Terezìn

Terezin_ChildrenNon avrebbe potuto scegliere un posto migliore dove morire. Fu la prima cosa che pensai osservando la città dai finestrini del taxi. L’autista si accorse del mio stupore quasi infantile di fronte a quello spiraglio di paradiso. In un inglese stentato iniziò a parlarmi di quel luogo. Non riuscivo ad ascoltarlo perso com’ero nel placido azzurro dell’acqua, rapito dai filari di palme che costeggiavano il lungolago ed estasiato da quel liberty imperante che aveva il potere di farti sentire come sospeso in un’altra epoca. Il pensiero che avesse scelto questo posto dove nascondersi per tutti quegli anni mi fece sorridere. L’avevo cercata ovunque. Brasile, Paraguay, Messico, tutto il Sudamerica. In Uruguay un suo collega, mi aveva dato una soffiata addirittura sul Giappone. C’ero andato. Salvo poi maledirlo, perché si era soltanto preso gioco di me. Ma era troppo tardi. Il cancro se l’era portato via. Non mi ero arreso. Avevo continuato a cercarla. Turchia. Indonesia. Persino Australia. Molti mi dicevano che stavo sprecando la mia vita. Mi consigliavano di metterci una pietra sopra. Forse avrei dovuto farlo. Perché col tempo, a parte lei, non mi era rimasto niente. Lei… La mia ossessione. Era una corsa contro il tempo, lo sapevo. Anch’io come tutti loro stavo invecchiando. Ormai era questione di mesi, più che di anni. E più il suo branco di lupi spariva sotto i meschini assalti della vecchiaia, più le mie possibilità di trovarla si affievolivano. Poteva essere anche morta, certo. Forse stavo inseguendo soltanto un fantasma. Possibile. Più volte mi ero quasi convinto di questo. Ma non ci avevo mai creduto. Era come se qualcosa ci legasse. Non avevo prove, ma sapevo che era viva. Così come ero certo che lei sapesse che la stavo cercando. E alla fine l’avevo trovata.


“Quelle sono le Isole Borromee, vede?” continuò il taxista. Apprezzai i suoi sforzi linguistici, ma con un sorriso educato gli snocciolai tutti i dati su quelle isole, anche i più astrusi. Il poveretto impallidì. Avevo studiato come un pazzo quella zona una volta scoperto che lei si trovava lì. Avevo reperito più materiale possibile. Era come se avessi sentito il bisogno di ripercorrere la sua vita in quel lembo di terra che si affacciava sul Lago Maggiore. Volevo immaginarmi come si fosse sentita a passeggiare in quell’atmosfera tranquilla e serena, con la brezza leggera che saliva dal lago e faceva sussurrare le palme. Lei, in mezzo a tutti quei turisti. Era stato geniale nascondersi lì.
“Mi lasci pure qui” dissi. Pagai e scesi. Mi fermai in un bar elegante la cui terrazza s’affacciava sul lago. Era pazzesco. Alle mie spalle avevo le montagne. Davanti l’azzurro scintillante dell’acqua da cui emergevano le isole con ville e giardini di straordinaria bellezza. In lontananza una nebbia sottile ammantava tutto di un velo di irrealtà. Proprio come se quel luogo non appartenesse alla terra. Provai la sensazione di ritrovare qualcosa perduto da sempre: lo stupore della bellezza. Allora capii perché aveva scelto quel luogo come riparo. Compresi che dal primo istante che aveva posato gli occhi su quel posto se ne era innamorata e aveva deciso che sarebbe vissuta lì fino alla fine. Fu lo stesso per me. Mi bastarono pochi minuti per realizzare che una volta chiuso con lei, avrei aspettato la mia ora in quei bar all’aperto, sulle rive del lago, in pace.
Iniziai a camminare per la città osservando col sorriso sulle labbra i giardini barocchi delle ville, i giovani che si abbronzavano sui prati verdissimi degli hotel, i bambini di decine di nazionalità diverse che correvano per i vicoli soleggiati, giocando a entrare in quei ristoranti tutti attaccati, le mamme che li lasciavano fare, e i padri che non la smettevano di fotografare ogni dettaglio di quella città la cui bellezza era così preziosa che avevi fretta di acchiapparla tutta con gli occhi come se ci fosse la minaccia che fosse destinata a sparire da un momento all’altro, come tutte le cose belle. Mi divertii a ricercare gli influssi e i dettagli che mi parlavano di altri paesi. Trovai molta Svizzera nell’ordine, nelle simmetrie delle case e degli alberghi. Con meraviglia un po’ di Lisbona nei vicoli della parte storica. A seconda della luce un po’ di Grecia, Creta soprattutto. Poi Bruges, echi di Anversa, e tante altre città di tutto il mondo.
Mi fermai in un bar chiamato El Gato Negro per bere qualcosa di fresco. La camminata mi aveva messo sete. In un negozietto turistico comprai un Panama bianco e proseguii a camminare, perso nella magia di scoprire tutto di quella città. Col cappello e i miei occhiali da sole ero perfettamente mimetizzato tra le centinaia di turisti. Feci un giro in battello e osservai il sole del tramonto che inaranciava il paese e le montagne in lontananza. Il lago divenne una lunga distesa di bronzo. Tutta quella bellezza mi fece sentire vivo come non mi accadeva da anni. Ma era l’incanto della città a farmi sentire così o il fatto che finalmente l’avevo trovata?
Soltanto alle dieci di sera presi possesso della mia stanza al Grand Hotel des Iles Borromees. Uno dei più belli hotel al mondo. I miei bagagli erano stati spediti lì e li trovai già in camera. Feci portare una bottiglia di Dom Perignon. Plateale e grossolano, forse. Ma volevo festeggiare. Dal pc portatile lasciai che le note de La Voce del Silenzio e l’impetuosa voce di Andrea Bocelli invadessero la stanza. Ma non mi bastava. Spalancai le finestre, e mi sedetti sulla terrazza che dal quinto piano dava sul Golfo Borromeo. Davanti a me la città. Un diadema di luci nella notte. Avevo settantanove anni e mi chiedevo perché mai fossi vissuto così a lungo lontano da quel luogo incantato. Ma quel rimpianto mi condusse alla consapevolezza che non avevo mai vissuto veramente in quegli anni. E la colpa era sua.
“Anita Schellenberg” pronunciai il suo nome a voce alta, con in mano il calice di champagne. Fu solo un sussurro. Lo ripetei ancora. Come strideva quel nome in quell’atmosfera di immacolata bellezza. Lo ripetei ancora. Poi ancora. E ancora… ancora… L’avevo trovata.

La mattina dopo feci colazione nel giardino dell’imbarcadero ricavato da un terrapieno a lago. Arrivò una cameriera con un bellissimo bouquet di Peonie rosa dal profumo morbido, appena colte dal bellissimo parco del Grand Hotel.
“Dottor Fassbender, pensa che possano andar bene?” mi chiese in tedesco.
Lasciai scorrere i polpastrelli sui petali freschi e morbidissimi. La composizione attirava prepotentemente lo sguardo da quanto era sontuosa.
“Sono perfetti” dissi.
“Le ho portato anche un bigliettino che accompagni il bouquet, se vuole scrivere qualcosa”.
“Gentilissima” risposi estraendo una penna dalla giacca. Vergai poche parole: “Ad Anita. Da Terezìn, con amore”.
“Ecco qui, grazie”.
“Le faccio recapitare subito”.
Finii il mio caffè e osservai il mattino colorare il lago e la città di Stresa. Dall’altra sponda una donna stava per ricevere dei fiori dal suo oscuro passato. Avrebbe capito subito. E sapevo che non sarebbe scappata. Era troppo vecchia per scappare. E forse anch’io ero troppo vecchio per quello che ero venuto a fare. Ma in un modo o nell’altro l’avrei fatto comunque.

Le mandai fiori per una settimana. Ogni giorno. Sempre Peonie. Cambiavano soltanto le parole del biglietto: da Abel, da Leah, da Mikhael, da Myriam, da Gad, da Edna, dalla famiglia Eisenberg.
All’ottavo giorno cambiai. Quel gioco era durato anche troppo. Le spedii delle rose porpora, quasi nere. Anche il messaggio era diverso: Ore 21, ristorante I Mori di Palazzo Aminta. Sia puntuale, colonnello.

Fu puntuale. Il nostro tavolo era posizionato sul un lussuoso gazebo che dava sul lago. Lei fu accompagnata da quello che immaginai fosse uno dei nipoti. Il ragazzo non disse nulla. La aiutò a sedersi e poi se ne andò, senza una parola. Ci fissammo a lungo. Portava bene i suoi novantadue anni. Ma nell’intrico di rughe che le solcava il viso non trovai traccia del suo giovane volto. Nulla in lei mi ricordava la ragazza che avevo conosciuto. A parte gli occhi. Quell’azzurro glaciale era rimasto inalterato. Anzi, forse si era fatto ancora più freddo.
“Sai chi sono?” attaccai in tedesco.
“Me lo posso immaginare” rispose senza scomporsi. Gli occhi fissi sui miei. Era soltanto una vecchia, ma mi faceva ancora paura. Era incredibile.
“Ti ho cercato per tanto, tanto tempo”.
“Non sei stato il solo”.
“Lo so bene… Colonnello Anita Schellenberg. Da quanto tempo non sentivi questo nome?”.
Rise. “Più di sessant’anni”.
“Ora sei Natasha Koestler, giusto? Vedova di un conte ungherese. Gli storici lo troverebbero molto ironico…”.
“Come hai fatto a trovarmi?”.
“Quanta fretta… L’importante è che ti abbia trovato, no?”.
“Hai intenzione di uccidermi?”.
“Perché, cosa cambierebbe?”.
“Nulla. Solo dettagli burocratici che avrei voluto sbrigare prima”.
“Cosa provi a vedermi?” domandai.
“Niente. Un leggero rimorso per aver abbassato le difese, ma niente di più. Ormai non ha più importanza… Hai figli?”.
“No”.
“Come mai?”.
“Ho sempre temuto che potesse nascermi qualcosa di simile a te. La cosa mi ha sempre frenato”.
Le sue labbra sottili si stirarono in un sorriso che mi fece venire la pelle d’oca.
“Vuoi mangiare?” le chiesi, cercando di mascherare il mio nervosismo.
“No. Ormai non mangio quasi più… Quanti anni hai adesso?”.
“Devo farne settantanove”.
“Avresti dovuto farti una vita, anziché darmi la caccia per tutti questi anni, perchè è quello che hai fatto, non è vero?”.
Non risposi.
“Te lo si legge in faccia. Siete tutti uguali… Complimenti, mi hai trovato. Fai quello che devi fare”.
“No. Voglio delle spiegazioni”.
“Cosa pensi di ottenere?” chiese passando al ceco.
Per un attimo ebbi consapevolezza che non parlavo in ceco da almeno due anni. Mi capitava a volte di sognare in quella lingua, ma ormai utilizzavo soprattutto inglese e tedesco. Mi adeguai.
“La verità sarebbe già qualcosa”.
“Allora forza, fai le tue maledette domande” ragliò con quella voce arrochita dall’età.
“Proprio non vuoi sapere nulla di me? Non mi hai chiesto dove vivo, che mestiere facevo, niente. Non valgo proprio nulla per te?”.
“Cosa vuoi che ti dica? E’ chiaro che sei una spia. Mossad, immagino”.
Annuii. “Qualcosa del genere”.
“Te l’ho detto, sei uguale ai tanti cacciatori di nazisti che ho seminato e…”.
“Ucciso”.
“Certo, qualcuno sono riuscita a ucciderlo…”.
“Sei agenti. Sei colleghi…”.
“Si chiama istinto di sopravvivenza”.
“Vai avanti”.
“Non hai una famiglia, non hai una vita davvero tua. Ti sei dedicato soltanto al lavoro. Scuole americane, addestramento negli USA, la solita trafila”.
“Come hai fatto a ucciderli?”.
“Sai come mi chiamavano, no?”.
“La Venere del Reich…” sussurrai.

Per qualche secondo i suoi occhi si persero sulle acque del lago, come smarrita nei ricordi. Quando riportò lo sguardo su di me sorrideva.
“Ero molto bella” disse con un velo di nostalgia nella voce.
“Bellissima, oserei dire”.
“Grazie”.
“Bellissima e letale”.
“Mettiamola così”.
“Hai mai detto a nessuno la verità?”.
“No”.
“Per tutti sei stata sempre e solo il colonnello della Gestapo Anita Schellenberg?”.
“Sì” disse distrattamente tornando a fissare il panorama mozzafiato del lago. “E’ un bel posto per morire, vero?”.
“E’ la prima cosa che ho pensato appena sono arrivato”.
“E’ un gioiello di città”.
Si avvicinò un maitre elegantissimo nei modi e nell’abbigliamento. Ci chiese se volevamo ordinare. Feci portare del vino, ma lei non ne toccò.
“Non so come sia messo tu a salute, ma io sono anni ormai che non posso bere” disse.
“Lo so. Una volta che ho scoperto la tua identità ho messo le mani su tutto ciò che ti riguardava, cartelle cliniche comprese”.
“Ho solo una cosa da chiederti, poi risponderò a tutte le tue domande”.
“Va bene” dissi giocherellando col calice di vino.
“Hai detto ad altri che mi avevi trovata?”.
“No”.
“Quindi vuoi proprio uccidermi”.
“Ci puoi giurare”.
Annuì gravemente.
“Forza. Sentiamo cosa vuoi sapere”.
“Terezìn, ti ricordi?”.
Sorrise. “Mi è sempre piaciuto chiamarlo col suo vero nome, Theresienstadt, sessanta chilometri a nord di Praga. Un gran bel campo di concentramento, ricevetti anche una promozione per la sua gestione, lo sai?”.
“Certo. Trentamila morti, una bella cifra”.
“Per una donna, senza dubbio”.
“Nessuno ha mai sospettato nulla?”.
“Scherzi? Ricordi come ero da giovane, vero?”.
“Bellissima. Statuaria, capelli color grano, occhi azzurrissimi, lineamenti aristocratici. Puro dna ariano”.
“Già”.
“Peccato che fosse una recita”.
Non fiatò.
“Sarah Eisenberg. Era questo il tuo nome vero, ricordi?”.
“L’avevo quasi rimosso…”.
“Sarah Eisenberg, figlia di ebrei tedeschi, medici. Il Dottor Abel Eisenberg, sua moglie Leah, e i figli, Mikhael, Myriam, Gad, Edna, e… Sarah. Il Dottor Eisenberg trasferì la famiglia a Praga. Tu rimasi lì, a studiare. Quanti anni avevi quando loro si spostarono in Cecoslovacchia?”.
“Diciassette”.
“I tuoi continuarono a sentirti via missiva, ma poi dopo un anno la corrispondenza s’interruppe. Fu lì che Sarah Eisenberg morì. Fosti tu stessa a inscenare la tua morte?”.
“Sì. Col suo aiuto”.
“Parli di Klaus?”.
“Esatto”.
“Klaus Shreder, ufficiale tedesco. Lui sapeva la verità?”.
“Non l’avrei ammazzato altrimenti”.
“Ti amava vero?”.
“Era pazzo di me”.
“Chi era veramente Anita Schellenberg?”.
“Una ridicola giovanotta di campagna, orfana, morta di tifo… Assunsi la sua identità, continuai gli studi, fui notata da un reclutatore della Gestapo, e venni addestrata come una spia tedesca. Nessuno sospettò mai di nulla. Merito della mia ariana bellezza”.
“Maleficamente geniale”.
“Sono d’accordo”.
“Adesso viene la parte davvero interessante, però” dissi con una stretta allo stomaco, mentre da un battello che stava attraversando il lago dei bambini ci salutavano. “La tua vera famiglia viene imprigionata a Terezìn. Tua madre, Leah, Mikhael ed Edna muoiono quasi subito di tifo esantematico. Rimangono vivi tuo padre, e alcuni tuoi fratelli. Come ti sei imbattuta in loro?”.
“Dai registri, come altro? C’era così tanta gente, e poi sinceramente dopo trenta giorni di prigionia non li avrei riconosciuti se me li fossi trovati di fronte: ti ricordi come la fame li trasformava, vero?”
“Come potrei dimenticare…”.
“I nomi, è così che li ho trovati”.
“Loro sì che ti avrebbero riconosciuta, questo… è quello che hai pensato, giusto?”.
“Ovviamente”.
“E allora cos’hai fatto, hai caricato la tua Luger P08, hai chiamato due dei tuoi sgherri e hai fatto portare i tuoi parenti in una stanza. Nudi come bestie, come eri solita fare con i tuoi esperimenti con i vermi ebrei, non è così?”.
“Quando reciti una parte…”.
“Devi recitarla fino in fondo. Lo so. Prima regola della spia… Quindi, tuo padre e i tuoi fratelli in quella stanza. Tuo padre ti riconosce subito, rimane senza fiato e senza parole, tu gli pianti un proiettile in fronte prima che possa impietosirti in qualche modo…”.
“Riuscì a dire Sarah, figlia mia, a dire il vero” gracidò quella vecchia strega, con un sorriso malvagio sul volto.
“E poi sparasti…”.
“Esattamente”.
“Poi nell’ordine: Myriam, dodici anni. Gad, tredici. Pum, pum, senza un attimo di esitazione… come una macchina”.
“Era l’unica cosa che…”.
“Poi all’ultimo, c’è qualcosa che ti ferma…”.
La vecchia ebrea nazista si passa lentamente una mano sui capelli bianchi, e riconosco in quel momento lo stesso gesto che fece prima di puntare la pistola anche contro di me, Aaron, suo fratello, dieci anni ancora da compiere.
“Già, mio caro fratellino” annuì.
“Me lo ricordo ancora adesso come se lo stessi vivendo… Vedo mio padre e i miei fratelli morire in pochi secondi, non riesco nemmeno a urlare…”.
“Ti eri pisciato addosso, mi ricordo…”.
“Come posso dimenticarlo? Te la sei fatta addosso, piccolo verme. Furono queste le tue parole…”.
Ci guardiamo in silenzio per secondi che sembrano eterni. Bevo il vino per scrollarmi di dosso il suo sguardo vitreo. Fisso le sponde del lago illuminate dalla luce ambrata dei lampioni, poi riporto gli occhi su di lei, vecchia e impotente. La pistola giace nella fondina ascellare alla mia sinistra. L’idea è di accompagnarla giù, in riva, e spararle come lei ha fatto a mio padre e ai miei fratelli. Poi sparire.
“Continua, vedo che c’è qualcosa che ti assilla” disse.
“Mi dici quella frase, scuoti la testa disgustata, poi mi posi la canna sulla fronte… Io chiudo gli occhi. Dopo qualche secondo li riapro… Mi fissi, le labbra che sembrano tremarti… Poi abbassi la pistola ed esci dalla stanza, in preda ai brividi… poi non torni più. Mai più… Sparisci per sempre… Io svengo per la tensione, e quando mi sveglio, niente, trovo solo i cadaveri, ma di te nessuna traccia”.
“Cosa vuoi sapere?”.
“Cos’è successo dopo?”.
“Sono uscita dal caseggiato e uno dei miei ufficiali mi è venuto incontro e mi ha detto che gli Alleati stavano per arrivare. Non c’è stato il tempo di far altro che montare sui camion e scappare… Poi… Be’, poi è una storia lunga…”.
La fisso, incredulo che questa vecchia sia mia sorella.
“Piccolo, Aaron, sei cresciuto… E ora vuoi giustamente uccidermi”.
“Sì, e lo farò… Tu non sei riuscita ad ammazzarmi, però. Cosa ti ha frenato? La mia età, il fatto che mi cullavi quando ero piccolo? Il fatto che mi portavi con te a raccogliere peonie?”.
Sarah Eisemberg, la Venere del Reich, scoppiò a ridere e osservai che provava dolore nel farlo. Quando si riprese le chiesi cosa ci fosse di tanto divertente.
“Tu credi che io non ti abbia ucciso per pietà, perché mi facevi pena?”.
“Cos’altro?”.
Scosse la testa. “Tu chiudesti gli occhi, io tirai il grilletto, ma la Luger si inceppò. Premetti di nuovo, ma nulla… Quando riapristi gli occhi tremavo, è vero. Ma di collera… Uscii per recuperare un’altra pistola e finire il lavoro, ma il mio ufficiale… Pensavi davvero che ti avessi risparmiato per pietà? Sai quanti bambini ho ucciso a Terezìn?”.
D’improvviso sentii la stretta allo stomaco farsi più violenta. Iniziai a tossire, e il cuore prese a galoppare impazzito nel mio petto.
“Bevi un bicchiere di vino, forse ti è andata l’aria di traverso” disse, serafica.
Seguii il suo consiglio, ma dopo aver bevuto la situazione non migliorò. Anzi. Sentii le guance prendermi fuoco, e un dolore lancinante che si irradiava dal braccio sinistro, sempre più acuto. Mi mancò l’aria tutto d’un tratto.
“Si chiama acido cianidrico, definito comunemente acido prussico. E’ letale. L’ho versato nel vino, o meglio, uno dei miei nipoti l’ha versato nel vino, per me. L’ho addestrato bene, e sapendo con chi avevo a che fare, ho voluto prendere le mie precauzioni… Il veleno non lascerà tracce. Il medico che constaterà il tuo decesso non andrà oltre il semplice infarto, hai settantanove anni, sai com’è… Avresti dovuto uccidermi senza troppi giochetti da filmetto di bassa lega… Guardati, ti sei addirittura pisciato addosso, piccolo verme”.
Furono quelle le ultime parole che udii. Poi, nella nebbia vidi il ragazzo di prima venire a prenderla con un sorriso identico al suo sulle labbra, e qualcuno che mi soccorreva.
Poi…
Niente.

NdA: Erano in 15.000: non ne sono sopravvissuti nemmeno un centinaio. Avevano tutti un’età compresa tra i 12 ed i 16 anni. Terezìn fu il maggiore campo di concentramento nazista sul territorio della Cecoslovacchia. Costruito come transito per gli ebrei che dal Protettorato di Boemia e Moravia venivano deportati verso i campi di sterminio dei territori orientali, dalla sua nascita vi furono deportati 150.000 persone, fra le quali 15.000 bambini. La maggior parte trovò la morte nel ghetto stesso o negli altri campi nazisti.

Piergiorgio Pulixi

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2 pensieri su “Terezìn

  1. Anna Wood

    Un racconto da restare senza parole e fiato. Un destino schifoso, la vita che non si prende rivincite . Terribile e maestoso questo pezzo. 110 e lode e una bottiglia di Barolo a Pulixi

    Rispondi
  2. Pingback: LA VENERE DEL REICH | TerezínArte

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