L’amore ai tempi della Serenissima

DSCF0518Decidemmo così di proseguire per quella strada deserta. La cena era stata stupenda. A tavola bevemmo Borgogna, champagne e come per ridere un’altra di spumante. Insistetti, per riaccompagnarla a casa personalmente; trovai del tutto naturale che ella cedesse senza far troppe moine. Liquidai la mia gondola, con un cenno furtivo della mano, mentre salivamo il ponte a fianco l’ingresso del giardino.  Era quasi mezzanotte, l’oscurità fece il suo giuoco ed io la assecondai per riassaporare il gusto del vino sulle labbra gentili di Marie.  Ad un certo punto, vista l’ora, iniziai ad abbassare il tono della voce, non per educazione, bensì perchè l’amore è un poema di sussurri e sguardi e solo grazie a questi il suo vigore divampa. Innamorato di una donna meravigliosa nonchè di un’irripetibile serata, iniziai a pensare che il tempo fosse prezioso, mi feci così ad ogni passo sempre più pressante.  Mi portò d’improvviso dentro una porticina angusta, percorremmo un lungo corridoio per varcare infine una porta verde.

Illuminata da candelabri vermigli, stavano, su comode poltroncine in broccato ai lati di graziosi tavolini, diverse coppiette mascherate, gustando il dessert dell’epoca; ostriche freschissime, delle più gustose e succulenti mai saggiate prima. Mi parve di amarla alla follia per i suoi modi competenti e ricchi di garbo, per il suo gusto finissimo e l’attrazione comune per queste lussuose e afrodisiache leccornie. Le ostriche venivano servite ognuna coperta da una sottilissima foglia d’oro, da mangiare anch’essa. Il Casin, mi confessò più tardi, apparteneva ad un battiloro rinomato a Murano.  A poco a poco gli amanti si dileguarono e con loro disparve anche la notte. Marie, volle passare per Rialto per ammirare il suggestivo spettacolo di barche cariche di frutta e verdura e fiori appena colti, giungere a centinaia al mercato centrale. La intrattenni disquisendo di filosofia. Lei amabilmente mi parlò di poesie, e di un certo ragazzo virtuoso di Musica il quale collaborava con Da Ponte. Poi, con molto tatto e una certa arguzia giunsi a parlarle di doveri corporali, non quelli meschini, e volgari ben s’intende; ma di come il corpo abbia necessità di esser nutrito e di come la natura squisita, ci abbia fornito dell’appetito perchè appunto tali doveri, abbiano la possibilità di tramutarsi in piaceri da soddisfare. Finalmente giungemmo in casa sua. Mi fece entrare subito in una piccola camera da letto, la biancheria era molto raffinata, e l’atmosfera molto accogliente. Mi feci portare sei albumi, una tazza di cioccolato schiumoso con della vaniglia ed un caffè macinato quella mattina. Sentivo i sensi voluttuosi, fremere come il puledro usa fare quando conosce il suo cavaliere. Giunti fino a quel punto, quando le scoprii la bella chioma bruna sotto la parrucca, l’amore fece di noi ciò che volle.

 Andrea Tripodi

#MIA14

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