Il Falco della notte

668119_Peter_SellersMancavano dieci minuti all’una del mattino. Un mercoledì come tanti altri. Scendendo dal letto, Dante sorrise. Sapeva che non avrebbe trovato le pantofole pronte da calzare. Erano sicuramente sulla branda di Tobia, lorde di saliva e stropicciate. Non era questo, però, che lo faceva ridere sotto i baffi. Dante sorrideva perché mai in vita sua avrebbe immaginato di svegliarsi nel bel mezzo della notte per una ginocchiata ai coglioni. Aveva rimesso la sveglia, come sempre. La suoneria al minimo del suo cellulare, un bip talmente anonimo che a confronto il ronzio di una mosca sembrava il decollo di un boeing. Ma questa non aveva fatto in tempo a suonare. Mossa da chissà quale premonizione onirica, sua moglie l’aveva richiamato alla realtà un minuto prima con una ginocchiata precisa, chirurgica. No, lei proprio non la sopportava la sveglia con la suoneria del cellulare. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per non sentire quel lamentoso acuto elettronico. Come d’altronde non sopportava nemmeno un qualsiasi altro marchingegno capace di emettere ticchettii mentre dormiva. “Ridere per non piangere”. Glielo diceva sempre suo nonno, quando lo guardava giocare a calcio con i suoi compagni di scuola. Così Dante aveva elaborato la filosofia del nonno alla sua quotidianità e ne aveva fatto uno stile di vita in tutto e per tutto. Anche quella notte, quando il freddo del pavimento era un niente al confronto del dolore ai marroni, Dante sorrideva. E sua moglie, l’infausta calciatrice notturna, russava contenta. Finalmente il letto tutto per lei. Finalmente il fastidio se ne andava a lavorare. Prima di uscire dalla stanza scalzo e dolorante, si voltò per dare un ultimo sguardo alla donna che sedici anni prima aveva scelto come compagna per il resto della vita. «Non può essere…» disse tra sé e sé, perché per un attimo, osservando quella sagoma morbida avvolta dalle coperte bianche, aveva avuto l’impressione di trovarsi di fronte al profilo roccioso del Gran Sasso d’Italia e in un flash improvviso si era immaginato una decina di scalatori tedeschi armati di piccozza e di ramponi scendere dal fianco nevoso della donna. Non gli succedeva spesso, di dipingere la realtà con la fantasia e di shakerare poi il tutto. Colto dai sensi di colpa, tornò indietro e si avvicinò. Sapeva benissimo che avrebbe commesso un errore, ma ci provò lo stesso. Si chinò e le baciò la guancia, o forse il collo. L’espressione improvvisa di quel volto largo e pallido confermò tutti i suoi timori. Aveva commesso un errore. Un grave errore. «Allora! Che cazzo vuoi? Io domani mattina lavoro! Mica sto a letto fino all’ora di pranzo come qualcun altro!» Messaggio ricevuto. Quel qualcun altro era lui. Non avrebbe mai ribattuto che dopotutto lui dormiva di giorno perché lavorava di notte. Sarebbe servito soltanto a farla starnazzare ancor di più e a svegliare anche il povero Checco, il loro unico figlio adolescente che, come la madre, l’indomani mattina avrebbe dovuto alzarsi presto per andare a scuola: una insegnante, uno studente. Mica come il padre, che se ne stava a letto fino a mezzogiorno.

Sul piccolo corridoio che collegava la camera al bagno, l’attenzione di Dante venne catturata dalla luce azzurra del televisore in salotto. Possibile che a quell’ora Francesco detto Checco, fosse ancora sveglio? Lui che si lamentava sempre per i rumori dell’alzata del padre, lui che come la madre non avrebbe sentito lo schianto di un meteorite sul terrazzo, ma la sveglia del cellulare sì, quella era impossibile non sentirla. Lui che la notte voleva dormire. Dante percorse con passo più nudo che felpato i pochi metri che lo separavano dal soggiorno. Facendo capolino da dietro lo stipite della porta fissò lo schermo della tv. «Eunamadonnasantissima…» disse tutto d’un fiato. Poi, di fronte alle sproporzionate tette creole che riempivano il quarantadue pollici, proiettandosi nel soggiorno come due minacciose astronavi aliene venute dallo spazio, tacque. Dante si affacciò un po’ di più. Checco era sul divano. Poco più in là, Tobia seguiva attento con le pantofole sotto le zampe. Il padre si schiarì la voce. La mano veloce del figlio volò via dalla patta carpendo poi il telecomando. Checco cambiò canale. «Ma non vai a dormire? Hai visto che ore sono?» disse Dante, attento a non alzare troppo la voce. «Che palle, babbo… ma va’ a lavorare, va’… volevo finire di vedere questo film, che ormai ho iniziato a seguirlo…» Dante tornò con lo sguardo allo schermo. Una indimenticabile Gloria Swanson si atteggiava a diva incompresa nella parte di Norma Desmond in “Viale del tramonto”, film in bianco e nero del ’50. «Com’è, interessante?» chiese sorridendo. Checco sbuffò, spense la tv e filò in camera sua biascicando sotterranei vaffanculo. Tornando verso il bagno, Dante ripensò a suo nonno e, prima di chiudersi la porta alle spalle, sorrise. Come sempre, si era dimenticato di accendere la caldaia. Sarebbe stata una doccia gelata. Dopo aver riposto il pigiama di pile con una cura che nemmeno nonna papera, Dante infilò l’esile corpo sotto il getto gelido. Nel ripiano dei bagnoschiuma la trappola era stata rimossa: il nauseabondo docciashampoo alla fragola che per poco la sera prima non l’aveva mandato al pronto soccorso coperto di pustole. «Ti pare che ci mettono del vero estratto di fragola…» si era detto mentre copriva ogni centimetro della sua pelle di schiuma. Ma l’estratto di fragola c’era davvero e Dante era allergico alle fragole. Aveva evitato complicazioni varie sciacquandosi in fretta e furia con la solita acqua antartica e trangugiando un mezzo litro buono di latte freddo, che a quell’ora della notte per poco non gli aveva rivoltato l’intestino. Aveva pregato poi sua moglie di sostituirglielo con qualcosa che non avesse la potenzialità di ucciderlo e lei l’aveva accontentato. Perlomeno, questo fu il primo sporadico pensiero quando vide il flaconcino nuovo di zecca. Però dovette ricredersi subito quando scorse, un attimo prima di riempirsi la mano, la minuscola scritta che girava intorno alla bottiglietta come fosse una corona di spine. “Agli estratti naturali di frutti di bosco”. Frutti di bosco uguale fragoline di bosco uguale fragole. Trappola ancora più infida e bastarda della precedente. «Ma vi frego io!» disse mentre il freddo lo faceva tremare come un feticcio vudù. Si allungò oltre la tendina della doccia, fino al pensile a specchio sopra al lavabo. Aprì lo sportello cercando contemporaneamente di non scivolare sul piatto doccia per lo sbilanciamento del corpo e afferrò, un attimo prima di perdere per sempre l’aderenza dei suoi piedoni nudi, il primo flaconcino a portata di mano. Si aggrappò alla tenda mentre il tallone scattò contro il bordo piastrellato della doccia. Il tonfo sordo dell’urto sarebbe stato sicura causa di rimproveri l’indomani, ma il dolore al piede, unito a quello magicamente riapparso ai maltrattati zebedei, allontanò il pensiero dalla sua testa. Così, dolorante e infreddolito, si versò addosso un pugno intero di sapone liquido. E non gli importò per niente del fatto che sul flacone rapito dal pensile spiccasse a caratteri cubitali la scritta “Magic Dog – Shampoo per cani”. Si vestì nello stanzino dove Conchita La Colf, per metà spagnola e per metà francese, stirava. Con uno slancio che di solito gli era alieno, Tobia lo raggiunse e, proprio mentre Dante stava infilando i pantaloni in bilico sul tallone ammaccato, tentò un approccio piuttosto focoso. «Eeeeh!» disse Dante a voce troppo alta. Dalla camera matrimoniale arrivò un borbottio che sapeva di ferro e di tortura. Dante ripassò in bagno per un ultimo sguardo allo specchio, era pronto. «Sono più fico di Sergey Ivankov…» disse tra i denti. Raggiunse l’appendiabiti all’ingresso e infilò l’impermeabile scuro. Dalla tasca tirò fuori l’agenda e la aprì alla data di quel mercoledì come tanti altri. Le cose da fare erano poche, non ci avrebbe messo tanto: ammazzare il siciliano che non pagava il pizzo e bazzicava troppo spesso intorno al commissariato, sfregiare una delle nigeriane che avevano scelto uno dei suoi territori come piazzola di sosta e spiegare bene, con tanto di calcio alle palle a uno dei giovani – al pensiero le sue gli fecero male di nuovo – come spacciare ai container del porto. Sempre con il sorriso stampato in faccia, come nonno insegnava. Un sorriso notturno e rapace. Dopotutto, era conosciuto come il Falco della Notte. Dante ce lo chiamavano solo i parenti. Aprì il cassetto del mobiletto in mogano poco distante dalla porta d’ingresso. La pistola era pronta a un’altra nottata di fuoco. Prese il ferro, ne rimirò il lussurioso silenziatore a pistolino, da vero professionista. Gliel’aveva regalato il Guercio. Ma il gioco di mani e la sicura dimenticata gli fecero stringere troppo il grilletto. Partì un colpo che frantumò il vaso cinese sopra il camino. Sentì un brivido passargli per la schiena. «Hai rotto i coglioni! Vai viaaaaaa!!!» la voce del Demonio, fatta di più voci, lo raggiunse in pieno volto. Schizzò oltre l’uscio, con un sorriso acido tra i denti. Si precipitò per le scale e finalmente uscì all’aperto. Quando finalmente si sentì al sicuro, si abbandonò con la schiena contro il muro accanto al portone. Sì, la notte era sua. «Perché io sono il cazzutissimo Falco della Notte…» disse con la spalla appoggiata al pulsante del campanello, mentre con la mano cercava le sigarette in tasca. Ne accese una e la portò alla bocca come avrebbe fatto una versione di Javier Bardem più magra di venticinque chili. Poi, dall’alto, arrivò il secchio d’acqua. Prima l’acqua, poi il secchio di plastica. Soltanto il giorno dopo, sorseggiando un Tachifludec di fronte a un documentario, avrebbe scoperto che i falchi, di notte, non volano.

Alessandro Morbidelli

Potete trovare altri racconti di Alessandro su Sdiario  

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5 pensieri su “Il Falco della notte

  1. anna wood

    Morbidelli dopo averti tanto “corteggiato” finalmente eccoti qua con un racconto che mi ha fatto ammazzare dal ridere ! ahahah sei il numero uno ole’!!!!

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