La scorciatoia – prima parte

Un racconto inedito su Biagio Mazzeo

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La ragazza si era presentata con la madre al centro antiviolenze dell’ospedale. Aveva lividi, tracce di morsi sui seni e sugli organi genitali, ed evidenti segni di violenza sessuale. Cercando di sfuggire ai suoi assalitori si era slogata una spalla. Nella denuncia presentata in centrale aveva raccontato che i ragazzi, alcuni dei quali conosciuti solo quella sera, l’avevano fatta bere forte. Poi qualcuno si era fatto pressante, ma lei era riuscita a tenerli a bada. C’era parecchia gente alla festa in villa, non aveva avuto paura. Quando però, verso le due di notte, si erano allontanati dalla cascina, mentre lei li stava salutando per andare a riprendere la sua bicicletta, si era sentita girare la testa e come svenire. Dagli esami tossicologici scoprimmo che l’avevano drogata con un cocktail di psicofarmaci polverizzati nei drink che le avevano dato. Facendo finta di soccorrerla, i sette giovani l’avevano trascinata verso una zona buia e poi ficcata a forza nel cofano di una macchina. Si erano allontanati di qualche chilometro, inoltrandosi nel bosco fuori città. Avevano aperto il cofano, l’avevano fatta calare e lì, dove nessuno poteva sentire le sue grida, a turno avevano abusato di lei.

Sembrava un caso facile: lei conosceva i nomi di quasi tutti i violentatori. Non avevano precedenti, ma uno di loro lo tenevamo d’occhio da un po’: un regista e attore sperimentale, come si definiva sul suo sito dove metteva online i trailer dei suoi film: spazzatura a sfondo sadico-satanico.
Andammo a prenderli quella notte stessa e li interrogammo per ore. Sembravano essersi messi d’accordo, perché ripetevamo sempre la stessa versione, facendosi scudo a vicenda. Dicevano che sì avevano incontrato la ragazza, ma quando si erano offerti di riaccompagnarla a casa, lei si era rifiutata, cacciandoli via. Erano andati via e qualcun altro doveva averla portata via e violentata. Puttanate a cui non credemmo nemmeno per un secondo. Erano arroganti, composti nell’esposizione, visibilmente colpevoli. Gli occhi non mentivano.
Dai primi esami sulla ragazza non erano state rilevate tracce di liquido seminale. Quei bastardi avevano tutti usato dei preservativi. Facemmo cercare tracce di epidermide sotto le unghie della giovane, ma le avevano legato le mani dietro la schiena e non aveva potuto graffiarli.
Una volta entrati in ballo gli avvocati – tre dei sette erano minorenni – interrogarli divenne difficile. Quello che avevo capito era che il regista del gruppo aveva organizzato il raid da tempo, studiando tutti i dettagli: aveva scelto la ragazza come se fosse una delle sue attrici di quelle sue pellicole malate, e quella notte aveva messo in scena con i suoi complici la sceneggiatura che aveva in mente.
Le avevamo chiesto se si ricordava di una telecamera o di un telefonino che avesse ripreso quanto stava accadendo, ma aveva risposto di no. Perquisimmo le case dei ragazzi ma al di là di testi, film, e documentari a sfondo satanico non trovammo nulla di incriminante. Sentivamo la tensione crescere: il tempo stava passando, e al di là della testimonianza della giovane non avevamo altre piste solide. Più ore passavano e più il caso si raffreddava, dando tempo a quei bastardi di ergere insieme ai loro legali una muraglia difensiva inviolabile.
Dopo quarantotto ore li dovemmo lasciar andare. Sicuramente andarono a disfarsi di ulteriori prove di cui ancora non eravamo a conoscenza o per cui non eravamo riusciti a farci dare un mandato di perquisizione per tempo: le loro macchine per esempio, perché la ragazza non aveva saputo dirci il modello dell’auto dove era stata rinchiusa.
Quando poi qualcuno nei laboratori della scientifica incasinò le prove sui rilievi fatti nel bosco sulle tracce deglii pneumatici e le impronte, capimmo che c’era qualcosa di sbagliato: i ragazzi avevano qualcuno che li stava coprendo. Qualcuno di importante.
Alla fine i mandati di perquisizione per le auto arrivarono. Ma era troppo tardi. La scientifica non trovò né impronte né dna collegabile alla vittima. Quei bastardi – o chi per loro – le avevano ripulite da qualsiasi traccia.
Col mio partner ci concentrammo sui genitori dei ragazzi. Il padre del regista era un avvocato importante in città. Era anche titolare della cattedra di procedura penale all’università. Ce la mise in culo, spaventando il gip che ci ordinò di fare marcia indietro. Ufficialmente chinammo il capo annuendo, in realtà continuammo a indagare. Erano stati loro, ne eravamo sicuri.
Meno di una settimana dopo gli avvocati ci mandarono una lettera dove ci sollecitavano a far cadere le accuse vista la totale estraneità dei loro clienti. Nel frattempo ci erano arrivati i tabulati dei cellulari e le posizioni rilevate grazie al gps satellitare. Scoprimmo che tutti loro avevano o spento, o lasciato a casa i telefoni. Un altro punto a nostro sfavore.
Il vicequestore venne in ufficio a dirci di mollare la presa sui ragazzi e concentrarci su altre piste investigative. Ma non c’erano altre piste: erano stati loro, avevano ordito, programmato e portato a termine lo stupro come se fosse una delle loro pellicole. Più per inerzia procedurale che reale convinzione indagammo sulla cerchia di amici e conoscenti della vittima, cercando elementi che li collegassero a quella notte, ma nulla. Ottenemmo soltanto di allontanarci dai ragazzi, dando loro tempo e modo di smacchiare alibi e prove.
A una settimana dallo stupro nessun giornale aveva scritto una riga su quanto accaduto sebbene io e il mio socio ci fossimo premurati di contattare le nostre fonti abituali nelle redazioni. Questo era molto strano.
Qualche giorno dopo il vicequestore bussò di nuovo alla porta del nostro ufficio, questa volta insieme al gip. Con pochi giri di parole si limitarono a comunicarci che avevano fatto cadere le accuse, invitandoci a metterci a lavoro su altri casi e a lavorare allo stupro ai margini in attesa di qualche risvolto investigativo. Parafrasando: “Archiviate il caso e fatevi i cazzi vostri”.
Io e il mio partner siamo sbirri della vecchia scuola, non diamo le brutte notizie per telefono o via posta come i colleghi più giovani, ma andiamo a darle di persona, a costo di prenderci insulti, grida e sputi in faccia. Quando dicemmo alla ragazza che i suoi violentatori l’avrebbero fatta franca, lei ebbe una reazione opposta a quella che ci aspettavamo: non disse una parola. Si chiuse in un mutismo assoluto, infrangibile. La madre, invece, scoppiò in lacrime, gridando che non era giusto.
Aveva ragione: non era giusto.
Usciti dalla casa della vittima andammo direttamente al bar. Ci ubriacammo come ogni volta che la Legge che dovremmo rappresentare ci prende a calci sui denti. Da come sono messi i nostri fegati, potreste capire che è una cosa che succede piuttosto spesso. A gente come noi l’alcool non fa bene: non ci fa dimenticare ma peggio: ci fa incaponire. In quel bar riesplodemmo il caso, prova dopo prova, interrogatorio dopo interrogatorio, giungendo alla conclusione più logica: i ragazzi erano intoccabili. Guardandoci in faccia, leggemmo negli occhi dell’altro che era il caso di lasciar perdere.

Cinque giorni dopo la ragazza si suicidò.
La vergogna, i ricordi, l’umiliazione l’avevano ammazzata giorno dopo giorno. Il pensiero di sapere che i suoi carnefici erano liberi doveva averle fatto prendere la decisione finale, mettendole la corda intorno al collo.
Col mio collega andammo al funerale, rimanendo in disparte. Speravamo che quei figli di puttana non avessero l’ardire di presentarsi; qualora l’avessero fatto volevamo essere lì per “allontanarli gentilmente”.
Per fortuna ebbero la decenza di non venire.
Al cimitero, una volta finita la cerimonia, il padre della ragazza si avvicinò. Indicò una grossa corona di fiori, ringhiando che erano stati i ragazzi a mandarla.
«Non può finire così» ci disse, gli occhi sgranati dall’odio.
Non replicammo. Era una di quelle situazioni in cui parlare significa solo peggiorare le cose.
Appena tutti andarono via ci avvicinammo alla corona di fiori spedita dai ragazzi, tirammo fuori gli accendini e le demmo fuoco.
«Non può finire così» ripeté il mio partner mentre guardavano la corona bruciare.
«Lo so» risposi dopo qualche secondo. «Cosa vuoi fare?».
Stette in silenzio per qualche secondo, come per trovare il coraggio di dirlo. Sapevo a cosa stava pensando: era la stessa cosa che stavo pensando io.
«Fanculo… andiamo da lui» disse alla fine.
Annuii e andammo in questura, verso gli uffici della Narco. Il suo regno.

Piergiorgio Pulixi

(prima parte)

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