Il quarto sparo

racconto su Biagio Mazzeo

10726671_10205029020911138_608677931_nSanto Spada gliel’aveva sempre detto. Ci sono due modi per comandare: con la paura o con l’amore. In cuor suo Mazzeo sapeva che la paura dura più dell’amore. È più affidabile, impermeabile alle infiltrazioni del tempo se esercitata con costanza. Sapeva anche che la paura sarebbe dovuta essere sempre la sua prima scelta, sia nelle strade che con i suoi uomini. Per le strade non aveva nessun problema: tutti avevano terrore di lui che non si metteva alcun problema a seminarlo con rigore quasi scientifico. Con la sua famiglia, invece, era diverso. Li amava. Qualcuno più di altri, come accade nelle vere famiglie di sangue. Ma a ogni modo amava tutti i suoi ragazzi. E aveva iniziato ad amare anche Valeria D’Angelo, la ventiseienne che stava servendo ai tavoli del pub. Biagio ormai la conosceva da circa sei anni, quando dopo essersi fatto segnalare da un suo contatto alla Facoltà di Medicina quali fossero le matricole più brillanti, l’aveva scelta tra la rosa dei candidati. La preferenza era caduta su di lei perché era molto brava e preparata, certamente, ma soprattutto perché era in difficoltà economiche; i genitori non erano messi bene finanziariamente, e lei era costretta a lavorare fino a tardi in una pizzeria di merda nel centro per pagarsi studi e alloggio fuori sede.

Quando tornava in quel buco d’appartamento, tardissimo, doveva dividere una stanza con altre due ragazze, una delle quali russava maledettamente e l’altra puzzava di piedi come un ragazzino; questo gliel’aveva rivelato tra le risa mentre Biagio si era fermato al locale a bere qualcosa fino alla chiusura. Era molto facile aprirsi con uno come Biagio, e Valeria si era confidata con lui come se lo conoscesse da sempre. Da quella chiacchierata Mazzeo aveva capito che la vita per Valeria non era facile e che se avesse proseguito con quei ritmi e in quelle condizioni non avrebbe retto e si sarebbe ritirata dagli studi. Era un peccato. Biagio detestava vedere del talento sprecato. Per questo era intervenuto. Le aveva trovato un appartamentino tutto per lei vicino all’università cosicché non dovesse farsi ogni giorno due ore di bus; aveva strappato al proprietario un prezzaccio, anticipandogli un anno d’affitto, cash. L’aveva fatta licenziare dalla pizzeria e fatta assumere regolarmente al Bang Bang, il pub di cui era socio insieme ai ragazzi della Narco, dicendo a Santo di dare alla giovane un semplice part-time che le permettesse di studiare e prepararsi per gli esami. Le ore di lavoro si erano dimezzate e la paga raddoppiata. Valeria era rimasta sgomenta dalla generosità del poliziotto e allo stesso tempo affascinata da quell’uomo sempre sorridente, dal fisico massiccio e gli occhi di un celeste marino, chiarissimi. Biagio sembrava avere un magnetismo su chiunque gli stesse intorno, e lei non faceva eccezione. Quando gli aveva chiesto perché stesse facendo tutto quello per lei, Biagio le aveva detto che il talento andava premiato, e lei ne aveva tanto: per ripagarlo di tutte quelle premure avrebbe dovuto studiare e diventare un “chirurgo da paura”. «E poi avrò bisogno di lamentarmi con qualcuno quando sarò un cazzo di vecchio bavoso, no, dottoressa?» le aveva detto facendole l’occhiolino.
Valeria D’Angelo aveva sorriso ed era diventata sua.

Un poliziotto come lui aveva bisogno di un medico. Uno di quelli in grado di chiudere entrambi gli occhi in caso di necessità. Uno di quelli pronti a prescrivere farmaci delicati e fare ricette o certificati falsi, rubare medicinali, e ricucire ferite d’arma da fuoco senza battere ciglio. Biagio aveva due o tre persone del genere, clienti di Donna per lo più. Ma erano tutti dottori che ricattava o che avevano una paura fottuta di lui. Erano affidabili fino a un certo punto e c’era una linea che non avrebbero oltrepassato, nemmeno per lui. Aveva “sponsorizzato” la ragazza perché aveva bisogno di un medico che amasse lui e la sua famiglia e che non si sarebbe tirato indietro se le cose si fossero messe male per davvero. Ormai Valeria era parte del branco: era invitata a tutte le feste, Biagio la portava a cena fuori a ogni esame superato, le faceva portare fiori per il suo onomastico e il compleanno senza dimenticarsene mai; Valeria andava a correre insieme a Varga, assisteva i bambini dei ragazzi quando stavano male, e aiutava Nicky con i compiti quando né Biagio né gli altri ci capivano qualcosa. Era parte di loro. E Mazzeo la considerava come una nipote acquisita.
Per questo quella sera non avrebbe voluto presentarsi al pub e farle cenno di avvicinarsi. In quel momento capì perché comandare con la paura era più facile che farlo con l’amore e la fiducia. Lo comprese guardando gli occhi della ragazza illuminarsi di gioia e affetto nel vederlo. Perché quella notte non era passato di lì per salutarla e assicurarsi che stesse bene come uno zio premuroso è solito fare.
Era lì perché aveva bisogno di lei.

«Che dici?» le chiese. Era stupito da come nell’arco di pochi minuti si fosse trasformata; era diventata di una professionalità glaciale tanto che a stento riconosceva in lei la ragazzina che aveva avvicinato a sé.
Valeria storse il naso guardando il ferito senza sensi.
«Cosa gli avete dato?» chiese.
«L’abbiamo sedato. Si stava agitando troppo» rispose Varga da un angolo della stanza.
La ragazza annuì e si voltò verso Mazzeo. «Proprio non puoi portarlo in ospedale?».
«No… è una cosa… delicata, diciamo così».
«È messo parecchio male, Biagio. Ha tre proiettili in corpo, ha bisogno di essere operato subito, e io non sono ancora un medico…».
«Solo tecnicamente…».
«Lo so, ma… è messo seriamente male, credimi».
La prese per un braccio con gentilezza e si appartarono in un angolo dello scantinato. «Senti, tesoro, non posso portarlo in ospedale. Se lo faccio, è come se lo uccidessi. E invece è importante che sopravviva. Molto importante…».
Lei lo fissò a lungo in quegli occhi artici come se dentro vi potesse trovare la forza per fare ciò che le stava chiedendo.
«Ok. Ci penso io».
Biagio l’abbracciò e la baciò sulla fronte. «Sono certo che andrà tutto bene e che lo salverai… ne sono sicuro».
«Lo spero…».
«I ragazzi rimangono qui con te. Di qualsiasi cosa hai bisogno, chiedi a loro, ok?».
Valeria annuì e aprì la borsa con i ferri che Biagio le aveva regalato per l’ultimo esame superato. Aveva vergogna anche solo a pensarlo, ma più che la morte del ferito a inquietarla era la paura di deludere il poliziotto.
«Salva quel figlio di puttana, bellezza».
Lei sorrise indossando i guanti in lattice. «Ok, ispettore».
«A dopo, dottoressa» disse lui facendo cenno a Varga di seguirlo.
«Dove vai?».
Biagio si voltò e per qualche istante si chiese come dovesse risponderle. Optò per la verità. «A restituire i tre proiettili…».
Lei lo fissò basita per qualche secondo poi annuì. «Stai attento, allora. Un bestione da ricucire è già abbastanza per una notte sola…».
Biagio sorrise e se ne andò insieme all’albino.

Quando tornarono due ore dopo lei si stava lavando dentro il bagnetto del seminterrato. Biagio lanciò un’occhiata interrogativa a Vito Filomena che annuì: la ragazza ce l’aveva fatta, l’aveva salvato.
Mazzeo si avvicinò all’uomo steso sul tavolo: aveva il torso scoperto e bendato dove i proiettili l’avevano perforato.
«Non è ancora fuori pericolo» disse la ragazza alle sue spalle.
Biagio si voltò e le sorrise, abbracciandola.
«Grazie… sei stata bravissima, come immaginavo».
Nonostante la situazione assurda sul viso della ragazza si stampò un sorriso soddisfatto. «Grazie, ma fossi in te lo farei vedere da qualcuno di… qualche medico vero, insomma».
«Tu sei un medico vero» disse Varga. «L’hai appena dimostrato».
«Ha ragione» annuì Mazzeo, massaggiandole la schiena. «Sei stata grande e hai salvato una vita umana. Sono molto fiero di te».
Valeria arrossì. «Tieni» disse porgendole una bustina. Dentro c’erano i tre proiettili che aveva estratto dalla carne dell’uomo. «Gli hanno sparato tre colpi ed è ancora vivo. Ha una buona fibra…».
«I figli di puttana come lui hanno la pellaccia dura… Grazie» rispose Biagio mettendoseli in tasca.
«Avrà bisogno di cure e medicine…».
«Le avrà. L’importante era salvarlo».
Valeria stava per chiedere chi fosse l’uomo ma all’ultimo si trattenne: non sarebbe stato intelligente da parte sua. Per lei doveva rimanere soltanto un paziente che aveva avuto bisogno di cure. La cosa importante era che lei gliele avesse date, salvandolo da morte certa. Il resto… il resto erano affari di Biagio.
«Devo tornare a lavoro….» disse.
Mazzeo sorrise e fissò Varga che abbozzò anch’egli un sorriso, scrollando le spalle. Lei era fatta così.
«Lascia perdere il lavoro… Andiamo ti riaccompagno a casa… Giorgio, tu aspettami qui. L’accompagno e torno subito».
«Nessun problema».
Biagio la strinse per la vita e uscirono insieme.

«Eccoci qui» disse spegnendo il motore davanti al suo palazzo. «Senti, non so come dirtelo, ma sei stata davvero bravissima… conosco medici con anni d’esperienza che si sarebbero fatti prendere dal panico, combinando qualche casino».
«La vita del paziente prima di tutto, è la prima cosa che ci insegnano» sorrise lei.
«Già… Senti, per quanto riguarda quell’uomo…».
«Non c’è bisogno di dirmi nulla, Biagio. Era un uomo che aveva bisogno d’essere aiutato, stop. Per quanto mi riguarda sono tornata a casa due ore fa perché mi sono sentita male a lavoro e tu sei stato così gentile da accompagnarmi».
Biagio la fissò con riconoscenza mista a vergogna per averla tirata dentro il suo mondo violento.
«Grazie, tesoro, davvero».
«Sono io che devo ringraziare te e lo sai… Se non fosse per te sarei ancora in quel buco di merda, con quella maledetta puzza di piedi che… mio Dio, mi sembra quasi di sentirla, ci credi?».
Biagio scoppiò a ridere.
«Avresti dovuto arrestarla quella lì per porto d’arma abusivo…».
«Ci puoi scommettere… sono ancora in tempo per farlo».
«Già».
«Già…».
«Buona serata, Biagio».
«Buona notte, tesoro».
La osservò uscire dal SUV ed entrare nel palazzo. Se ne andò soltanto quando vide la luce della sua finestra accendersi. Era davvero una brava ragazza. Provava disagio per averla coinvolta.
Ma soprattutto si vergognava per averle mentito.

Quando tornò nello scantinato, Varga era solo col ferito ancora senza sensi.
«È stata brava» disse Varga.
«Lo so… ha avuto sangue freddo e non si è fatta prendere dall’ansia. È stata brava davvero… il ferro ce l’hai tu, vero?».
Varga annuì e gli passò l’arma con cui l’uomo era stato colpito.
Biagio si avvicinò al tavolo, posò un cuscino sulla fronte dell’uomo e sopra ci affondò la canna dell’arma, tirando il grilletto.
Il cuscino attutì il boato dello sparo. Il proiettile bucò la testa dell’uomo e attraversò il tavolo. Dal foro sul legno iniziò a colare per terra il sangue.
Biagio tirò via il cuscino e fissò il buco al centro della fronte del cadavere. Scambiò un’occhiata con Varga che annuì.
«Sai perché l’ho fatto, vero?» chiese all’albino.
«Lo posso immaginare».
Biagio posò la pistola sul tavolo e si lasciò cadere sul divano. «Stiamo andando incontro a una guerra, ragazzo. Ho bisogno di sapere di chi posso fidarmi… Quello che dovremo fare… beh, è molto probabile che ci servirà l’aiuto di Valeria, e volevo essere sicuro che fosse pronta… C’era solo un modo per averne la certezza: metterla alla prova».
Varga annuì. «Beh, è giovane, ma ha dimostrato di essere pronta» disse fissando il cadavere del pedofilo. Era stato Biagio due ore prima a impallinarlo con i tre proiettili. Il bastardo era stato rilasciato tre giorni prima per insufficienza di prove; il suo avvocato in aula aveva fatto il culo ai colleghi della Minori e il giudice l’aveva prosciolto dalle accuse. Tutti in quell’aula sapevano che era colpevole. E quando quelli della Minori avevano dato la soffiata sulla scarcerazione a Mazzeo, tutti sapevano cosa sarebbe successo. Nessuno si era opposto.
«Ti dispiace averla tirata in mezzo?» chiese l’albino estraendo due Budweiser dal frigo e porgendone una al collega.
«Mi dispiace, certo, ma sapevo dall’inizio che prima o poi sarebbe dovuto succedere…».
«Diventerà un ottimo medico, capo, e se ci riuscirà, buona parte del merito sarà tua».
«Sì, ma a che prezzo?».
«Niente a questo mondo è gratis, nemmeno l’amore» disse Varga con quella sua voce calma e profonda.
Biagio soppesò con attenzione quelle parole per qualche secondo, gli occhi celesti persi nel vuoto, poi annuì. «Fottutamente vero…».
Rimasero a bere in silenzio cercando di ignorare il gocciolio del sangue sul pavimento.

Piergiorgio Pulixi

Piergiorgio Pulixi è nato a Cagliari nel 1982 e vive a Londra. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato “Perdas de Fogu”, (edizioni E/O 2008), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale “Un amore sporco” inserito nel trittico noir “Donne a Perdere” (edizioni E/O 2010). È autore della saga poliziesca di Biagio Mazzeo iniziata col noir “Una brutta storia” (edizioni E/O 2012) e proseguita con “La notte delle pantere” (edizioni E/O 2014). Nel 2014 per Rizzoli ha pubblicato anche il romanzo “Padre Nostro”. Tornerà in libreria il 12 Novembre 2014 con il thriller psicologico “L’appuntamento” per le Edizioni E/O. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto, Left, Micromega e Svolgimento. È uno degli autori presenti nell’antologia “Nessuna più” (Elliot 2013).

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