Il Conformista

conformismoLa cena di classe per favore no. O forse potrei andarci con la Doris, la mia più cara amica. Una trans da urlo con la pelle di seta che di professione fa la modella per uno scultore. Quando ancheggia sui tacchi, il suo culo ti ipnotizza come una musica jazz. Ma la Doris sa pure essere una creatura di miele, dolce e materna;  mica mi dà sui nervi come mia mamma o tutti i surrogati materni che hanno tentato di sedare le mie nevrosi negli ultimi 40 anni.

Da qualche tempo, praticamente un giorno sì e un giorno no, quella santa della Doris mi fa assistenza domiciliare. Ultimamente mi sento debole e soffro di crisi di panico.  Non lo sa ancora nessuno; al lavoro ho chiesto il congedo. Ormai la vita sociale per me è diventata un inferno. Da quando il mio livello di tolleranza per i cazzi altrui è pari a zero. Forse perché mi ci rispecchio e vedo i miei fallimenti.  Invece, quando viene la Doris, mi faccio cullare dalle sue storie assurde mentre le accarezzo i capelli. Un bignami di sesso e follia, ma di un’ autenticità commovente. Andrei avanti per ore ad ascoltarla mentre con la sua voce bassa da Amanda Lear snocciola aneddoti e descrizioni al limite della decenza. Ma a me che m’importa ormai della decenza? A volte si spoglia e mi fa un pompino. Meglio dello Xanax.

Sì, questa volta mi dovrei sforzare. Non posso più nascondermi nella normalità. Sono anni che ho messo gli aculei e non guardo più nemmeno le foto dei gay Pride e le pazze estati a Myconos con tutti i miei amorazzi.  Insomma, era bello fingere di essere liberi ma ora è tutto finito. Mi dà noia pensare che questa vita di merda venga rappresentata in tutti i talk show di merda come la causa di tutti i mali. Eppure tra passato e presente, non c’è soluzione di continuità.  E’ tutto incasellato, omologato e maledettamente scontato. A un certo punto,  a forza di rivendicare il proprio diritto a essere come gli altri,  si finisce per ingannare se stessi e si scivola dentro il buco nero di una vita fintamente integrata. Integrata nel rassicurante stereotipo della persona risolta. Risolta un cazzo. A furia di stare rannicchiati tutti i santi giorni nella propria insignificanza, si capisce che sulle nostre paure ci si possono costruire grattacieli di finte certezze. E sì, come posso privarmi dell’opportunità di sfilarmi finalmente una delle mie tante maschere? Ormai sono più di trent’anni che fingo che non me ne frega un cazzo dei loro giudizi.  Però se ci andiamo davvero (devo convincere la Doris che magari potrebbe anche rimorchiare qualche mio ex, così poi si spettegola), bisogna assolutamente che la mia hairstylist mi presti quel suo meraviglioso tubino di tulle rosa da Barbie. Già m’immagino l’effetto con il mio tuxedo blu che non indosso dal mio secondo matrimonio. Questa cazzo di vita ultimamente è così noiosa che se non mi metto a scombinarla un po’ mi potrebbe rimanere un retrogusto di nulla.

L’altro giorno mentre mi stendeva il bucato, la Doris se ne esce candida e mi dice che adesso si è messa a fare volontariato per i malati terminali di Aids. Che si sente meglio e che anch’io ci dovrei pensare. Cazzo. Quando l’ho saputo, mi si è rivoltato lo stomaco. Lei adesso è l’immagine della felicità mentre io mi sento un sacco vuoto. C’ho una peste che non si vede. Quella del conformismo. Chiudo gli occhi. Ho le gambe molli.  Il cuore cavo. Mi esce dall’anima una canzone che non reggo.

Who wants to live forever?

Mi sfioro la faccia.

There’s no time for us.

Brucio e mi pare di avere una maschera che cola.

There’s no place for us.

Cazzo, sto davvero morendo.

Doris mi abbraccia da dietro. Non vede che sto piangendo. Ormai io e lei siamo la faccia di una stessa medaglia. Io faccio l’avvocato, la gente mi rispetta e mi stringe la mano. Sono stato una specie di attivista gay in gioventù ma poi mi sono sposato due volte e c’ho  pure dei figli. Mantengo due famiglie e una sfilza di giovani amanti che rimorchio in sauna ogni sera. Lei è la persona più vera che abbia mai conosciuto ma la vedo di nascosto perché –cazzo – sta malattia ghettizzante c’ha paralizzato i sentimenti. Voglio morire vivendo,cazzo.

Sì, ci devo proprio andare alla cena di classe e la voglio baciare in bocca davanti a tutti la Doris. Fanculo.

Non posso sopportare che lei sia diventata l’icona dell’untore solo perché la sua natura esula dalla biologia genitocentrica di merda. O sei maschio o sei femmina. Punto. Non si può nascondere la carta di identità. A fare i gay velati e trasmettere le peggio malattie alle proprie mogliettine son bravi tutti. Bastardo me lo dico da solo.

Stamattina ho fatto il test. Positivo. Merda, sono proprio uno stronzo.

Bea Ary

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7 pensieri su “Il Conformista

    1. beabea414

      Grazie Tiziana!Non cadere negli stereotipi è difficile. Ci si prova. Comunque la voce narrante mi ha posseduta….Io ho solo dovuto trascrivere le sue parole.Non capita spesso…anche per buttare giù i miei pensieri a volte mi incarto! Qui è stata come una scena girata bene al prio ciac! So soddisfazioni!
      Un bacione grande e grazie per il commento!

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  1. sandro pecchiari

    Sì, queste sono le cose che escono in un fiotto, di colpo e con forza e sono già perfette!!!! Brava e grintosa!

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  2. sabri

    Bea hai superato te stessa…questo racconto arriva al lettore come un pugno nello stomaco e lo lascia senza fiato . Bellissimo, complimenti !

    Rispondi
    1. beabea414

      Cara Sabri, grazie davvero…non ho costruito questa storia a freddo, non ci ho pensato in maniera da ottenere un effetto, un clamore: semplicemente una voce si è impossessata di me e mi ha portata al centro del suo dolore, dove io ho certamente scritto anche il mio. Credo che anche in fase di lettura accada la stessa cosa.
      Grazie grazie grazie!

      Rispondi

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