Anima di Dio

Anima di Dio_Pensai subito a mia nonna, a quando, riferendosi ai bambini morti, li chiamava anime di Dio.
Ero lì, in mezzo al silenzio, e lo vidi. Era alto diversi piani e su ognuno dei solai sezionati echeggiava un grido e scivolava un sospiro che diceva No, io non sono più qui. Mancava dell’intera parete laterale e chissà di quanto corpo. Su quelli che ormai erano diventati dei trampolini su cui i sogni di una vita avrebbero trovato il loro ultimo tuffo verso il vuoto, sentii il richiamo di una memoria che avevo lasciata sopita e che, fosse stato per lei, sarebbe tornata soltanto il giorno della mia morte. Era la memoria di quando non avevo bisogno di niente, di quando i battiti del mio cuore bastavano alla mia pelle, ai miei capelli, ai miei denti, di quando quello che vedevo non aveva contorni ma era così chiaro e limpido e ogni suono era musica e voce e riverbero d’amore. Divennero mie tutte le cose. La tazza con la mucca disegnata che stava sopra il frigorifero dallo sportello aperto. Lo scaffale di libri color ciliegio che sputava segatura e pagine. Un lavabo dalla ceramica troppo pulita che pisciava un rivolo d’acqua dai piedi, come i bambini senza pannolino.
Tutto. Ogni singolo frammento era mio.


Allora tornai sui miei passi e inciampai su uno dei solai che era finito in mezzo alla strada. Aveva la trama di un abito vecchio, consumato, rimasto per troppo tempo a contatto con una superficie ruvida. I suoi brandelli erano tenuti insieme da vene di ferro arrugginito. Quei fili esili di metallo tra un blocco e un altro di calcestruzzo piangevano il loro fallimento strutturale. Si sentivano colpevoli per non aver resistito, per questo erano storti e infernali. Per questo le loro schiene erano come i loro occhi e come i loro lombi. Erano grovigli di nervi e di pietà. Erano il tutto che diventa nulla. Imbiancato dalla polvere di calce e di intonaco, c’era un girello celeste in mezzo al solaio. Sembrava fosse stato appoggiato lì da un fotografo. Uno di quelli che infilzano i rami aridi sulla sabbia e poi scattano le loro lodi alle nature morte. Il girello era arido e secco anche lui. C’era la polvere a coprirlo.

E c’era una macchia di sangue sull’imbottitura che doveva sostenere il piccolo bacino del suo conducente. Era un impasto di colore addolorato e di dolore colorato. Così respirai e mi mancò l’aria. Caddi. Strisciai.
Va bene il pianto, va bene il dolore, vanno bene le ossa rotte e la pelle bruciata. Vanno bene la cenere e la polvere. Va bene annientare tutto. Il rumore dei cassetti che si chiudono, quello delle porte e dei campanelli, quello dei cattura sogni appesi alle finestre o il ticchettio degli orologi. Quello dei passi e degli amori. Anche le voci si possono annientare. E i respiri. Si possono bruciare le pagine e drenare gli inchiostri. Si possono soffocare i morsi del giorno e i sorsi della notte. Questo pensavo, mentre mi aggrappavo all’eco degli uomini che piangono alla svelta, per poi tornare a odiare il prima possibile. Questo pensavo mentre strisciavo su quel solaio per tirami fuori da quella gabbia. Avevo le lacrime agli occhi e chiedevo a Dio dammi una donna che urla e piange, le sue mani che stringono piccole foto. Fammelo afferrare, questo salvagente di concreto strazio. Non lasciarla tornare, la memoria di quando non avevo bisogno di niente. Io sono ancora vivo, non sto morendo, non è ora.
Invece no. Arrivò. La mosse il vento, come i drappi e le stoffe che scivolavano dalle crepe, fiotti di stoffa domestica e familiare. La illuminò la luce del tramonto riflessa dai frammenti di vetro della grande porta d’ingresso al lato della quale, sulla parete, resisteva ancora la scritta Orfanotrofio di Beit Lahya. Camminò piano verso di me, per insegnarmi il valore di un passo dopo un altro per le strade di Gaza. Quando infine mi raggiunse, ricordai tutto. E tutto quello che era mio divenne me. Perché sì, può morire tutto, può morire anche il mondo intero. Ma quel momento, quando non si ha bisogno di niente, se non del battito di un cuore, quel momento che è il momento del bambino, della mano priva di forza, del sorriso puro e del sonno quieto, quello non può morire. Perché se muore quello moriamo tutti. E anche se proviamo a rialzarci e riusciamo ad andare via, siamo morti. Anche se gridiamo vendetta e prepariamo offensive, siamo morti. Anche se ci offendiamo con grande sdegno e protestiamo contro la logica della guerra, siamo morti.
Così morii. Perché quando muore quel momento, quando non si ha bisogno di niente e basta il battito di un cuore, muore anche la sua memoria. Quella che è in noi dal momento della nostra nascita. Muore l’anima di Dio. Noi lo sappiamo. E ce ne ricorderemo.

Alessandro Morbidelli

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3 pensieri su “Anima di Dio

  1. RobyLepri

    Un racconto doloroso, che narra in presa diretta l’orrore e che punta dritto il dito contro la stupidità umana, che da sempre vende la guerra come “necessaria”. La delicatezza con cui le immagini si susseguono rendono per contrasto la storia ancora più terribile. Anche se avremmo preferito non leggerla, è una scrittura bellissima.

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