La doppia vita

imageSi presentò a casa della madre nella tarda mattinata di una già autunnale domenica di metà Ottobre, elegantissimo con il completo grigio frescolana, la camicia rosa antico, la cravatta bordeaux con piccoli pois bianchi, la bella faccia abbronzata al solarium e i capelli nerissimi e lucidi profumati con l’ olio di neroli. Teneva in mano un vassoio di dolci che avevano lasciato una scia profumata lungo le scale dell’ elegante condominio. Quando la madre lo vide, bello ed avvolto in una invitante aroma di crema alla vaniglia e cioccolato, non potè trattenere un sorriso di completa soddisfazione. Lui era il risultato di un sapiente lavaggio di cervello volto alla costruzione dell’ “uomo perfetto”. Aveva tutti i requisiti per piacere e non solo a sua madre. Era elegante, misurato nei gesti e nelle parole, si era laureato con lode, aveva un buon lavoro e guadagnava bene. E non aveva ancora compiuto trent’ anni. Era un buon partito ma stava ben attento a non avere legami sentimentali durevoli e compromettenti. La madre gli aveva inculcato che bisognava attendere la donna degna di lui fra quelle che gli gravitavano attorno come satelliti mentre nel frattempo poteva, per non annoiarsi, divertirsi con qualche donnina allegra che non avanzava pretese. E poi, un maschio deve godersi la vita, assaggiare tutti i fiori e non impollinarne nessuno se non dopo esserne davvero sazio.
La madre, donna di mezza età, capelli biondo platino e palpebre un po’ cascanti tenute su da un gel costosissimo conosciuto solo dalle signore “ bene” il cui nome si sussurrava per evitare che divenisse di pubblico dominio perché certi privilegi vanno difesi, era donna ma odiava le donne perché non nutriva fiducia nel genere. E così fin dalla più tenera età, unse ben bene i gangli , i meccanismi del cervello del figlio con il cosiddetto “ olio misogino” che non è una rarità e si trova anche a buon prezzo in tutti i ripostigli polverosi anticamere di encefali vuoti. Quella domenica mattina dunque, Lorenzo Semperini annusò soddisfatto i tiepidi vapori del pranzo della domenica, pregustando le lasagne e l’ arrosto che ancora sfrigolava nel forno. Erano solo in due ma la madre aveva apparecchiato con gran sfavillio di argenti e fiori freschi. Durante il pranzo parlarono poco, non avevano mai avuto granchè da dirsi, ma il silenzio che in altri casi si sarebbe chiamato “vuoto” o mancanza di confidenza, in questo caso passava per silenzioso contegno che si intonava all’ eleganza dell’ ambiente.

Dopo mangiato, Lorenzo Semperini fumò lentamente dietro i vetri del salotto un po’ appannati e guardò lontano. Una bruma pomeridiana si ergeva a zaffate dal terreno umido. Il tramonto, quella tediosa domenica tardava ad arrivare. Sentì un improvviso peso al cuore e un morso lo agguantò alla gola togliendogli il fiato. Tremò d’ angoscia infinita nell’ imbrunire incerto e insoluto. Era un uomo infelice ma non poteva dirlo. Se lo avesse confessato, nessuno avrebbe capito la sua nausea, il suo male di vivere, nessuno, men che meno la madre che lo credeva vincente e felice.

Un cielo color cenere sovrastò i suoi pensieri e si sentì perduto. Dovette appoggiarsi con la fronte al vetro freddo per scuotersi, per non cadere sul parquet lucidissimo. La cravatta gli sembrò un cappio e la allentò stizzito. Non poteva sperare nella comprensione di nessuno perché lui aveva tutto quello che un uomo felice possiede.
_ è colpa dell’ Autunno umido, di questa bruma tiepida e pesante_ pensò_ adesso passa, appena viene buio, passa.
La tv era accesa e si girò a guardarla per distogliersi dal dolore cosmico che lo strattonava. Lo schermo era occupato dalla presentatrice che mostrava tutto il suo fulgore in uno strategico primo piano. Sorrise con il solito cinismo di cui era portatore malato.
_ trucco perfetto, capelli ordinati, tailleur impeccabile. È perfetta. Piace sia agli uomini che alle donne. È di una bellezza che non scontenta nessuno_ pensò _ e di nuovo la nausea stava per riavere la meglio.
Poi la conduttrice smise il sorriso standard per presentare il caso umano della puntata e assunse l’ aria contrita consona all’ argomento.
_ è straordinaria. Muta espressione a comando. Risate col comico che promuove il film e occhi lucidi e tono basso per preparare il pubblico alla pietà. Tutto è spettacolo. Dio che ipocrisia._ Si lasciò cadere sulla poltrona di damasco azzurra ove sprofondò con la testa pesante e la bocca amara.
Un giovane con gli occhiali scuri accompagnato nello studio televisivo dal padre, iniziò a raccontare la propria storia. La conduttrice annuì contrita alle parole del giovane e accarezzò il prezioso monile che brillava sulla generosa scollatura.
_ un mese fa circa , una domenica all’ alba, sono stato colpito da uno sconosciuto con un pugno. Ero in macchina, una utilitaria vecchia e andavo piano. Probabilmente con la mia andatura ostacolavo la corsa di un uomo a bordo di una mercedes nera. Io andavo piano anche a colpa della nebbia, maledetta nebbia che non mi faceva vedere niente. Mi ha superato, si è messo di traverso o almeno credo, ma non posso dirlo con certezza. Una coltre opaca copriva ogni cosa. Poi l’ uomo è sceso dall’ auto e mi ha dato un pugno in mezzo agli occhi e per colpa di quel pazzo ora sono cieco. –
Calò il silenzio nello studio televisivo e poi dopo qualche attimo di attesa sapientemente dosata, la presentatrice commentò e condannò con parole di vituperio il gesto folle e vigliacco di uno sconosciuto che aveva cambiato la vita di un bravo giovane onesto e studioso come Alberto Sensi che aveva perduto la vista per sempre. Per sempre.

Lorenzo Semperini si piegò in due. Un dolore alla tempia come una trivella gli annebbiò la vista.
La prima parte della sua vita non era stata il Paradiso, ma qualche brandello che ancora riusciva ad afferrare con i suoi sensi offuscati, accasciato sul divano di damasco, sprazzi di vita che fino ad un attimo prima non li considerava nemmeno, gli parvero bellissimi e sereni e li rimpianse con sincera nostalgia.
Era lui il colpevole, lui era il folle e vigliacco automobilista di cui stavano parlando. Rivide quell’ alba nebbiosa e grigia quando aveva frenato sgommando dopo avere sorpassato una Panda sconquassata, quando aveva inserito il folle prima di scendere e tirato il freno a mano della sua mercedes nera. Poi era sceso senza pensare come un automa nell’ aria fitta e senza rumore. Si udiva solo un cicaleccio lontano, forse un gracidare di rane, più giù, nel canalone. Ricordò lo scalpiccio dei suoi passi sulla ghiaia della stradina sterrata, passi che a metà percorso avevano accelerato, forse per costringerlo a non cambiare idea. La lentezza poteva cambiare tutto ma la decisione era oramai presa e tornare indietro era impensabile.
La marmitta continuava ad esalare fumi grigioazzurri che si confusero con i banchi di nebbia alzatasi come fiato caldo dal terreno umido. L’ anima non c’era, c’era solo uno spirito pieno di furore a guidare i suoi passi. Quasi in trance era giunto all’ auto del suo “ nemico” e lo aveva tirato fuori con forza.
Non lo aveva guardato nemmeno in faccia quando lo aveva colpito con violenza, quando il suo pugno aveva impattato contro le dure ossa della arcata sopraccigliare. Dopo respirava a fatica e gli doleva la mano e per la rabbia gli aveva sferrato anche un calcio sull’ addome. Lo riteneva colpevole del suo malessere. Poi era risalito in macchina e senza sapere come, era arrivato a casa facendo un largo ed inutile giro. La musica propinata a palla per tutta la notte alla discoteca ’Excalibur”, gli ronzava ancora nella testa. Pian piano si sarebbe affievolita, fino a trasformarsi in un fischio acuto e si sarebbe svegliato tardi con un atroce mal di testa difficile da smaltire. Il fatto è che lui, Lorenzo Semperini, il sabato sera doveva sballarsi, stordirsi, ottundersi, trasformarsi. Chi lo avesse visto, senza cravatta, spettinato, ubriaco e sudato abbracciato a donne appariscenti e seminude, non lo avrebbe riconosciuto. Quel preciso ragazzo misurato e composto, era soppiantato da uno sconosciuto disinibito. Il sabato notte dunque, lui era davvero se stesso, si sentiva davvero libero, senza menzogne. Viveva la notte facendo cose inconfessabili, incomprensibili per chi era abituato a vedere di lui solo la faccia solare e soddisfatta di un giovane ricco e per bene. Ma quel pugno incomprensibile e disarmonico che aveva reso cieco quel giovane, lo costringeva a scegliere, a viverne solo una di vita , forse la più dolorosa, la più sofferta, e lui, da sempre, odiava scegliere. Lui nell’incertezza era abituato a prendere tutto. Una vita di facciata e composta, faceva comodo in società, mentre nutrire i suoi istinti senza che la sua posizione ne fosse intaccata e non essere totalmente soffocato dal senso del dovere per lui era indispensabile e fino a quel momento come un funambolo si era destreggiato cercando un equilibrio sull’ abisso. Ma tutto ora era diverso, tutto era cambiato. Ora c’era una colpa da scontare, da metabolizzare, un peccato da espiare.
Cercò Alberto Sensi. Abitava in un quartiere di periferia con i genitori, il padre operaio, la madre casalinga. Lo osservò da lontano per conoscere la sua quotidianità. La vita tranquilla ed ordinata a tempo pieno di quel ragazzone era stata sconvolta da lui, Lorenzo Semperini, bravo ragazzo part time e per rimediare decise che non poteva più allontanarsi dalla sua vittima. Per fare questo, non andò più a lavorare per non perdersi nulla della sua quotidianità. Per risarcirlo mandò una busta piena di soldi, gli comprò vestiti nuovi e glieli spedì con un grande pacco postale senza mai rivelarsi e lo seguì senza farsi notare in tutti i suoi spostamenti. L’ anonimato era indispensabile. Non usciva allo scoperto, non si denunciava e il suo senso di colpa ne trasse un pò di sollievo.
E così passarono i mesi, lenti e frenetici. Sua madre lo immaginò felice in giro per il mondo perché lui così le avevo detto.
Aveva raccontato a tutti di prendersi una pausa perché aveva tanta voglia di viaggiare, di scoprire nuove cose.
L’ attempata mammina certa delle prodezze virili di cui il figlio Lorenzo in giro per il mondo si sarebbe reso protagonista, aspergendo per così dire un po’ di civiltà nei paesi “incivili” , non faceva altro che parlare alle amiche di quanto fosse bravo bello e buono.

Lorenzo invece era deciso a bere l’ amaro calice dell’ espiazione tutto, fino all’ ultimo sorso.
E quando uno spacciatore si avvicinò a lui divenuto oramai uno spettinato ed irriconoscibile vagabondo con la barba incolta, lercio e sbrindellato che passava tutto il suo tempo seduto sulla una panchina dei giardinetti pubblici ad osservare Alberto Sensi che prendeva uno scorcio di sole ( erano i tiepidi giorni dell’ Estate di San Martino) gli parve naturale prendere il piccolo involucro senza parole, senza equilibrio. Si drogò, dapprima per non pensare, poi per non avere ricordi, per vivere una realtà di mezzo, per sfiorare l’ anima che andava cercando e finì con il perdersi nei labirinti sconosciuti della mente. Lo trovarono mezzo assiderato strafatto di eroina su una gelida panchina i volontari della “ PIETAS”.
Una fredda domenica di Dicembre, la presentatrice del programma “ Domenica è sempre Domenica” ai telespettatori distratti dai fervidi preparativi del Natale, presentò con voce mesta e di circostanza il “ caso umano” della settimana. E disse : ecco come si è ridotto un giovane ricco e con una promettente carriera davanti. È caduto vittima della droga, è stato salvato in estremis dagli angeli del volontariato eppure aveva tutto, eppure non gli mancava nulla_
Ma i telespettatori erano distratti. C’era l’ albero da addobbare, i regali da comprare, lo shopping da organizzare, le ricette da spulciare, e i preparativi sereni non potevano essere avvelenati dal solito ragazzo di buona famiglia che butta via la sua vita per noia o per inettitudine e si droga perché non ha il coraggio di affrontare la sua vita. Per un incapace qualsiasi, il buon umore non poteva essere guastato. E pensare che Lorenzo Semperini, di vite ne aveva vissute due.

Tiziana Sferruggia

 

 

 

 

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