intesa, di complicità, ma nascosto dietro un velo di riservatezza e smarrimento.
E poi, in questa estate diversa dalle altre, più piovosa e fresca di una consueta estate mediterranea, dopo un nuovo suo libro e la promessa di una cena a lungo rinviata, era nato il patto di incontrarci a Venezia. L’idea gli era piaciuta subito. Forse perché nel pacchetto era compresa Venezia, con la clausola di incontrare oltre a me anche gli altri amici, editori e scrittori, conosciuti attraverso libri e mai visti di persona. Una specie di grande famiglia nomade, che aveva trovato in Venezia un’accoglienza, un sollievo, una possibile nuova apertura. Un futuro in questa calamita della bellezza che sembra poter ricevere e unire.
È un giorno placido, nella sua aura autunnale. Un giorno giusto per aspettare qualcuno che sta per arrivare finalmente, dopo qualche incertezza.
C’è il progetto di vedere il nuovo film di un importante regista italiano ad accomunarci. Potremmo scoprire che cosa c’è veramente dietro i nostri sguardi.
Guardo di nuovo i miei occhi allo specchio. Il colore è diverso, ora non ho più dubbi. Sono più chiari, luminosi, con una sfumatura verde che prima non avevano.
Penso agli occhi di lui, del mio amico che sta per arrivare. Penso a come possa essere difficile ricordare il colore degli occhi di una persona che non abbiamo visto quasi mai. E anche a come sia difficile ricordare il colore dei miei, di occhi. Per me, che dovrei conoscerlo bene.
Ora lo aspetto nella hall dell’albergo che ha prenotato dopo le mie indicazioni, mentre gli altri amici sono andati a fare una passeggiata, prima di incontrarci tutti di nuovo. L’appuntamento è alla sala in cui si proietta il film tanto atteso, dedicato a un celebre poeta italiano. Un classico della letteratura, amato eppure bistrattato. Siamo tutti molto curiosi di vederlo. Una curiosità che si adatta perfettamente alla mia attesa.
Ora, mentre sono comodamente seduta in una poltrona che mi permette una perfetta visuale sull’ingresso, lo vedo entrare e andare con passo dinoccolato ed elegante alla reception.
Lascio che sbrighi le veloci pratiche e mi alzo. Gli vado incontro e lui mi vede subito, si gira verso di me.
Ora possiamo guardarci negli occhi. Vedere le nostre espressioni, la luce che emaniamo dai nostri sorrisi. Ci abbracciamo. È bello sentire il suo calore, il suo corpo che aderisce al mio. Affondo la testa sulla sua spalla, accanto al suo collo. Respiro il suo profumo. Poi la sollevo di nuovo.
Vedo finalmente il colore dei suoi occhi. Non me lo ricordavo. Sono color ambra, con sfumature verdi.
Guardarlo negli occhi è come specchiarmi nei miei.

 Bianca Garavelli

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2 pensieri su “Di che colore sono i miei occhi?

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