100+1

candleMi tolsi il cappello. Feci un profondo respiro. Abbassai la maniglia e spinsi con forza la porta massiccia che scivolò sui cardini oliati senza un cigolio. Davanti a me si aprì una stanza ampia, rettangolare, disadorna. Solo in fondo una vecchia scrivania. Disposta di sbieco. Ai lati, sul piano di mogano, faldoni di carta si ergevano come torri di Babele fatiscenti. Dietro se ne stava seduto un uomo in uniforme nera. Chino su una pila di fogli. Una penna in mano. Leggeva. Firmava. Un foglio dietro l’altro, in rapida successione. Sembrava non essersi accorto di me. Io attesi, fermo e paziente, lo sguardo abbassato sulle mie scarpe che avevo lucidato con cura nel primo mattino, con grasso e nero fumo. Gli attimi mi sembravano infiniti, Così mi decisi. Mi avvicinai, a lui con passi misurati che risuonavano nella stanza disadorna. Lame di luce filtravano dalle vetrate. scivolavano sul lucido marmo, per poi espandersi sulla parete. Le due grandi finestre, incorniciate da drappi color crema, si aprivano sulla piazza insolitamente deserta e silenziosa in quel mattino inoltrato. Nonostante la bella giornata ristagnava in quella stanza l’odore di una città impaurita e dimessa che ritardava a svegliarsi dal suo sonno inquieto. Non sapevo precisamente perché fossi stato convocato, ma ero sicuro che …

Cercai di distrarmi pensando a ciò che avevo fatto quella mattina. Sveglio prima dell’alba. Lavato e fregato con forza il corpo con acqua fredda. Legati i Filatteri con una piccola cinghia di cuoio sotto le ascelle. Vestito con abiti lindi. Pettinato con cura la lunga barba e i capelli corvini. Ricomposto, con movimenti lenti e antichi, i due lunghi boccoli ai lati del viso. Fermato, con due forcine, sul capo, il mio zucchetto blu cobalto.

Le preghiere del mattino le avevo recitate sottovoce, al ritmo del mio corpo che ondeggiava avanti e indietro finché non mi sentii pronto per la colazione consumata sul vecchio tavolo. Un pezzo secco di pane di segale azzimo e un bicchiere d’acqua lasciata riposare nella notte sul davanzale dentro un capace bicchiere, coperto da un piattino di peltro.

Prima di uscire, avevo spolverato con cura il lungo cappotto nero e il cappello a larghe falde che portavo nei giorni di festa. Mi sentivo pulito, ordinato, in pace con D-o e tuttavia inquieto, mentre camminavo per le strade di quella città. Le finestre erano chiuse e la vita non era ancora emersa, ma la sentivo intorno a me. Era la voce rauca di un paese in guerra.

Un brivido mi riportò in quella stanza. Alzai d’istinto lo sguardo sull’uomo che mi aveva imposto quel incontro. Portava una divisa di panno nero, rigida. Scintillavano i bottoni d’oro con l’aquila in rilievo. Sul petto una medaglia e i segni del comando. Una croce uncinata rosso sangue su fondo bianco gli fasciava una manica. Del suo viso non potevo dir nulla, L’ampia visiera di un cappello militare n’adombrava gli occhi. Mi fermai a pochi passi dalla scrivania. Lui non alzò lo sguardo e non smise le sue minute, finché il mio imbarazzo non gli sembrò sufficiente. Solo allora fece un lieve cenno con la mano. Mi voleva più vicino. Voleva che sentissi il suo lento respiro e l’odore della sua pelle. Piegai la testa di lato infastidito da quella improvvisa intimità.  Io ero Jeremy Asherman, il rabbino della comunità ebraica che si era insediata ormai da anni in quella città. Quanto potevano valere, per lui, il mio ruolo, le mie ossa e la poca carne che le circondava. Non chiese il mio nome, non mi porse alcuna cortesia. Parlò in modo diretto, e misurato in modo che non mi sfuggisse nulla.

 “Ti concedo la possibilità di far uscire dal paese 100 ebrei. Li sceglierai tu! 40 donne, 30 uomini. Il resto bambini che non superino i 13 anni.” 

Sollevò una carta ingiallita su cui primeggiava una firma fresca d’inchiostro, la sua.

“Questo è il salvacondotto che ho appena firmato. Mancano solo i nomi. Quelli li devi mettere tu.”

Avvolte da un silenzio pesante le sue scarne parole fluttuarono per un attimo e poi si condensarono e mi entrarono dentro tutte insieme. In un sol colpo. Come un’infezione. Abbassai lo sguardo. Attesi. Poi sollevai gli occhi e guardai i suoi chiari come l’acqua di mare prima della empesta. Lui spinse le parole con noncuranza di là del bordo secco della scrivania e disse ciò che mi aspettavo.

“In cambio di questo …  diciamo  …  favore, voglio i nomi di tutti gli ebrei che abitano in questa città e di quelli che si sono nascosti. Tutti! Mi hai capito?”.

La sua voce imperiosa questa volta mi attraversò come un ferro rovente e conobbi la forza dell’orrore. Strinsi le tese del mio cappello che tenevo con entrambe le mani davanti all’inguine. Sentii il morso dei filatteri sotto le ascelle. Ne conoscevo a memoria il contenuto. Quei passi del Torà arrotolati su vecchie pergamene li avevo ripetuti infinite volte, ma portandoli con me volevo affidare a Dio la mia mente e il mio braccio. Lui non attese risposta. Non ce n’era bisogno. Si chinò nuovamente sulle carte e mi diede congedo.

Presi i fogli. Mi voltai lentamente. Mi trascinai, curvo, verso l’uscita. La gola secca. Le mani tremanti e i pensieri che non trovavano pace. La morte certa di molti in cambio della vita di pochi, questo era l’atroce scambio, era forse contemplata nella legge? E io dovevo scegliere. “Pikuah Nefesh1, Pikuah Nefesh” ripetei a bassa voce trascinandomi verso l’uscita. A quale principio mi dovevo affidare per portare avanti quel crudele compito?. Sentii i miei muscoli tendersi fino allo spasmo e i filatteri premere dolorosamente sotto le ascelle. Cercai le parole. “Pikuah Nefesh” non avevo altro.

“Ricordati! Hai solo tre giorni di tempo per compilare le due liste. Mi hai capito? Tre giorni. Al quarto colpiremo tutti indistintamente e senza pietà”

Aveva aspettato che arrivassi alla porta per urlarmi queste parole a cui risposi con un lungo brivido. Non mi voltai.  Abbassai la maniglia e tirai con forza. La porta massiccia scivolò sui cardini oliati senza un cigolio e si richiuse alle mie spalle.

Non avevo scampo. L’onda di quell’odio disumano s’abbatteva con potenza sulla riva della mia anima, rompendo ogni argine. Sentii, nausea, dolore, angoscia e pregai D-o che nella sua immensa misericordia mi desse la forza di sopportare.

Furono tre giorni d’angoscia, di dolore, di pianto e di preghiere. Mi privai di un boccone di pane azzimo per ogni nome che condannavo, e di un sorso d’acqua per ognuno che salvavo. Gocce dense, salate bagnavano di continuo il mio viso e mi annebbiavano la vista.

Finii le due liste, affamato e assetato. Finii le due liste vecchio e stanco. Finii le due liste e ogni nome era un pezzo della mia anima che lasciavo impressa sulla carta con una scrittura bruna, minuta ma precisa.

Cosa potevo fare? Me lo chiedevo ad ogni nome che scrivevo sull’una o sull’altra lista. Ogni iniziativa che provavo ad immaginare, portava, con se morte e disperazione. Per tutti! Eravamo pesci chiusi nella nassa- ghetto in cui ci avevano costretti a vivere, circondati dalla paura e la loro ira, se stimolata, sarebbe stata più feroce dell’odio. Ero solo di fronte allo specchio opaco della mia coscienza. Solo, con quei nomi e con le mie preghiere.

Scrissi, con cura, l’ultimo nome. Asciugai l’inchiostro con polvere di ferro e mi tersi la fronte con un panno di lino. “Pikuah nefesh” mi ripetevo battendomi il petto, passandomi la faccia tra le mani. “Pikuah nefesh” mi urlavo nella mente dondolandomi piano. Recitavo a memoria il Tora’ e mi sforzavo di credere che Dio avrebbe fermato la mano di quegli aguzzini come aveva fermato quella di Abramo nell’atto di uccidere suo figlio. M’aggrappavo alla speranza di quei cento che avevo fatto salire sull’arca. Mi dilaniava la colpa dei tanti che condannavo di cui conoscevo la faccia, gli affetti, i pensieri.

Il terzo giorno chiusi le buste con saliva impastata e mi ritrovai di nuovo in quella stanza enorme. Furono rotti i sigilli di morte e di vita. Un’attenta lettura. Un sorriso di approvazione. Poi con un deciso movimento della mano, il mio nome fu depennato dalla lista dei più e aggiunto a quella dei 100. Quell’uomo, senza parole, mi condannò ad aver salva la vita.

I patti furono rispettati. Ci salvammo in 100 +1 e nessuno degli altri.

In cambio di questa atrocità ci dettero una terra sulla quale altri vantavano diritto, la patria promessa delle scritture, denaro per costruire, protezione per vivere, armi per difenderci, pane per nutrirci. E fiorirono speranze e ulivi e agrumi e viti e buon vino, ma non la pace!

La morte mi raggiunse una sera d’estate in una strada secondaria di quella nuova patria. Arrivò vigliacca e violenta per mano di un fratello ebreo. I suoi occhi erano neri come la pece. Il naso aquilino. Il volto scavato e sofferente, come il mio, di allora. M’uccise scannandomi come un capretto nell’ora della pasqua, dentro un sole di cui io intravidi più ombre che luce. In quel colpo deciso, carico d’odio, riconobbi il mio assassino e non mi sorpresi. Avevo diviso famiglie, separato fratelli, mogli dai mariti, figli dai genitori, amici dagli amici e sapevo che la sete di vendetta sarebbe stata più forte della misericordia e più potente della pietà. Questo era il problema del nostro giovane stato e di quanti abitavano quella terra sempre più feroce. Il diritto di uccidere rimaneva sempre più forte del diritto di vivere.

 “Pikuah Nefesh” ripetei nel pensiero, quando la lama toccò il mio collo. “Ameyin – Amen ” quando la sentii penetrare recidendo la carne e le arterie . Non sapeva, il mio assassino, che finalmente colmava la mia voglia d’espiazione e chiudeva il peso indicibile del ricordo.

Morii tra mille voci che uscivano gorgogliando dalla mia gola che sembrava bollire. Impastai il mio sangue con la polvere, il mio sguardo col nero della notte eterna. Ebbi pietà. Un’immensa pietà. Ebbi orrore, un infinito orrore. Poi non ci fu più tempo altri fratelli m’accolsero compassionevoli senza clamore a braccia aperte e divenni uno fra i tanti. Rimase viva solo quella somma, 100+1, senza alcun risultato.

 Maurizio Rosa

 1Pikuach Nefesh descrive il principio della Halakhah che la salvaguardia della vita umana supera qualsiasi altra considerazione religiosa. Quando la vita di una persona è in pericolo, quasi tutte le mitzvot lo ta’aseh (comandi di non eseguire un’azione) della Torah diventano nulle.

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