Partire e non partire

Stazione_Centrale_Navate-592x444Partire e non partire
Tre ore alla stazione. Arrivo molto in anticipo così mi sento un voyeur del tempo, nascosto dietro alle pareti trasparenti del bar. Gli orologi oltre i vetri esibiscono un’ora che, uno scatto dopo l’altro, avvicina i minuti a quelli della partenza. L’occhio calcola l’ampio della distanza, sottraendo automaticamente tra la luce dei numeri, ma sento la mancanza dell’antico sbracciarsi delle lancette quando il tempo si misurava in angoli decrescenti verso una totale convergenza.
Vi è un periodo che dovrebbe essere una tregua tra la partenza conclamata e la chiusura pneumatica delle porte, una specie di momento di nessuno. La voce dell’annuncio ne conferma la precisione registrata. Ma viene sempre arruffata dalle ansie dei ritardatari che gesticolano verso i sensori delle porte per farle spalancare davanti alle loro corse – un apriti sesamo tecnologico – o dribblano i pilastri della pensilina per farsi vedere dal capostazione o si afflosciano sudaticci e soddisfatti davanti al vagone prescelto, sputacchiando un “ce l’ho fatta” al cellulare, come se avessero vinto una maratona.


Non dovrebbe essere così il distacco. Andrebbe pianificato, bilanciando il bagaglio, portandolo a guinzaglio quietamente sulle ruote fino al binario, proiettandosi già nell’arrivo per decidere dove sostare nell’andare: una stazione terminale sottende un posto verso testa, per uscire prima o agguantare un taxi; un cambio di treno più verso la metà, almanaccando la dislocazione dei sottopassi. Ma se si incontrano nel tragitto più stazioni terminali, l’attenzione gioca a pingpong con il variare del senso di marcia. Alcuni seguono questo calcolo con un sottile oscillare della testa…E si ritorna un pochino indietro per uscire dalla stazione per poi allargarsi nelle curve più in avanti. A volte è opportuno farlo nella vita, fingendo di tornare per ripartire più sicuri o più incoscienti.
Alcuni viaggiatori poi affrontano la meta da seduti come in una vedetta, e scrutano l’orizzonte per far apparire un campanile o un centro commerciale a cui dare un nome per la propria sicurezza nelle coordinate del viaggio, lasciando forse libero l’allargarsi dei ricordi come si allarga un mazzo di fiori o un cuscino nei funerali, immaginando a volo d’uccello l’arrivo; altri di spalle per quasi trattenersi nello sparire dei luoghi lasciati indietro. E così la meta arriva di spalle come un nemico subdolo.
Ma è sempre il treno che si ferma a sguinzagliare il movimento della gente, l’attitudine allo scanso di tempo e di luogo, sciorinando involontari la loro recita di vita. Con i cellulari è ancora più evidente, non occorre più saper leggere nei pensieri come gli angeli sopra Berlino. Ma così è tutto più rumoroso.
Mi siedo prima della fretta, mi impadronisco di un sedile già posseduto all’infinito, ripongo il bagaglio come un cane ubbidiente sotto il sedile e mi perdo nell’attesa dello stacco in cui la stazione retrocede e se ne va. E fingo di dimenticare i bagagli della mente almeno per un po’, concentrato sulla forza della motrice che addenterà le decisioni, le scelte e la direzione sempre più veloce.
Ecco che arriva l’annuncio della partenza definitiva, mi rilasso:
“Si avvertono i signori viaggiatori che i sindacati x e y hanno indetto uno sciopero per tutta la giornata…si prega pertanto…”

Sandro Pecchiari

#MIA14

Se ci leggete e apprezzate dateci un voto per il Red Carpet dei #MIA14 ! 🙂 Grazie!

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5 pensieri su “Partire e non partire

    1. sandro pecchiari

      Abbraccione a Mauro. Grazie. Sono contento che ti sia piaciuto. E mi hai sgammato in alcuni ‘trucchi’ compositivi…

      Rispondi
  1. raimondo.q

    Alla stazione è bene andarci con largo anticipo, lo faccio anch’io ogni volta che parto, e i gesti dell’attesa sono sempre quelli, ripetuti, talvolta utili solo a tenere a bada il fastidio di partire o la frenesia di partire. (emoticon con la valigia)

    Rispondi

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