Miraggi

miraggiTutti i martedì e giovedì mattina, con un grugnito, Claudia si trascina fuori dal letto due ore prima del solito. Da quando ha speso un patrimonio per abbonarsi alla palestra sotto l’ufficio si è giurata di andarci almeno due volte la settimana. Si alza, si veste, raccoglie in silenzio il borsone preparato la sera prima e si presenta puntuale alle sette e mezza all’apertura. Preferisce rinunciare a un po’ di sonno invece che rubare tempo alla famiglia la sera, quando i bimbi hanno bisogno di lei per i compiti. E poi Giorgio, suo marito, ha accettato di accompagnarli a scuola almeno in quelle due mattine, forse per scusarsi del fatto che, da qualche tempo, esce sempre più tardi dall’ufficio.
Un’ora e molto sudore dopo l’ingresso in sala fitness, raggiunge lo spogliatoio ancora deserto. Si divincola dalla tenuta fradicia che la lascia con uno schiocco e s’infila nel locale delle docce. Guardandosi nuda sotto il getto caldo cerca di misurare qualche risultato. La pancia sarebbe soda come prima delle gravidanze se non fosse coperta dal salvagente che non c’è modo di sciogliere nemmeno con la crema Dior, che finora ha snellito solo il portafoglio. I tricipiti sono diventati un po’ flosci e il seno si è piegato alla forza di gravità. Ma tutto sommato per i suoi quarant’anni non è poi malaccio. Ha un viso piacevole e dal ginocchio in giù la gamba tiene: niente vene varicose, polpaccio sodo, caviglia ancora sottile.
Chiude l’acqua e mentre si friziona energicamente il sedere con l’asciugamano, le note della nenia new age sono spezzate dallo sbattere metallico di armadietto.
– Addio beata solitudine, – pensa. Si avvolge nell’accappatoio e si avvia verso lo spogliatoio. In piedi, vicino alla bilancia, c’è una ragazza bidimensionale in pantaloncino e top griffatissimi che ne è appena scesa.
– Ma guarda che pancia! – strilla, fissando Claudia con disappunto, mentre si pinza due nanomicron di pelle – E non va giù. – aggiunge scuotendo la testa. Anche la sua coda bionda, ondeggiando, sembra dire di no.
Claudia stringe con forza il cordone dell’accappatoio. Sta per mandarla affanculo quando, forse preoccupata dal lampeggiare assassino del suo sguardo, la bidimensionale aggiunge in fretta:
– Sai è da nove giorni che mangio SOLO insalata.
Claudia sgrana gli occhi e converte in extremis un sentito “ma sei scema?” in una formula più educata.
– Davvero? – risponde, e cercando di modulare il tono della voce in modo che suoni salottiero, continua – Ma proprio solo insalata o insalata con…
Sull’eco della seconda domanda, da dietro gli armadietti, appare una seconda fatina. Serissima, con una scarpa tacco dodici ancora nel piede e l’altra in mano, si avvicina claudicando.
– Ma tu, che insalata mangi scusa? – chiede alla bidimensionale scrutandola dritta negli occhi.
– Bene, – pensa Claudia – ora le dice che vivere solo d’insalata è un suicidio, che dovrebbe almeno integrare con qualche proteina…
– Lattuga. – risponde la bidimensionale con un sospiro.
– Lattugaaaa? Ma è sba-glia-tis-si-mo – dice la fatina, sottolineando ogni sillaba con un colpo di tacco sulla panca. – Vedi, – continua – la lattuga, lo dice il nome stesso: lat-tu-ga, è fatta di LATTE! Latte, capisci? Non dimagrirai mai con la lattuga. E poi gonfia. Devi sostituirla con insalate rosse.

Claudia le ha lasciate sole a discutere su vizi e virtù delle insalate. Si è rivestita in silenzio e lanciando un generico “arrivederci” è uscita in fretta dallo spogliatoio ed è entrata nel bar vicino all’ufficio. Si è seduta al tavolino e ha ordinato un cappuccio con croissant al miele. Continua a rivedere l’espressione tirata sul viso della fatina e quel corpicino muscoloso ma così magro da sembrare emaciato.
– Ma come – si chiede – sono bellissime, giovani, intelligenti. Perché si devastano la vita così?
Il barista le porta l’ordinazione al tavolo, Claudia ringrazia, beve un sorso di cappuccino, prende il croissant ancora tiepido e lo morde piano, assaporandone la fragranza burrosa che contrasta col retrogusto amarognolo del miele. Beve un altro sorso di cappuccino, deglutisce, finisce il croissant, posa la tazza e lecca via il miele rimasto sulle dita. Il croissant le ha lasciato la bocca così buona che ne vorrebbe quasi un altro.
Il solito senso di colpa arriva in compagnia dell’immagine del tubo della crema snellente e la fatica delle levatacce. Questa volta però è ridimensionato dalla sensazione di spreco provata solo venti minuti prima, davanti al dialogo surreale tra le due fatine.
– A ben vedere non è che la motivazione di fondo tra me e loro sia poi così diversa, – si dice – loro ne sono soltanto la versione estrema. Forse anch’io mi sto rendendo ridicola cercando di diventare la ventenne che non sono mai stata.
Pensa a Giorgio e di come la sua indifferenza la faccia sentire brutta e sgraziata e di come invece lei si meriti almeno la propria autostima. Proprio come meriterebbero di amarsi di più quelle due ragazzine che si sprecano inseguendo un miraggio.
– Ma poi m’importa davvero sapere se ha una storia con la nuova stagista? –
Si domanda, mentre alza il braccio e con un gesto ordina un secondo croissant.
E godendo si prepara ad assaporarlo tutto, fino all’ultima briciola.

Manuela Barban

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