La notte della Mediarchia, Carlo Vanin – Panda edizioni

 

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Introibo ad altare diaboli!

Da Ulisse, J. Joyce

L’ispettrice Carla Chinellato, trasferita da poco più di una settimana al commissariato della Nuova Polizia di Marghera, studiava perplessa il ragazzo che le sedeva di fronte.
La scrivania di Carla era quasi completamente carica di faldoni pieni di schede segnaletiche e rapporti: ne aveva spostati parecchi per poter guardare il suo interlocutore negli occhi.
Aveva chiesto perché nessuno usasse mai l’archivio elettronico, ma le uniche risposte che aveva ricevuto dai suoi colleghi erano state volgarità e vaniloqui burocratici. Così si era abituata a considerare il PC gettato in un angolo come un semplice elemento gratuito del disordine generale.
«Eh eh eh!» rise il ragazzo, «sono fuori.»
Erano appena le nove del mattino e chissà di cosa si era già fatto.
«Mi calo» continuò, «mi calo tanto, sai. Mi calo tutto. Anche la luna mi calo.»
Carla dubitò che il ragazzo avesse mai visto la luna, se non in qualche foto in rete, se ne esisteva qualcuna non censurata dalla Mediarchia. Prese un lungo respiro e torse il collo, facendosi schioccare una vertebra.
Udì un suono ovattato provenire da qualche parte. Una specie di grido prolungato.
Sarà qualcuno in guardina, pensò.
Carla sapeva che gli agenti, quando non avevano niente da fare, scendevano a insegnare la lingua della Mediarchia ai nuovi arrivati.
Avevano metodi d’insegnamento piuttosto elementari, ma Carla non aveva intenzione di iniziare una campagna di sensibilizzazione sui metodi correttivi già dalla prima settimana.
Si concentrò sul suo interrogato.
«Senti, dov’eri ieri sera verso le ventidue?» chiese.
Il ragazzo sgranò gli occhi, già di per sé piuttosto sgranati.
Carla pensò che se li avesse spalancati ancora di più, i bulbi oculari gli sarebbero caduti sulla scrivania. Si stupì di avere pensieri del genere, ma forse era il commissariato di Marghera a ispirarglieli. Era lì solo da pochi giorni e aveva già notato, oltre alle solite cose che non andavano, anche delle cose insolite che non andavano.
«Io ero a comprare il tesoro del pirata» rispose il giovane.
Poi abbassò lo sguardo e si mise a parlottare incessantemente: «Se non sai dove andare portami al mare fai una riunione con delle persone attenti attenti al capostazione se allora buongiorno Ministro come va oggi tutto bene c’è un occhio che mi guarda e trova un modo per uscire da questo…» urlò improvvisamente «…POSTO DI MERDA!»
Carla sobbalzò.
Un agente in borghese che stava passando fuori dal suo ufficio entrò e, senza pensarci un secondo, menò un manrovescio sulla nuca al ragazzo, talmente energico da fargli sbattere la fronte contro la scrivania.
Il ragazzo, dopo la sberla, rimase immobile, come svenuto, con la testa reclinata.
«Senta, non mi pare che…» cercò di protestare Carla.
L’agente si tastò il cavallo dei pantaloni con un gestaccio osceno. «Anche a me mi pare che questo è duro durone» affermò e se ne andò sbattendo la porta.
Dopo poco lo si sentì ridere sguaiatamente nel corridoio.
Ecco cosa non andava nel commissariato di Marghera. Sembrava più un manicomio. Un manicomio dove i pazzi stavano fuori dalla gabbia.
A conferma di ciò, si udirono di nuovo le grida. Erano più vicine, o forse solo più acute. Carla notò che nelle grida si nascondevano delle parole per ora indistinguibili.
L’ispettrice rialzò delicatamente il capo al ragazzo.
Questi, appena toccato da Carla, fece rimbalzare indietro la testa come fosse spinta da una molla. Poi la dondolò, come uno di quei pupazzi scherzo che escono dai pacchi regalo nei cartoni animati.
«Boing boing boing!» fece il ragazzo. Carla notò con orrore che i suoi occhi guardavano in due direzioni diverse. In fronte gli si era creato un piccolo taglietto da cui scendeva un rivolo di sangue.
«Sentimi bene Marco, dimmi dov’eri ieri verso le ventidue, poi ti lascio andare a medicarti» insistette.
Le nacque il sospetto che il giovanotto fosse completamente andato. Niente di più facile, visto quello che svariati testimoni sostenevano di avergli visto fare la sera prima, nella canonica della Chiesa del Cristo Lavoratore.
Gli stupri erano all’ordine del giorno, com’era normale in una terra di mostri, ma in genere anche i mostri non erano così pazzi da tentare di usare violenza su uno dei pochi sacerdoti rimasti.
Carla guardò la scheda dell’interrogato. Marco Lanzi, ventotto anni, tecnico di laboratorio, incensurato.
Perché la gente impazziva così facilmente negli ultimi tempi?

Ancora quelle grida. Non erano più vicine, ma erano di certo più acute.
L’ispettrice scostò le tendine a veneziana dell’ufficio e spiò il corridoio. A parte un neon che sfarfallava, sembrava tutto tranquillo.
Laggiù, in un ufficio quasi fuori dalla sua visuale, un suo collega mangiava un piatto di spaghetti guardando un incontro di catch messicano alla televisione. Alle nove di mattina la cosa poteva sembrare strana, ma non certo più strana del solito.
Tornò a concentrarsi sul Lanzi. I suoi occhi sembravano tornati in una posizione umanamente accettabile, ma la fronte gli sanguinava ancora.
Carla, impietosita, gli porse un fazzoletto e Marco lo prese con mani tremanti. Lo osservò come fosse una reliquia, poi se lo ficcò velocemente nei pantaloni con tutta la mano e cominciò a muoversi scompostamente.
«Orghl!» biascicò «che bello!»
Carla sospirò e si passò le mani sul volto. Anche quello non era più strano del solito? Che uno strafatto si masturbasse col suo fazzoletto durante un interrogatorio?
«Meglio che la smetti, o dovrò chiamare un agente» ordinò senza forza, come se stesse dando un consiglio spassionato. Il Lanzi ora aveva gli occhi quasi del tutto rovesciati all’indietro e il suo movimento, da spasmodico, era diventato furioso. Qualunque cosa si stesse facendo dentro quei pantaloni col suo fazzoletto, era di certo più dolorosa che piacevole.
Carla chiamò la portineria perché le venisse mandato un agente a cui dare in custodia il pazzo ma, appena composto il numero, dalla cornetta uscì un’irritante Meu amigu Charlie Brown cantata, a quanto si poteva presumere, da un automa.

Carlo Vanin - Portrait

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