Verità

BarSono un frequentatore di bar. Mi piace chiamarli taverne. E’ il mio modo di annettermi un po’ di mito. Sentire storie di bar non è come sentire storie di taverne.

Sono tante le storie che sento, alcune con un senso, altre alla deriva del senso. La mia attenzione è rivolta verso questo secondo tipo. Mi piace trarre dall’apparenza richiami contradditori e affermazioni criptiche, spesso esaltate dall’eccedenza di alcol. Tanto per dirne una, meno di un’ora fa ho sentito un avventore esclamare: -La porta era chiusa e aperta-. Dovevo ancora bere il mio primo bicchiere, non posso aver sentito male, e nemmeno l’uomo che aveva parlato sembrava storpiare le parole per effetto dell’alcol, e allora perché mai citava una porta chiusa e aperta allo stesso tempo? Forse intendeva dire socchiusa, semichiusa, mal chiusa. Avrei voluto saperlo, e forse avrei arrischiato di chiedere chiarimenti se più forte non fosse stato il pensiero che aprire e chiudere una porta senza soluzione di continuità possa costituire l’esattezza per colui che del bar fa la propria casa. Si fa una cosa perché alla fine si è la cosa stessa: non esistono passaggi intermedi. Non vige più distinzione tra fuori e dentro. Entrare-uscire: il corpo non conta.


Un nuovo avventore mi tallona da vicino e giunto a due fiati d’alcol sgancia la sua esattezza: ti è mai capitato di fare mille cose che sono una cosa sola che si moltiplica per mille pur rimanendo una cosa sola? Abbi pietà di me, gli chiedo con sguardi imploranti prima che la luce si faccia nebbia, e allora lui spiega che la sua esistenza è una continua catena di gesti non necessari, sotto-gesti per arrivare al gesto vero e proprio che non arriva mai, il quale gesto, insiste, non sai nemmeno se sia il gesto vero e proprio che aspetti che sia, no, può essere una cazzata senza alcuna importanza. -Hai capito?- Non aspetta risposta, conclude che la sua vita è tutto questo: una serie di sotto-gesti in attesa del gesto inutile.
Più controllato il terzo avventore, enuclea la propria vertigine che ha per oggetto il vento, incerto l’ossesso se attribuirgli la colpa di sbattere le imposte delle finestre prossime alla sua stanza da letto dove dovrebbe consumare in silenzio il sonno del giusto. -E se invece -, farfuglia, – fossero le imposte le colpevoli, fatte non di legno robusto ma di legno leggero facile agli spostamenti d’aria, in tal caso bisognerebbe risalire al committente e al falegname, colpevole il primo, innocente il secondo che non fa altro che assecondare l’economia al risparmio del primo, sempre se non è il falegname a imbrogliare il committente facendo passare il legno leggero da legno robusto, oppure a meno che non sia questione di cardini non adatti, allora bisognerebbe chiedersi a chi attribuire la colpa di non farmi dormire, se al falegname o al lattoniere colpevole di aver usato materiale di scarto, in questo caso bisognerebbe risalire all’industria che immette nel mercato articoli scadenti, oppure a chi ha male installato cardini di ineccepibile qualità.- Insomma- conclude il socio – chi mai dovrei uccidere? Il vento, il committente sparagnino, il falegname, il lattoniere, l’industriale?
Mi esalto a pensare all’esattezza di uccidere il vento.
Di mio al settimo bicchiere, numero magico, appaio il rischio mortale che si corre nelle giornate di pioggia: sdrucciolare sui bordi bagnati della sfera terrestre e venir risucchiati nel vuoto.
Finché rimarremmo chiusi-aperti in taverna non correremo questo rischio. Non è vero che vino, catarro, urina, sperma, pus, formano la micidiale composizione che danneggia il cervello agli avventori delle taverne.
Esatto.
Vero piuttosto è che il clima del mondo è stato inquinato dagli oltre cinquecento milioni di tonnellate di gas emesso dai peti dei dinosauri.
Esatto.

Gianfranco Spinazzi

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2 pensieri su “Verità

  1. rickdufer

    Le storie alla deriva del senso, gli opposti che si attraggono così tanto da fare un incidente in sorpasso. Di certo, tra fumi di alcool e tabacco, la taverna/bar è il luogo perfetto dove sentirne delle belle. Benvenuto, Gianfranco!

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