I MARI DEL SUD DI CALLE DEI FABBRI – Gianfranco Spinazzi Ed. Tragopano

auguri009  Ti dici: sono un foglio di carta, una penna, una gomma. Non ti senti di dire “sono una storia”, non ti addentri fino a questo punto, non rischi, disponi di strumenti non eventi. Li tieni in mano con la fiducia che riservi ai teoremi, anche se si tratta di un semplice foglio di carta, una penna, una gomma. Sai che puoi partire con quello che hai, che tutti possono avere: basta entrare in una cartoleria.    Sono entrato da ‘Testolini’ in Calle dei Fabbri e sono uscito con una cinquantina di cartelle formato 25 x 34, di vari colori. Più una serie di pennarelli ed evidenziatori, anche questi di colori diversi.    Non so se la provvista mi basterà, soprattutto le cartelle: non so ancora cosa dovranno contenere, dovrò decidere come e quanto riempirle non appena aprirò il primo dei nove cassetti della cassettiera.  Affidarmi alla cassettiera credo possa dispensarmi da sorprese, sproporzioni e delusioni. Mi sono detto che un simile mobile dall’ineccepibile funzionalità, elude l’emorragia del singolo cassetto e l’aleatorietà dell’angolo. Ben nove cassetti sono più che sufficienti per non compromettermi in intimità troppo assembrate o troppo disperse.    Una cinquantina di cartelle mi permetteranno di non dolermi di non essere una storia ma soltanto una serie di frammenti. Se disponessi di una o due cartelle dovrei presto fermarmi e attendermi delle conclusioni. Così invece potrò spaziare senza dover rincorrere bilanci e profitti. Quando avrò finito sarò troppo stanco per avanzare pretese: la stanchezza sarà la mia soddisfazione, la mia misura responsabile.    Apro il primo cassetto. Che sia il primo in ordine di tempo mi sembra ovvio, non vedo alcuna ragione logica che mi abbia spinto a usare altri cassetti per iniziare a riempire la cassettiera.

Certe soluzioni nascono meccanicamente. Ma quando è avvenuta questa consequenzialità? Dovrei cercare qualche riferimento di contemporaneità, datare la mia vita in concomitanza con fatti storici eclatanti, guerre, attentati, delitti, scandali, spettacoli. La cassettiera non si incrocia con alcun dato che possa aiutarmi a datarla, dovrei recuperare la bolla di consegna, probabilmente l’ho custodita, ma dovrei ricordarmi dove l’ho messa. Non è improbabile che mi sia servito proprio di questo stesso cassetto, la ragione sempre la stessa: la priorità logica. Insieme alla cassettiera mi viene consegnata la bolla, io la trattengo per il tempo necessario alla collocazione del mobile, apro il primo cassetto e la infilo dentro. Tutto a occhi chiusi o quasi. Ma se è stato così, dovrebbe trovarsi sepolta in fondo al cassetto, sovrastata da strati successivi, proprio come è avvenuto per la Troia di Schliemann. Basterebbe sollevare la massa del contenuto generale, gettare la mano nell’ultimo strato, che poi sarebbe il primo, e dissotterrarla. Troppo zelo. Perché avrei dovuto custodire un inutile pezzo di carta?

 Cosa ho custodito e cosa ho gettato via? Mi accingo a saperlo. Sicuramente ho gettato le riviste pornografiche, da tempo ormai. Ho tenuto invece i certificati medici, alcuni almeno, le prescrizioni cui non ho dato seguito: il controllo della vista e l’indicazione di nuove lenti; il controllo della sordità e l’eluso bisogno di correttivi acustici; i valori del colesterolo e della pressione sanguigna cui non ho corrisposto diete e profilassi. Sono il mio futuro: quando deciderò migliorerò le diottrie e l’uso delle orecchie, ridurrò grassi e alcol. Sempre se non sarà troppo tardi. Mi riservo l’azzardo.    Forse dovrò cercare di raccogliere tutto per famiglie, parentele simboliche e assonanze timbriche. Ricordo che da bambino avevo affabulato la famiglia di parole di cui non conoscevo il significato ma che mi pareva si apparentassero per tono e ritmo. Le porto sempre con me: filatelici, vegetariani, daltonici, linotipisti, arcidiaconi, feldmarescialli, plenipotenziari, cleptomani, guardiamarina, commodori, odontoiatri… La guardia del corpo della mia infanzia.     Una custodia preventiva. Sono vecchio, l’infanzia è una copertura di diritto. A ogni modo temo sia tardi per sottrarre. In fondo ciò che cerco è la quantità, non la qualità.    Titolo della raccolta: BUDDA BABBO. E’ così che chiamavo il tutto pieno di cui mi credevo detentore, quando qualcuno non riteneva di doverlo svuotare.

So che la maggior parte del contenuto rispetterà un rapporto geometrico con il contenitore: geometria solida del cassetto e geometria piana di fogli, quaderni, album da disegno, taccuini, block notes, pagine e ritagli di giornale. Quaderni, album e taccuini presentano una pur minima terza dimensione. Sono stato studente d’arte, seppur equivocato, se non ho fatto dell’arte mi sono servito di strumenti che l’hanno allusa e illusa: più che custodire avrò confinato matite, temperamatite, raschietti, gomme, colori, pennelli… Non escludo di imbattermi in custodie di piccole dimensioni dal passato strumentale e dal presente parallelo alla stessa cassettiera. Incontrerò strumenti ergonomici, perlustrerò il pieno, qualsiasi esso sia, originale o sopravvenuto nel tempo, disporrò del vuoto. Ho quasi sicuramente confinato compassi, balaustrini, goniometri, curvilinee, normografi, scalimetri, squadre, doppio decimetri.. Strumenti di precisione che avrebbero potuto aiutare la mia vita.

Chiamerò la prima cartella ROULETTE. Colore giallo. Lo stimolo dell’azzardo mi garantirà movimento e avventura.    Fogli sparsi. Caratteri stampati e di mia mano, in corsivo e in stampatello. Annotazioni. Promemoria. Indirizzi, numeri di telefono. L’estemporaneità raggelata. Chi sono io che ho scritto, annotato, cercato di ricordare? Poter chiamare tutto ciò “documenti”. Cancellature. Ho custodito pure quelle? Solo per provarmi l’impeto con cui la penna ha depennato? Segnacci al posto di segni. Il bruto della foresta.    Ho mescolato troppo. Ho manomesso. Ho confuso. Bollettini bancari, ricevute di conto corrente, fatture di acqua, luce, gas, appallottolate, spiegazzate, bistrattate. Ma perché non strappate e gettate? Solo per provare che il padrone sono io?     Distanzio le rovine dell’”apparato”. Mi affido alla prima persona.    Ora ho le cartelle.

 Gianfranco Spinazzi

 

Gianfranco

Gianfranco Spinazzi vive e lavora a Venezia. Finora ha pubblicato: Le fototette, 1997, ed. Supernova, Venezia. Foghera a Venezia -C’erano una volta i cinematografi- (finalista Premio Calvino), 2001, ed. Supernova, Venezia. Pagine Elisha (on-line), 2006. Cartoline e carichi pesanti (targa Premio Letterario Internazionale “Città di Cava de’ Tirreni), 2006, ed. Il Filo, Roma. Attenti a quei due, 2008, ed. Il Filo, Roma. AAA Venezia cercasi, 2011, ed. Supernova,Venezia.

 

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