Fata

10718748_10204942925078796_1315861835_oÈ solo una ragazza. Come me. Stesso destino. Stesse ferite. Sulla pelle e nell’anima. È stesa sul pavimento, ai miei piedi. L’ho picchiata fino a farle perdere i sensi. Non reagirà più. Ma la mia recita deve continuare. È il ruolo che impersono a esigerlo. Lascio cadere il guinzaglio in cuoio con cui l’ho frustata. L’afferro per i capelli e la tiro via, facendola strisciare per terra fino ad abbandonarla davanti alle altre che tremano in un angolo. Le guardo. Faccio in modo che la cicatrice sulla mia guancia riluca in tutta la sua deformità. Devo spaventarle. Far capire loro che se sgarrano, se osano ribellarsi, faranno la stessa fine.
Lui dietro di me annuisce soddisfatto e mi dice che è sufficiente così. Quando se ne va spengo la luce, lasciandole nel buio più assoluto. Esco chiudendo a chiave. Una volta fuori, schiena alla porta, scivolo a terra. Le lacrime scorrono. Non posso fermarle. Lacrime di rabbia e vergogna per quello che ho fatto. Ma anche di felicità, perché se andrà come ho previsto, questa è stata l’ultima volta. Così le lascio cadere. Sento la loro salinità bruciare la carne viva della cicatrice che mi solca il viso che una volta suscitava invidia e venerazione. Quel volto che mi hanno deturpato quando ho provato ad alzare la testa. Quello che non ho più il coraggio di guardare allo specchio.

Una volta era diverso. Tanto diverso che fatico a credere di aver vissuto davvero quei giorni quando ero una ragazzina spensierata. Quando il mio unico assillo era scegliere chi sposare tra i Take That. Vivevo nella città di Giurgiu, a pochi chilometri da Bucarest. Era stato un grande polo industriale all’epoca di Ceacescu. Poi le fabbriche avevano chiuso e il paese era diventato uno dei più poveri della nazione. Mio padre, che aveva lavorato per trent’anni in quelle manifatture, dopo essere stato licenziato aveva iniziato a dar fuori di matto, arrivando a uccidere mia madre in un banale litigio per motivi economici. Quando si era reso conto di ciò che aveva fatto, con io che lo guardavo come cristallizzata con l’urina calda che mi scendeva lungo le gambe, s’era ucciso volando via come un angelo fuori dalla finestra; o così aveva pensato la mia mente da bambina. Mia madre, invece, era rimasta lì, a terra, nel sangue. Avevo provato a svegliarla, inutilmente. L’orfanotrofio era stato un passo obbligato. La vita lì non era facile. Ma stare con altre ragazze col mio stesso destino mi faceva credere che quella fosse la normalità. Ciò che ricordo con più piacere di quel luogo sono i libri. Vecchi, ingialliti dagli anni, fetidi di muffa, ma comunque libri. Autostrade per altri mondi dove fuggire e rifugiarmi quando mi sentivo triste, quando l’ultimo sguardo di mio padre, lucido di colpa e vergogna, mi assillava. Così leggevo e giocavo, protetta nella routine dell’istituto.
L’inferno arrivò una notte d’ottobre. Avevo quattordici anni quando vennero a prenderci. Me e altre cinque ragazzine. Ci portarono via ancora in pigiama, strappate al sonno con violenza, le pistole premute contro i nostri visi da bambine. Loro erano gli Stoica, un clan rumeno molto potente di cui da quel momento sono diventata proprietà. Il loro interesse era recuperare carne giovane da destinare al mercato sessuale. Ma non erano i marciapiedi della Romania che ci attendevano. Lì le pene per prostitute e sfruttatori sarebbero state troppo pesanti. In Italia, invece, i problemi sarebbero stati quasi inesistenti. Divenni una schiava sessuale. Mi dettero un nuovo nome: Fata, perché ero così piccola e carina che parevo una fatina, una di quelle magiche creature dei boschi dalla bellezza eterea. Non protestai. Imparai a stare zitta e ad abbassare la testa alle decisioni dei miei aguzzini dopo pestaggi e stupri che mi succhiarono via tutta l’innocenza e la resistenza, facendomi divenire un oggetto senza identità. Un corpo da prelevare sulla Salaria, da cui spremere del piacere, e poi abbandonare qualche chilometro più avanti. La ribellione mi sarebbe costata la vita. Di questo ero sicura, perché vedevo cosa accadeva a quelle che si rifiutavano di vendersi. Venivano torturate di continuo. E se nemmeno quello bastava, allora sparivano. Per sempre. E non dovevi azzardarti a chiedere dove fossero finite.
Per cercare di resistere feci di tutto per riappropriami di quegli strumenti che in passato mi avevano portata via dal dolore. I libri. Ma era quasi impossibile trovarne in rumeno. Così imparai a leggere in italiano. Loro mi irridevano dicendomi se era per caso mia intenzione darmi agli studi, laurearmi. Ridevano e schernivano. Ma mi lasciavano in pace, perché ero bella e non creavo problemi. Nel non rovinare la loro merce preziosa, gli Stoica erano molto bravi. Se dovevano darci una lezione ci picchiavano ma senza sfregiarci. Abbruttirci sarebbe stato dannoso per gli affari. Così, se dovevano punirci usavano pezzi di pompe di gomma o elenchi telefonici, armi terribili usate come facevano loro ma in grado di non lasciare nessun segno. Crebbi tra violenze, marciapiedi e sedili reclinati. L’unico rifugio in quello stato di annichilimento era un libro: Il Conte di Montecristo. Avevo trovato una vecchia copia vicino a un cassonetto. Lo lessi e capii che era il libro più bello che mi fosse capitato tra le mani. Presi a leggerlo e rileggerlo con rabbia e speranza. M’immedesimavo nel protagonista. Credevo che se come lui avessi avuto pazienza e forza di volontà sarei riuscita a lasciarmi quell’inferno alle spalle, vendicandomi. Ma poi quei bastardi mi fecero toccare il paradiso con un dito per poi rigettarmi in un inferno ancora peggiore.

Non ricordo il giorno in cui scoprii di essere incinta. Ricordo però gli schiaffi e gli insulti. Uno degli Stoica mi gridò che ero stata una stupida: a loro una troia gravida non serviva a un cazzo. Mi avrebbe fatto abortire prendendomi a pugni, così tutte avrebbero capito la lezione. Intervenne il patriarca della famiglia che gli disse di lasciarmi stare. Presi la sua intromissione come un gesto di umanità verso la vita che mi cresceva dentro.
Mi sbagliavo.
Mi obbligarono a battere fino al quinto mese. Il giro di clienti per me era calato sensibilmente ma c’erano diversi uomini che avevano la perversione di fare sesso con una donna incinta. Gli Stoica sfruttarono questa depravazione facendomi prostituire fino al limite. Poi mi lasciarono in pace. Partorii aiutata da una vecchia prostituta. Mi ritrovai tra le mani un fagotto di carne. Un piccolo cucciolo caldo e morbido che aveva la mia stessa carnagione e il biondo dei miei capelli. Profumava di latte. Lo strinsi come se non dovessi più lasciarlo. Avevo diciannove anni. Era la cosa più bella che mi fosse mai capitata. Stranamente me lo fecero tenere. Smisi di battere e rimasi a casa col bimbo per un paio di mesi, i più belli della mia vita. Ignoravo chi fosse il padre ma non me ne importava nulla. Avevo lui ed era come avere tutto. Fu alla fine di quei due mesi, quando avevo raggiunto l’acme della felicità che loro mi ricordarono cosa ero.

Una mattina mi svegliai e il bimbo non c’era più. Entrai nel panico. Lo cercai in tutta la casa. Ma di lui nessuna traccia. Augustin, il più giovane della famiglia e quello più cattivo, mi inchiodò al muro e ringhiò parole che mi si incisero a fuoco sul cuore, che mi fecero male come mai nessuna loro tortura aveva fatto prima. Disse che avrei rivisto il bambino soltanto se avessi ripreso a battere ancora con più passione di prima. Dovevo tornare a essere Fata. Se mi fossi rifiutata, l’avrebbero ucciso. Sapevo che ne erano capaci. Obbedii. Quando i clienti mi caricavano sull’Aurelia o la Salaria, pensavo al mio bimbo. Mi rifugiavo nel ricordo dei suoi occhioni. Ma loro non stettero ai patti. Dopo due mesi d’inferno non me lo fecero rivedere. Uscii di testa. Mi ribellai. Presi un coltello rimasto incustodito e tentai di ammazzare Augustin. Non ci riuscii. E quella fu la mia condanna a vita.
Mai nessuna si era permessa di ribellarsi in quel modo. Attentare alla vita di uno dei padroni era inconcepibile. Poteva costituire un precedente. E questo non andava bene per il clan. Così Augustin mi trascinò in salone davanti alle altre. Con lo stesso coltello con cui avevo tentato di ucciderlo, mi incise quel bel viso che aveva portato loro tanti soldi. Ma non gliene importava nulla. Dovevo essere un esempio. Mi sfregiò, aprendomi uno squarcio che mi fece urlare come una bestia. Nessuno osò intromettersi.
Con quella cicatrice pensavo di non servirgli più. Di nuovo mi rivelai un’ingenua. È vero, non potevo più battere. Ma ero sempre cosa loro: un oggetto che non funzionava più come un tempo ma che poteva essere riutilizzato diversamente. Il patriarca disse che potevo fare qualcosa per loro: trasformarmi da vittima in carnefice. Non capii. Lui sorrise e me lo spiegò meglio. Rabbrividii. Mi stava chiedendo di diventare come loro: costringere ragazzine a battere, picchiandole e torturandole come avevano fatto con me. Era l’unico modo per rivedere il mio bambino, disse. Piansi. Lui sorrise di nuovo. Sapeva che non potevo che accettare.
Divenni un’aguzzina per salvare mio figlio. Più cattiva diventavo e più possibilità avevo di riabbracciare il mio cucciolo di cui ogni tanto mi facevano avere delle foto per non fare assopire la nostalgia di lui. Da fata mi trasformai in orco. Toccai livelli di crudeltà che non pensavo si potessero raggiungere. Ogni volta che picchiavo o torturavo, la notte piangevo. Cercavo di salvarmi dai sensi di colpa dicendomi che lo stavo facendo per il mio bimbo.
Le ragazze iniziarono a odiarmi. Ero peggio degli uomini. Una volta ruppi il braccio a una di loro e la costrinsi a battere con l’arto fratturato. Grazie a me gli Stoica si fecero d’oro. Compresero le mie potenzialità e mi diedero più poteri. Mi riportarono perfino in Romania nel mio stesso orfanotrofio per farmi scegliere delle ragazzine. Feci anche quello. Iniziai ad assistere alle compravendite di schiave e a occuparmi della vendita, degli scambi, dei turni e del trasporto della merce. Mi lasciavano fare perché sapevano che non potevo ribellarmi e senza metterci la faccia, correvano molti meno rischi demandando il pericolo a me. Ma un giorno una delle mie schiave mi fece scoprire la più atroce delle verità.

Spesso trascorrevo ore a fissare le foto del bambino. Era capitato che le ragazze vedessero quelle immagini. Una un giorno mi giurò di aver visto quello stesso bimbo mentre tornava a casa da una commissione che le avevo chiesto di fare. Le dissi di dirmi dove l’aveva intravisto e con chi minacciandola di sfregiarla se mi avesse detto una bugia. Mi appostai in zona Nomentano dove la ragazza mi aveva indicato. Passarono due giorni prima di vederlo. Quando accadde mi ghiacciai. Le lacrime scendevano incontrollabili. Non riuscivo a muovere nemmeno un muscolo, felice com’ero di saperlo vivo e in perfetta salute. Ma era l’averlo visto tra le braccia di una sconosciuta a paralizzarmi. Era lui. L’avrei riconosciuto tra mille. Ma perché stava con quella donna elegante? La seguii, cercando di capire chi fosse e dove vivesse. Mi bastò poco per capire che piano diabolico il vecchio e i suoi figli avessero disposto per me: avevano venduto mio figlio. Loro erano una coppia di medici. M’informai, seguendoli: erano delle ottime persone. Trattavano il bimbo come se fosse loro a tutti gli effetti. Erano ricchi e avevano desiderato un figlio che non era mai arrivato. Non conosco i dettagli, ma gli Stoica avevano venduto il mio cucciolo. Quella scoperta mi annichilì. Chiesi alle schiave più passate, quelle che troppo vecchie per il marciapiede venivano riciclate come aguzzine o badanti; a quanto pareva loro e tanti altri clan dediti al mercato sessuale trafficavano anche in bambini destinati alle adozioni illegali. Per loro erano merci non soltanto le donne, ma anche i loro figli. Ed era giusto il mio caso. Mi avevano illusa, costretta a diventare un demone con la promessa che lo avrei rivisto e riabbracciato. Ma era solo una viscida bugia per soggiogarmi. Ci ero cascata appieno. Piansi per notti intere. Poi una mattina afferrai la copia de Il Conte di Montecristo, uscii e la gettai in un cassonetto. Non mi serviva più. Ora, proprio come per Edmond Dantès, era giunta l’ora della mia vendetta.

Andai dai carabinieri e chiesi di parlare con un magistrato. Dissero che non funzionava così: prima dovevano capire cos’avessi da dire. Raccontai loro una delle tante cose che mi avevano fatto in quegli anni. Impallidirono. Tornarono dopo mezz’ora con un giudice donna. Raccontai tutto. Da quando mi avevano rapita ancora in pigiama quando avevo quattordici anni, all’ultima ragazza che avevo frustato. Quando finii la pm piangeva. L’unica cosa che non le raccontai fu di mio figlio. Lui doveva restarne fuori. Le fiamme dell’inferno in cui mi trovavo non dovevano lambirlo. Io ormai ero perduta. Ero diventata una puttana e una torturatrice. Non avrei mai potuto dargli il futuro che si meritava. La famiglia con cui era adesso, invece, disponeva di tutto ciò che gli serviva per crescere felice. Anche se mi spezzava il cuore, se volevo salvarlo, se davvero l’amavo, allora dovevo dimenticarmi di lui. Dovevo lasciarlo al suo destino.
Così non le dissi nulla sul bimbo e l’adozione illegale. Quando mi chiese come mi chiamavo risposi Fata. Il mio vero nome apparteneva a un altro tempo. La bambina che ero stata era morta in quell’orfanotrofio a Giurgiu. Ripensandoci, tralasciai volutamente di dire anche un’altra cosa: che mi sarei vendicata. Dissi soltanto che dovevo tornare da loro se non voleva farli allarmare, mandando al diavolo la possibilità di incastrarli. Ci accordammo.

Così eccomi qui, le mani ancora segnate dal guinzaglio che ho stretto per picchiare quella disgraziata. È stata l’ultima volta. Pochi minuti e sarà tutto finito. Stamattina ho visto il mio bimbo. Mi sono recata nel supermercato dove so che la sua nuova madre va a fare la spesa. Quando l’ho incrociata mi sono chinata sul passeggino, gli ho sorriso e ho accarezzato quelle guance paffute. Profuma ancora di latte il mio piccolo. Mi ha sorriso. Per un istante ho sperato che in qualche modo mi avesse riconosciuta. Poi la signora, vedendo la cicatrice che mi devasta il volto, se n’è andata dicendo che era di fretta. Non è riuscita a nascondere un imbarazzato disgusto. Così ho salutato in silenzio il mio cucciolo. So che non lo vedrò più, e questo mi dilania. Ma lui si salverà. Solo questo conta.
Mi alzo da terra. Vado in cucina. Estraggo due grossi coltelli. Silenziosa mi avvicino alla camera da letto del vecchio che dorme con due ragazzine. Quel bastardo vuole provare di persona la merce. Ha sempre fatto così con tutte. Anche con me. Ma questa è stata l’ultima volta. Mi avvicino. Alzo il coltello. Inspiro. Lascio partire il fendente. La lama gli trafigge la gola. Si risveglia di botto ed è un piacere vedere il terrore nei suoi occhi mentre il sangue sgorga fuori dalla trachea senza che lui possa far niente per impedirlo. Artiglio l’altro coltello e glielo pianto nello stomaco. Rigiro la lama sussurrandogli tutto il mio schifo e augurandogli di bruciare all’inferno. Poi prendo la pistola che nasconde nel cassetto. Le ragazze si svegliano. Prima che possano urlare punto loro addosso l’arma e ringhio di stare zitte e uscire dalla camera. D’improvviso sento un rumore. Mi volto e vedo Augustin. Deve aver sentito i rumori. È nudo. In mano ha un revolver. Sul volto un’espressione incredula. Grida qualcosa. Allo stesso tempo alziamo le pistole e tiriamo i grilletti. Facciamo fuoco nello stesso istante. Lo prendo allo stomaco. Lui mi centra in pieno petto. Vengo catapultata all’indietro. Crollo sul pavimento. Il dolore è devastante. Non riesco a respirare. Lui grida, pazzo di dolore. Non doveva finire così. Non è andato come avevo previsto. Edmond Dantès non sarebbe fiero di me. Ma va bene così. L’importante è che quel vecchio bastardo sia morto soffrendo e che suo figlio lo raggiungerà presto. Spero prima che la pm arrivi con i carabinieri. Le ho detto che questa notte avrebbe trovato il clan al completo. Una bugia per porre in essere la mia vendetta. Tra poco libereranno le ragazze. Ho fatto tutti i nomi e dato tutti gli indirizzi dei tizi coinvolti in questo schifo. Presto gli Stoica saranno dietro le sbarre. Tutti. Fata li ha fregati.
Ora vedo tutto nero. Non sento più le urla di Augustin. Sto morendo. Ho paura. Non so cosa ci sarà adesso. Sarebbe bello avere il mio bambino. Qui, tra le mie braccia, sorridente e felice, con quel suo profumo dolce.
Sì, vorrei che fosse questo il paradiso…
Io e lui…
Insieme…
Vorrei…
Vorrei…

Piergiorgio Pulixi

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3 pensieri su “Fata

  1. Pingback: Fata (#Svolgimento) | EVAPORATA®

  2. Alessandro C.

    vorrei… vorrei… vorrei evitare di sembrar lo stronzo di turno, però questo brano non mi è piaciuto. Il motivo, in breve, è il seguente: se la mia premessa è far riflettere su un dramma umano, dovrei cercare l’allusività, l’evocazione, ma non spiattellare così facilmente immagini e didascalie (altrimenti, lungi da me un processo alle intenzioni, l’opera potrebbe essere scambiata per le millemila speculazioni artistiche sulle tragedie umane volte esclusivamente a strappare un “affronta con coraggio una tematica spesso colpevolmente trascurata…” eccetera eccetera.

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