“Bere, mangiare… Scrivere” – Terza serata

10516711_706132112793727_5553420125314914549_nGiunti a metà del Festival Teatro di Serravalle è il turno del nostro Gianluca Meis per il contest di “Bere, mangiare… Scrivere” e del suo racconto “50 sfumature di giallo”. Anche per questo 2 luglio il tempo incerto e dispettoso impedisce l’utilizzo degli spazi all’aperto del castrum e ci si trasferisce di nuovo al Teatro da Ponte, compresi gli ottimi vini e i salumi in degustazione per “Teatro & Vino”: ai crostini con lardo e miele è dedicato il primo applauso! In scena si assiste invece allo spettacolo “Villan People” dei Pantakin e del teatro Boxer: una malastoria lunga un trentennio che racconta di come la crisi che stiamo vivendo ha origini, soprattutto morali, ben radicate nel nostro passato. Qualche foto della serata e la riproposizione del testo in lettura completano il breve reportage di questa settima.

50 sfumature di giallo

Col suo cappotto nero pareva sfiorare i muri, mentre lento muoveva verso la sua destinazione. Il messaggio parlava chiaro: “Ti voglio. Oggi. Il prezzo fallo tu, non importa”. Aveva preso tutto l’occorrente e lo teneva stretto a sé all’interno di una anonima valigetta. Una di quelle che migliaia di rappresentanti usano quotidianamente. Nessuno avrebbe potuto sospettare alcunché di lui: la signora in metropolitana che gli sedeva accanto, il ragazzo sullo skate incrociato all’uscita del sottopasso, il signore col bassotto sotto casa. Quello che faceva era affar suo e delle sue clienti. Signore annoiate e in grado di pagare bene ogni sua prestazione. Aveva lo sguardo penetrante e carico di quel risentimento tipico degli orfani: qualunque sfiga si possa immaginare di un’infanzia perduta lui l’aveva in curriculum. Quante volte si era ritrovato a pensare che quelle sue forme di perversione probabilmente derivavano dal fatto che all’intervallo gli rubavano sempre la Girella Motta? Ma ora era cresciuto e prima o poi si sarebbe vendicato dei tanti soprusi subiti. Nelle lunghe notti trascorse a meditare vendetta aveva realizzato il piano perfetto: avvelenare intere partite di quelle merendine per lui così cariche di spiacevoli ricordi.
Si sarebbe fatto assumere nella fabbrica della Motta della sua città, avrebbe guadagnato la fiducia di tutti e finalmente si sarebbe goduto le catastrofiche conseguenze del suo gesto, associando definitivamente il suono della campanella di tutte le ricreazioni della zona con il dolce sapore di una giustizia finalmente ottenuta. Per far ciò aveva bisogno di soldi. E cosa di meglio per racimolare il denaro necessario che prestare il proprio corpo a signore disposte a comprarlo? Carico di questi pensieri era finalmente giunto alla destinazione concordata. Suonò il campanello. Poco dopo il rumore elettrico del portoncino annunciava che era già atteso: nessuno chiese chi fosse. Salì al terzo piano del palazzo. Una porta socchiusa spargeva nel pianerottolo un intenso profumo. Aprì solenne la sua valigetta. Si tolse il cappotto e la giacca, arrotolandosi anche le maniche della camicia. Legò attorno ai fianchi le stringhe, facendo attenzione all’estetica dell’insieme: le donne sono sensibili a questi dettagli in qualunque situazione si trovino. Non doveva dare l’aria di essere sciatto e mantenere l’eleganza con certe cose addosso poteva essere complicato. Alle sue spalle arrivò infine la padrona di casa. La percepiva nella stanza senza il bisogno né di voltarsi né di chiedere nulla. Il loro era un rapporto speciale. Cresciuto nella frequentazione dei molti incontri. Delle lunghe sedute a sperimentare nuove cose, nuovi approcci al piacere seguente. “Sei pronto?” Non poteva che rispondere con un cenno del capo. “Ho provato a sbatterle io, ma ci vuole la forza di uno come te. Per questo mi piace chiamarti per queste cose”. Ringraziò con un sorriso, afferrando con mano ferma la frusta: “Lascia fare a me, monterò questi tuorli d’uovo in men che non si dica. Sentirai che crema”

Gianluca Meis

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