Gramigna

gramigna3Che io non fossi fatta per stare al mondo, fu chiaro a tutti fin da subito. Io sono colpevole di aver portato la disperazione in un nido felice, di aver portato lo sconquasso e lo sconforto in una casetta con le tendine a fiori e il praticello verde.

Mia madre morì nel mettermi al mondo, anzi gettandomi in esso perché non conobbi il suo odore, la sua voce, le carezze, il sapore del suo latte e il destino di un bambino che non conoscerà l’ amore materno è ben più triste di chi almeno questa consolazione l’ avrà. Fin dal primo vagito dunque, conobbi un mondo ostile ed asettico ma anche il rancore perpetuo di chi amava mia madre già ben prima che io esistessi, e che non fece mistero della delusione che conseguì alla mia venuta al mondo. La terribile verità la appresi ancora prima di imparare a sentire e a parlare e cioè che sarebbe stato meglio se io non fossi mai nata o tutt’ al più che fossi morta io al posto della mia adorata mamma. Sarebbe stato meglio così. Per tutti. Per mia nonna e mio padre di sicuro.
L’ imbarazzo di dover festeggiare il compleanno nel giorno dell’ anniversario della morte della mamma, è una pena atroce per chi ha lo stesso destino mio e quando ero bambina, il giorno era organizzato così. Alle dieci del mattino chiusa nel cappottino grigio, con il berrettino grigio, il visino grigio, e con il cuore rosso vivo dilaniato dal senso di colpa io e la nonna con il cappotto nero, la sciarpa nera, la borsa nera e le calze nere e il viso affilato verde, uscivamo di casa, compravamo un mazzo di tulipani gialli, i fiori preferiti della mamma, e andavamo al cimitero.


Il cimitero trasudava umidità, i cipressi gettavano ombre tetre sulle lapidi e nemmeno il sole più caldo riusciva a scaldare il marmo grigio su cui era posta la foto di una sconosciuta eppur cara persona con la faccia buona e sorridente, perduta ancor prima d trovarla. La mamma.
Io tremavo di terrore e orrore perché dentro sentivo il desiderio e il bisogno di essere felice il giorno del mio compleanno e mi odiavo per questo sussulto di vita che stonava con la solenne mestizia del momento. La nonna verde e piena di trita dignità incedeva lenta fino alla tomba e in silenzio sistemava i fiori, per la verità non mi permetteva mai di farlo perché in quanto responsabile di tutto questo non potevo assolutamente . Era insopportabile il senso di colpa che mi schiacciava, mi appiattiva, mi stritolava e non riuscivo a vincerlo recidendo le venefiche spire con cui mi avviluppava la nonna verde –serpente. Anzi, forse il suo astio ero convinta di meritarlo e se avessi potuto sarei diventata ancora più piccola e minuta di quanto già non fossi, trasparente, invisibile magari, un ectoplasma innocuo e pacificatore. Magari la nonna verde, se non mi avesse avuta più davanti, avrebbe acquietato il suo comprensibile dolore. Ma c’ ero. Le cedevo il posto più vicino alla foto e lei faceva tutto. Parlava con la foto di mamma mentre puliva e sistemava e quando faceva riferimento a me diceva “ quella” quasi con un sibilo e le raccontava tutto quello che combinavo. Dei miei successi a scuola non le raccontava mai, solo delle cose che non andavano la metteva al corrente.
_ “ Per me quella se deve fare cose che ci faranno vergognare, cose che porteranno il disonore nella nostra famiglia, per me, può anche morire figlia mia, io glielo dico sempre e prego il Signore che sia così” meglio piangerla morta che piangerla viva “.
Poi asciugava con un fazzolettino la fotografia e diceva: come piango a te figlia mia bella, come piango a te”. Avrei voluto consolarla in quei momenti, poggiarle almeno una mano sulla schiena curva ma non ci riuscivo perché la nonna aveva sempre una voce tagliente e senza sfumature ed ero sicura che non avrebbe gradito. Io non ricordo baci o carezze da parte sua. Infine, tirava su col naso le quattro lacrimucce che facevano capolino dagli occhi cisposi e sospirava:_ mah! Che speranza c’è che questo accada? L’ erba cattiva, la gramigna non muore mai! Non come te, figlia mia che eri erba buona e perciò sei morta!_
Mi consolava però sapere che il Signore non avrebbe potuto volere la mia morte anche se ero “ gramigna” anche se ero venuta al mondo mandandone all’ altro mondo un’ altra. Anche se avessi commesso qualche peccatuccio, qualche mancanza, il Signore non mi avrebbe fatto morire, non poteva volere questo Lui, ma più forte era il senso di colpa che mi strattonava il cuore me lo teneva legato al laccio della maligna aura di quelle parole pronunciate senza affetto senza nemmeno una incrinatura che avessero potuto lasciarmi intuire un po’ di considerazione. Pregavo : Signore, sorveglia l’ uscio delle mie labbra:::” e me le mordevo a sangue quelle labbra per tutto il tempo e aspettavo che tutto finisse presto, non riuscendo a mormorare che qualche brandello di preghiera anelante un po’ di protezione dall’ aldilà oppure a volte, se particolarmente ispirata o disperata, chiedevo semplicemente alla mamma che mi venisse a prendere così avremmo potuto conoscerci e stare finalmente insieme.

Così crebbi, colpevole e afflitta, alternando a un deprecabile desiderio di morte, (tanatos vs eros come avrebbe più tardi detto il mio psicanalista freudiano doc) un desiderio di vita, di autoconservazione di soddisfacimento dei miei bisogni e ciò era possibile perché in realtà io non volevo la fine della vita ma solo la fine del dolore . Ma siccome la nonna verde diceva che più buona di lei non c’era nessuno, la torta quel benedetto/maledetto giorno non la faceva mancare mai.
La posava sul tavolo con mani tremanti, un po’ incerte come a sottolineare l’ inadeguatezza di tale gesto in un giorno tanto triste.
La torta per far da contrappunto non era comunque colorata o allegra. Non aveva cioè decorini, cuoricini, e altri gioiosi auspici ben auguranti. Era marrone, al cacao dunque, colore serio e senza fronzoli e le candeline erano sempre bianche perché se fossero state rosa, colore allegro e femminile, sarebbero state fin troppo celebrative. Le tremule fiammelle erano spente in un attimo e senza enfasi, e la torta mangiata velocemente senza guardarci mai negli occhi, sentendoci colpevoli e sacrileghi e solo quando erano sparite tutte le tracce della festa ( si fa per dire), i nostri visi si distendevano, ridiventavano cioè quelli di sempre, austeri ed accigliati nel silenzio inospitale della casa. e non ridevo quel giorno quel giorno meno degli altri, perché la risata è ribellione e sarebbe stata incomprensibile e volgare. Stonata in una parola.
Io però spegnendo le candeline , un desiderio lo esprimevo sempre, magari non credendoci fino in fondo ma lo facevo lo stesso. Ed era sempre lo stesso. Potere essere madre felice con bimbi da ricoprire di baci e carezze in una casa rumorosa ed allegra. Madre viva e piena di salute per non tradire i miei figli, per non mettere al mondo orfani. Ma la nonna verde che aveva visto morire la figlia facendo il suo dovere di donna , mettendomi al mondo, bruttina per giunta, a me presagiva sterilità e mi diceva spesso : meno male che sei un ramo secco. _ dando per certo che madre io non lo sarei mai stata.
Ma fra una realtà immaginata del presente ed una realtà immaginata, per sopravvivere mi concentravo in una realtà di mezzo, una realtà dell’ anima, da nutrire di desideri, propositi, progetti per il futuro. Ma c’ era mio padre, che non faceva nulla per piacermi, per farmi sentire meno sola.
Purtroppo.
Chiunque, anche un omuncolo rappezzato e approssimativo, al cospetto di mio padre si sentiva un crinale inarrivabile, tronfio di sollecitato buon senso. Mio padre non si metteva mai di traverso, non prendeva posizione, preferendo lasciar correre pur di non creare tensioni indesiderate, con gli altri. A casa era diverso, un altro uomo e dunque mi faceva pagare care le sue frustrazioni, le sue sconfitte sociali. Era un debole, un ignavo, e io questi uomini così, li odio. Non diceva agli altri quello che pensava ma a casa esplodeva in un’ ira incontenibile, senza argine, scatenando paurose scenate infinite. La nonna verde quando lui veniva a trovarci a casa e portava un po’ di soldi , gli raccontava delle sue difficoltà a starmi dietro a farmi stare sulla retta via perché io in realtà ero una predestinata verso il Male, verso lo sbaglio e dunque lei faticava, arrancava sul sentiero irto di ostacoli che mi ero scelta e da cui caracollava per farmi desistere. Mah.
Calmo mio padre, si sfilava la cintura dei pantaloni e con metodo, senza parola, iniziava la punizione. Alla nonna verde non le si increspava un solo muscolo, tratteneva il respiro fino a quando era finito tutto. Anch’io non parlavo, né gemevo, né mi lamentavo. Era tutto normale. Anzi a volte, quando lo vedevo così, rosso e sudato dopo avermi preso a cinghiate, provavo pena per lui. Lo capivo. Lo giustificavo. Gli avevo ucciso l’ adorata moglie venendo al mondo, gli avevo scompaginato i piani, distrutto la vita, distrutto la vita di tutti noi perché la mia lo era più degli altri.
Dunque l’ anima, la realtà di mezzo, questa sconosciuta, non dovevo perderla di vista per non perdermi. E costruire intorno ad essa la mia vita.
Ma l’ impalcatura non solida scricchiola, ondeggia vistosamente ed io ero spesso in balia di un vento che mi scuoteva tutto e che mi lasciava attonita per le raffiche nemiche.
Facevo sempre tutto in punta di piedi, per non disturbare, per non essere d’ intralcio, sentendomi come un ospite, per di più non gradito. Se qualcuno , i vicini di casa per esempio, dicevano _ ma che brava bambina! E com’è silenziosa, nemmeno sembra che sia qui,!_ la nonna verde, alzava gli occhi miopi al di sopra delle lenti, li puntava in faccia all’ interlocutore, poi, riuscendo a vedere solo un’ ombra indistinta, si aggiustava gli occhiali che restavano in bilico sul naso asciutto, cartilagineo, e sospirando diceva: purtroppo c’è. Esiste, eccome se esiste! Ed ha fatto anche troppo rumore nascendo. Se avesse un poco di buon gusto tacerebbe per sempre._
E sospirava come a dire ma purtroppo il buon gusto le fa difetto.

Ma crebbi. Ed anche in fretta per giunta. Quando compii ventuno anni l’ incantesimo della mia brutta vita si spezzò e si avverò il desiderio che avevo sempre desiderato spegnendo le candeline.
La nonna verde morì improvvisamente senza emettere alcun gemito. In questo ero stata sempre chiara nello spegnere le tremule fiammelle del genetliaco. Non volevo che soffrisse fra atroci dolori e sempre le augurai una morte tenera, senza lenta agonia. Al suo funerale eravamo solo in due, io e mio padre il quale non versò una lacrima per la suocera. E così la nonna verde ebbe un funerale “ asciutto” e senza sbavature ed io uscendo dall’ alto cancello nero del cimitero incontrai Pierluigi il quale entrava con un mazzo di fiori gialli, gli stessi che portavamo sempre alla mamma. Prima guardai i fiori e poi lui. Occhi verdi come un bosco d’ Autunno e fronte alta senza pieghe. Un sorriso affabile che scaldò il mio cuore freddo.

Tiziana Sferruggia

Segnalata alla XXVIi edizione del Premio Calvino  con il romanzo  “La Signora Rosetta”

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