Spatola

velatura verdeAvevo appuntamento con Marta, sapevo che come al solito avrei dovuto sopportare il suo ritardo, poco male, sarebbe stata l’ultima volta: ci eravamo lasciati.

Impalato in attesa a un angolo di strada, mi trovai accanto a una signora anziana che parlava al cellulare, naturalmente a voce alta, tanto che non potei fare a meno di ascoltare quello che diceva, anche perché ripeté le stesse parole per non so per quante volte. A un primo momento fu proprio il parossismo della ripetizione a colpirmi, non tanto il tenore di ciò che veniva ripetuto. Visto che la donna continuava nella sua sequenza senza fine, mi trovai mio malgrado coinvolto in un contesto che presto prese le cadenze di considerazioni generali: gli errori compiuti nel corso di una vita! Le parole ripetute dalla donna erano: “Così fai peggio, così fai peggio, così fai peggio”!

Nel tono della voce non c’era sfumatura di apprensione, solo monocorde responsabilità, intento didattico di correggere una procedura a me sconosciuta ma che comunque non doveva rientrare nelle casistiche del dramma, per esempio: “fare peggio” nel prendere una medicina al posto di un’altra, o nel picchiare un figlio, o nel prestare soldi a un figlio di puttana. Niente di tutto questo. La monotonia del messaggio provava qualcosa di non così inesorabile. Fui io piuttosto a lasciarmi suggestionare dall’urgenza di risalire ai bilanci positivi della mia vita. Cosa avevo sbagliato in tutti questi anni?

Marta finalmente arrivò. La vidi dirigersi con passo deciso verso di me e senza aspettare un secondo mi disse che aveva voluto vedermi per una cosa che non avrebbe potuto fare al telefono, indietreggiò di un passo e mi sputò in faccia. Se ne andò con lo stesso passo deciso con cui era venuta.

Difficile a quel punto, con il fazzoletto impegnato a cancellare le tracce salivari, dimenticare pure il “peggio” della mia esistenza. Fulminante fu l’immagine di me seduto a tavola che porto il riso alla bocca con il cucchiaio piuttosto che con la forchetta. Dovetti cercare di riparare in qualche immagine favorevole, col rischio che l’ansia dell’urgenza mi riservasse altre sgradite conferme. Per fortuna non fu così: mi consolai ricordandomi con la spatola in mano mentre stemperavo del bianco di zinco su una superficie perfettamente liscia.

Tornai a casa rincuorato. Ciò che ho fatto nella vita non è tutto da buttare.

Gianfranco Spinazzi

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