La scorciatoia – seconda e ultima parte

Un racconto inedito su Biagio Mazzeo

la-notte-delle-pantere-pulixi_h_partb

In ogni questura ce n’è uno. Il poliziotto che vorresti essere ma che sai che non potrai mai essere. Quello a cui piace il gioco sporco, che non si fa troppi scrupoli a incastrare un sospetto, o a giocare fuori dalle regole. Quello che paga sempre in contanti, che non ha problemi ad arrivare a fine mese, e che riesce a zittire superiori e giudici con un solo sguardo. Quello che ha più azioni disciplinari per brutalità e uso eccessivo della forza più di quante ne hanno tutti i poliziotti che conosci messi insieme.
Noi ne abbiamo più di uno. Dicono addirittura una Sezione intera. Gente con cui è meglio non scherzare. Sono un branco, una sorta di clan che è come un corpo a sé. Girano brutte storie su di loro. E su di lui in particolare.
Ma io e il mio collega decidemmo che non poteva finire così. Ci servirono altre due sbornie per prendere il coraggio a quattro mani e deciderci di andare a chiedere il suo aiuto.
Ci dissero che potevamo trovarlo nell’ex archivio cartaceo della Narcotici. Lui e i suoi l’avevano trasformato in una palestra improvvisata con panche, bilancieri, pesi e tappetini di gomma.


Quando entrammo ci lanciò a malapena un’occhiata e continuò a sollevare un bilanciere sulla panca piana. Guardando i pesi sulla sbarra, e spostando lo sguardo sul mio partner, mi resi conto che Mazzeo probabilmente stava sollevando il nostro peso messo insieme.
«Che cazzo volete?» chiese una volta finite le ripetizioni.
Non ci eravamo mai rivolti a lui prima. Eravamo due poliziotti onesti, che giocavano pulito. Credevamo nel nostro lavoro, e rispettavamo la divisa. Di lui dicevano che era corrotto, che aveva una visione tutta sua della Legge. Sapevamo anche che l’ispettore superiore Biagio Mazzeo era la punta di diamante della Sezione Narcotici: i vertici del dipartimento tolleravano i suoi metodi rudi e violenti perché aveva fermato le guerre per il controllo del narcotraffico in città, e ora teneva le strade al sicuro. Molti dicevano che non lo faceva solo per dovere e rispetto della divisa, ma noi ci facevamo gli affari nostri.
Eppure guardando quei suoi occhi azzurri freddi e innaturali, la sua espressione diffidente e schiva, capimmo da quella stanza non saremmo usciti uguali a come eravamo entrati.
Ci presentammo e gli chiedemmo se aveva un minuto.
Riprese tra le grandi mani la sbarra e continuò ad allenarsi. Lo prendemmo come un sì.
Gli raccontammo tutto, dall’inizio alla fine. Parlammo a lungo di quei bastardi, di come ci avevano fregato e delle protezioni di cui godevano. Quando gli dicemmo che la ragazza si era uccisa, mi sembrò di cogliere uno scintillio di rabbia nei suoi occhi. Ma potevo sbagliarmi: era un tipo che mascherava bene le sue emozioni.
Quando terminammo il racconto, posai un dossier del caso sopra una delle panche.
Lui rimase in silenzio, riprendendo fiato.
Era un tipo grosso, dal collo taurino e il torace possente. Noi al confronto eravamo due rottami al limite della pensione.
«E cosa vorreste che faccia esattamente?» chiese dopo qualche secondo con una voce profonda e graffiata.
Io rimasi in silenzio. Non sapevo cosa dire e non volevo istigarlo formalmente alla violenza.
Fu il mio partner a rompere il silenzio.
«Non può finire così, Mazzeo» disse, ripetendo le parole del padre della vittima. «Non vogliamo che finisca così».
L’uomo della Narco ci fissò e annuì. «Vedrò cosa posso fare».
Annuimmo e uscimmo lasciando l’incartamento sulla panca.
Fuori dalla questura, mentre gli accendevo una Marlboro il mio partner mi lanciò un’occhiata preoccupata e disse: «Sai cos’abbiamo appena fatto, vero?».
«Lo so, ma non ci hanno lasciato altra scelta».
Fumammo in silenzio per quasi un minuto.
«Sai come funziona… ci chiederà qualcosa in cambio prima o poi. Dovremo chiudere un occhio o anche peggio…».
«La ragazza aveva l’età di mia figlia, socio…. Avrebbe potuto essere lei».
Quello mise fine alla discussione.
Finimmo di fumare e tornammo a lavoro.

Tre sere dopo sentii il cellulare vibrare sul comodino. Un messaggio. Guardai l’ora: le tre e un quarto. Inforcai gli occhiali da lettura e lessi l’sms. Era un indirizzo a cui mi si diceva di recarmi subito. Il numero era anonimo.
Mi vestii cercando di non svegliare mia moglie, lanciai un’occhiata a mia figlia che si era addormentata col testo dell’ultimo esame tra le braccia; poggiai il libro sul comodino, le rimboccai le coperte e andai a prendere il mio partner.
Avevo paura di quello che avremmo potuto trovare una volta arrivati. Forse non avremmo dovuto chiedere il suo aiuto, mi dissi.
Ma ormai era troppo tardi.

Il luogo era un bosco molto simile a quello dove avevano violentato la ragazza. Era una notte particolarmente buia, senza stelle né luna. Procedemmo sul terreno umido facendoci luce con le torce. Non ci mettemmo molto a trovarli.
Quando sentimmo dei gemiti estraemmo le pistole scambiandoci occhiate preoccupate.
«Sta’attento» disse il mio partner.
Annuii e procedemmo cauti.
Le teste dei sette ragazzi spuntavano dal terreno. Li avevano sotterrati dal collo in giù.
«Mio Dio…» sussurrò il mio partner.
Ci facemmo vicini. Li avevano imbavagliati, e alla luce elettrica delle torce chiusero gli occhi, distogliendo lo sguardo, agitandosi come a voler attirare la nostra attenzione.
Sentii un brivido colpevole attraversarmi da testa a piedi. Un brivido di giustizia. Non quella dei tribunali, ma quella della strada.
«Che cazzo dobbiamo fare?» chiese il mio partner.
Non risposi. Mi chinai sul regista e gli tolsi di bocca lo straccio che gli impediva di parlare.
«Per favore… liberateci… prima che tornino…» balbettò. «Siamo stati noi, firmeremo tutto quello che c’è da firmare, ma liberateci… per favore, vi prego… quelli ci ammazzano, cazzo».
Provai a non sorridere, ma non ci riuscii.
Scambiai un’occhiata col mio collega che annuì.
Mazzeo e i suoi avevano lasciato delle pale conficcate nel terreno. Le prendemmo e iniziammo a scavare, liberandoli.
Li avevano sotterrati completamente nudi. Prima dovevano averli picchiati, perché avevano striature bluastre e lividi su tutto il corpo. Erano tremanti, sotto choc.
Quando estraemmo anche l’ultimo dal terreno e chiesi dov’erano i loro vestiti, il regista indicò qualcosa sul terreno.
«Ma-manca ancora lui… liberatelo per favore».
Li contai. Erano sette.
«Cosa? Sei sicuro?» gli chiesi.
Annuirono tutti, agghiacciati.
«Sbrigatevi, o morirà!».
Io e il mio socio ci scambiammo un’occhiata confusa e iniziammo a scavare dove il ragazzo indicava. Quando lo trovammo non credevamo ai nostri occhi. Nudo come un verme, attaccato come un bambino a un biberon a una piccola bombola d’ossigeno c’era il padre del regista, l’avvocato e professore universitario. Mazzeo l’aveva seppellito vivo, e a differenza dei ragazzi l’aveva sepolto tutto.
Appena si sganciò dalla bomboletta da sub, vomitò uscendo dalla fossa, tremante come un uccellino.
«Per favore portateci via di qui… hanno detto che sarebbero tornati tra un’ora…» latrò, la saliva che gli colava dalle labbra spaccate.
«Chi?» chiesi, asciugandomi la fronte.
«Cinque incappucciati… armati… ci hanno sepolti vivi… i ragazzi si dichiareranno colpevoli di violenza carnale… non chiederemo attenuanti… per favore… portateci via…».
Fissai il mio partner che annuì, senza riuscire a nascondere un sorriso sulle labbra.
«Come possiamo fidarci?» chiesi.
«Ve lo giuro su Dio» disse l’avvocato, le lacrime gli rigavano il viso. «Portateci a casa, il tempo di cambiarci e farci una doccia e vi seguiamo in questura… ma sbrighiamoci per favore».
Fissai il torso dell’uomo. Sotto il terriccio erano visibili lividi e bruciature. Conoscevo quelle strinature: Mazzeo doveva esserselo lavorato con qualche pistola elettrica come quelle che si usano contro buoi e bestie di grossa taglia per rabbonirle. Come si voltò vidi che la schiena e il culo flaccido erano una ragnatela di ustioni. Quello spettacolo mi tolse il fiato.
«Quello che è successo stanotte….» iniziò il mio partner.
«Nessuno di noi dirai nulla su tutto questo, avete la mia parola».
«Mai?».
«Mai…».
Fissai i ragazzi tremanti, le mani a nascondersi i genitali. «Appena la riporto a casa voglio che me lo metta per iscritto» dissi. «Porterò prima lei, e una volta che avrò la sua dichiarazione, verremo a prendere i ragazzi. Il mio collega starà con loro intanto».
«Nessun problema, ma mi porti via, per favore….».
«Su, porta via questo pezzo di merda» disse il mio partner.
Annuii e andai ad avvicinare la macchina. Le ustioni sulla schiena impresse a fuoco nella mia mente; il senso di colpa, nel cuore.

Qualche giorno dopo trovammo Mazzeo al solito posto. Questa volta c’erano due dei suoi uomini con lui, due tipi grossi ancora più di lui.
«Che c’è?» disse l’ispettore fissandoci con quei due occhi gelidi da vichingo.
«I ragazzi hanno confessato. Sono tutti dentro, chi alla regolare e chi al minorile… Volevamo ringraziarti».
«Di cosa? Io non ho fatto niente».
Li studiammo in silenzio.
«Io nemmeno» disse Torregrossa mettendo le mani avanti. «Dico sul serio. A me piace solo lavorare con martello e chiodi» ghignò.
«Noi…» attaccò il mio partner.
«Risparmiati il discorsetto, bellezza» disse Biagio alzandosi. «Siamo tutti poliziotti qua dentro e non abbiamo bisogno di spiegazioni o ringraziamenti, giusto?» disse dandogli un buffetto sulla guancia. «L’importante è che chi doveva pagare abbia pagato, no?».
Annuimmo.
«Quanti anni di servizio avete?» ci chiese.
«Venticinque» rispondemmo all’unisono.
«Venticinque anni, cazzo… e questa è la prima volta che prendete una scorciatoia?».
Annuimmo, imbarazzati.
Lui scosse la testa, sorridendo.
«Ti rendi conto?» disse a uno dei suoi uomini, un gigante albino che si chiamava Varga.
«La prossima volta che qualche pezzo di merda fa la voce grossa, venite direttamente da me. E ricordatevi che siete poliziotti, non assistenti sociali…».
Io e il mio socio ci scambiammo un’occhiata e ci voltammo per andarcene, ma all’ultimo mi bloccai e tornai a girarmi verso Mazzeo.
«Non saremmo mai venuti da te se non fosse stato per la ragazza. Non approviamo i tuoi metodi… siamo venuti solo perché non poteva finire così» dissi.
«Che ipocriti di merda» disse rivolto a Varga. «Prima vengono a chiedere il mio aiuto, e poi mi offendono…».
«No, non ti voglio offendere. Vorrei soltanto non aver avuto bisogno di te…».
«Questa a casa mia si chiama offesa bella e buona» disse Torregrossa facendo un passo avanti, minaccioso.
«Non puoi dire che quello che…».
«Silenzio» disse Mazzeo bloccando Torregrossa con un braccio. E rivolto a me: «Chiudi quella cazzo di bocca e ficcati bene in testa che se solo fossi venuto prima da me quella ragazza sarebbe ancora viva, e quei figli di puttana in gabbia da un pezzo, capito? Viva!».
Lo fissai incapace di ribattere.
Il mio partner mi prese per un braccio e mi condusse fuori dal magazzino.
«Lascialo perdere, è soltanto uno stronzo» disse una volta fuori, passandomi una sigaretta.
«Sarà anche uno stronzo, però ha ragione… se solo fossimo andati da lui prima, quella ragazza…».
«No, siamo poliziotti, vecchio mio, non vigilantes. Non dimenticarlo».
Fumammo in silenzio.
«Anche lui è un poliziotto» dissi dopo qualche minuto.
«No, è solo un criminale con un distintivo».
«E allora, quello che abbiamo fatto… quello che gli abbiamo fatto fare… ora siamo anche noi criminali col distintivo».
Non disse più nulla. Sapeva che avevo ragione. Così come io sapevo che Mazzeo aveva ragione: se avessimo chiesto prima il suo aiuto, la ragazza sarebbe stata ancora viva.
«Il punto è che siamo troppo vecchi per questo mestiere» disse il mio partner schiacciando la cicca per terra. «Dài, andiamocene a casa, sono a pezzi».
«No, tu vai, io ho da finire una relazione che ho in arretrato».
«Ok, smettila di pensare a questa storia, però».
Tornai in ufficio, mi misi davanti al computer e iniziai a battere sulla tastiera.
Dieci minuti dopo stampai il documento, bussai alla porta del vicequestore, ma non rispose nessuno. Entrai, posai la lettera di dimissioni sulla scrivania del funzionario insieme a pistola d’ordinanza e tesserino. Il mio partner aveva ragione: ero troppo vecchio per quel mestiere, e avevo capito che alla prossima difficoltà, alla prossima ragazza violentata non avrei esitato un secondo a chiamare Mazzeo. Una volta presa la scorciatoia, quella e solo quella diventava la via maestra. E chi mi avrebbe garantito che la prossima volta Mazzeo non si sarebbe limitato a una lezione, spingendosi magari ancora più in là?
No, il mio collega si sbagliava. Non ero più un poliziotto.
Liberai la mia scrivania dalle cose a cui ero più affezionato e presi una foto della ragazza violentata, sentendomi in qualche modo in colpa con lei.
“Mi dispiace” pensai fissando l’immagine. “Avrei dovuto fare di più”.
Uscii dal palazzo e vidi nel parcheggio Mazzeo e Varga montare di fretta su un SUV. Biagio mi scorse e mi fece l’occhiolino prima di partire, diretto chissà dove. Fissai il suo fuoristrada correre a sirene spiegate e mi resi conto che non avrei mai capito se avevo fatto la scelta giusta o meno.

Piergiorgio Pulixi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...