Se di Strega si tratta.

Strega

Le cose di per sé non sono né belle né brutte, quando mondane. Dipende dalla compagnia. Come per il matrimonio, se proprio deve essere, è bene che sia piacevole, altrimenti meglio soli. Io ierisera ero alla serata di premiazione dello Strega. E ora ve ne parlo. Mi avevano avvisato che sarebbe stato tutto molto confuso, molto noioso, plebeo, cafone. E soprattutto che con i libri aveva poco a che fare. Solo una celebrazione dei potenti dell’editoria che omaggiano se stessi e che, a turno, ogni anno si passano il testimone e si dicono quanto sono bravi a scovare talenti che spesso tali non sono. Devo aggiungere che sono arrivata all’evento assolutamente contraria alla vittoria del libro favorito. Che poi, infatti, ha vinto.
In ogni caso, la giornata è iniziata bene, con un parcheggio trovato agilmente in zona stazione di Grosseto (iniziati i lavori di ammodernamento, pare Beirut); a seguire un viaggio comodo su treno fresco e in orario; a seguire attesa del mio amico Lino, né lunga né noiosa, intervallata da incontro a Termini con altro amico, e nel mezzo un gelato da urlo ai gusti di: mandorle e cannella + miele e lavanda.
Poi scopro una casa piccola deliziosa arruffata incastrata nella Roma vecchia antica di Monti, piena di musica e penso: già andrebbe bene così, ci sono giorni in cui per avere la metà di questo dovrei fare il doppio dello sforzo. E mentre lo penso Lino mi regala il taccuino che ora sto usando “Tutto meraviglioso” sta scritto in copertina “Il peso della felicità?” E allora capisco che oggi andrà proprio tutto bene.


Subito dopo, un frullato buono ma buono con dentro lo zenzero mi rimette in forze.
Rapido cambio d’abito (quale borsa? Scarpe basse o alte?) e possiamo andare. Temperatura perfetta, il taxi ci porta veloce e scendiamo davanti a Villa Giulia, luminosa e splendida. Molta gente attende di entrare, noi lo facciamo scivolando sorridenti. Il nostro tavolo è il primo nelle retrovie, siamo i primi degli ultimi ma tanto al tavolo non staremo mai. Prendo la brochure del premio, due mignon del liquore che ci sta offrendo la serata, dimentico la scatola piena di cioccolatini (errore gravissimo) e parto in ricognizione. Il Ninfeo è meraviglioso, vorrei far evaporare i presenti per dieci minuti e averlo tutto per me. Impossibilitata, mi rivolgo ad altre amenità, che metterei sotto la voce: abbeveraggi.
Così li abbiamo chiamati io e il mio amico per tutta la sera, e dunque così siano. Per me, Prosecco: ormai una fede; per Lino un miscuglio di Strega e succo di frutta, credo portatore dell’insostenibile leggerezza dell’essere molto allegri. La conta dei voti è ancora lontana, iniziamo a bighellonare felici. Lo sfacciato, complice una certa gioia di vivere di cui è naturalmente dotato (come tutti i grandi tragici) mi presenta a destra e a manca. Poi il colpo di genio: ferma nota penna critica de Il Messaggero e mi indica a lui quale futura promessa della letteratura italiana. Si stupisce perché il critico non mi conosce e chiede candido – Scusi, ma lei li legge i libri che recensisce? –
Si spegne il sorriso sul volto del potente ed evapora qualsiasi speranza di averlo mai benigno sulla mia strada. Speriamo che non abbia capito il mio nome. Sorridenti, continuiamo. Presentazione di Abbate, il telederrutiano. Ha diritto di voto e anche lui gufa contro il favorito. Simpatico e assolutamente sopra le righe, fa trasparire l’intelligenza non serena di uno che ha comunque un ruolo da rispettare, e lì è incastrato. Come Piccolo, che desidera essere come gli altri pur sapendo che le sue sono parole al vento. Un paradosso in cui è il primo a non credere, E poi, altro da chi? Eventualmente essere come tutti. Così Abbate inveisce, si agita, finirà con il gridare – Vaffanculo! – all’annuncio della vittoria fatale; ma intanto sta dentro al sistema e quanto possa davvero starci male a me non è dato sapere.

Il giro continua, sale la temperatura, prosegue abbeveraggio, centinaia di persone si riversano ai due buffet. Non così cafone e sgomitanti come mi avevano detto. Anzi, incontro esseri umani gentili, di ottimo umore. Lino ruba una maxi bottiglia di Strega al capo dei capocamerieri. Ci facciamo una foto, restituiamo il maltolto. Intanto, cerchiamo Catozzella, che della cinquina è il nostro beniamino. L’ho sostenuto per tutta la settimana a colpi di tweet ma in giro non c’è. Ci facciamo indicare il suo tavolo, c’è seduta la fidanzata, sotto al palco staziona Alberto Rollo, direttore letterario di Feltrinelli, con la sua bella faccia scavata. L’autore però è sparito. Walter Siti, vincitore della passata edizione, di diritto presidente di giuria, comincia a elencare i voti. La sua è una penna bellissima, gli mando mentalmente una benedizione. Si capisce subito che la lotta è tra Piccolo e Scurati e la competizione smette di interessarmi. Accompagnatore talentuoso, vedendomi intristire Lino mi riconduce a pensieri più terreni e rinfranca il mio spirito letterario con fusilli al pesto, farro, mozzarelline, dolci, frutta e gelato. Il Prosecco, di seguito, aiuta l’umore e la digestione.
Dai, facciamo quattro chiacchiere. I progetti. Lui vuole fare un libro con i suoi migliori (cioè peggiori) incontri di giornalista, io sto terminando di scrivere due romanzi. Gli parlo del mio racconto di fantascienza, che ho consegnato sul filo di lana e scritto in due ore per un’antologia su apocalisse e amore.
– Beh, il prossimo romanzo lo intitolerò “Amore di merda” – mi vanto.
Si accende l’occhio del giornalista come quello di Moby Dick quando decide di fare fuori Achab.
– Signora – chiede alla prima matrona piccola robusta e ingioiellata che passa di lì – a lei piacerebbe come titolo per un libro “Amore di merda”? –
Si blocca la signora, lo squadra. Lui è serio, professionale. E mi butta nell’arena.
– Le presento la scrittrice Roberta Lepri, un giorno vincerà lo Strega. E vorrebbe intitolare così il suo prossimo romanzo. –
La signora piccola ingioiellata pallida e dal rossetto ciliegia si ribella. Come mettere insieme due cose tanto diverse? Il sublime e l’infimo: semplicemente, non si può.
Io argomento: si tratta di affermazione/esclamazione di dolore. Nel momento esatto in cui l’amore fa soffrire, a qualsiasi età, è sempre un amore di merda (che io veramente lo vorrei vedere scritto con tre M – amore di mm merda – non una sola. Ma questo non lo dico). La donna di cui sopra mi fissa bene. Specifico che si tratta anche di giocare su un gergo adolescenziale, come spesso si usa tra innamorati (delusi).
– Ah – mi fa lei – è un’operazione di marketing – Vorrei risponderle che si tratta piuttosto di chirurgia cardiaca ma mi mordo la lingua o non ne usciamo vivi.
– E guardi che l’amore fa più male da vecchi che da ragazzi, sa? – mi ammonisce – I ragazzi hanno tutta la vita per guarire e riprendersi. –
Ma dice a me? Ora le mostro la carta di identità: solo un pensiero fugace. Non ho voluto specificare che l’amore quando è al capolinea e diventa merda è uguale a tutte le età e in ogni angolo del creato. E non vedi possibilità di futuro: a prescindere dalla tua data di nascita, vedi solo quel mezzo minuto che seguirà a quello in cui sei già annaspato e morto annegato. E sai perfettamente che anche in quei trenta secondi successivi a disposizione – tale è il tuo orizzonte temporale – annasperai e annegherai. Ma quale futuro della gioventù, signora cara, l’amore di merda è di merda. Se passa, passa ma finché non passa, e non lo sai che passerà, tu agonizzi e basta.  Saluto e vado.
Intanto Piccolo si fa foto da vincitore anche se non ha ancora ufficialmente vinto. Intervistano solo lui, vogliono lui soltanto. Incontro Martino, ci inseguiamo da anni su Facebook con la complicità di amici reali, e ora eccolo qui. Evviva. Arriva Valerio, primo incontro anche con lui, c’è una grande, tangibile contentezza.
Poi, all’improvviso, tutto finisce. Ok, bravo Piccolo, hai vinto. Scurati abbandona in fretta il Ninfeo. Abbate comincia a gridare:
– Vaffanculo! – poi si mette sulla scia di Sgarbi (ingrassato e stanco).
E io sulla via dell’uscita incontro un mio grande amico grande, che mi sorride un po’ sorpreso come un grande amico, è contento di vedermi, mi chiede di mio figlio, mi dice di sua figlia, sorride, conosce i segreti del mio cuore. Valeva la pena venire qui solo per vederlo stare meglio dell’ultima volta che ci siamo incontrati. Ci scambiamo abbracci e promesse di visite, mi regala una presentazione a Dio, poi si gira e mi dice:
– Non è bellissimo, Dio? –
Confermo, è bellissimo e io però non oso dire a Dio con un motto di spirito che conosco il suo debole per le ali di pollo tandoori, morbide e speziate. Una richiesta di matrimonio adesso da parte sua mi creerebbe imbarazzo. Non saprei proprio come dire di no.

Roberta Lepri

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5 pensieri su “Se di Strega si tratta.

  1. francesco serino

    Piccolo racconto delizia, che mi ricorda un po’ Barbara Pym. E questo Strega sullo sfondo, raffazzonato e deluso come un uomo solo e triste, mi appaga più di ogni altro commento. Grazie!

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  2. Giuseppe Pippo Visconti

    Quando la penna fruttua, nel senso che dà frutti, capita anche che coi 30 e più gradi di stamattina qui al sudde,mi son tirato su il colletto della camicia: sentii distintamente il frescolino della sera di villa
    Giulia. Vincere lo Strega?
    Giammai, ma stai a scherzà?

    Rispondi

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