Incipit d’Autore: “Padre Nostro” di Collettivo Sabot, Rizzoli Editore

Padre-Nostro-la-recensionePrologo
Carcere di Valdemoro, Madrid

Accadde tutto in una manciata di secondi: un sudamericano ricoperto di tatuaggi si avvicinò a un giovane algerino chiedendogli una sigaretta. Lo fece con fare arrogante, quasi gli fosse dovuta. Di colpo la sala si riempì di tensione elettrica come quando sta per arrivare un temporale.
L’algerino non lo degnò neppure di uno sguardo. «Le ho appena finite» rispose laconico. Un istante dopo il suo setto nasale andò in frantumi e nel giro di alcuni secondi esplose una rissa che coinvolse almeno una dozzina di persone.
Poco distante, un cacciavite appuntito penetrò nel fianco di Carlos Hernández; in mezzo a quel delirio di urla,pugni e sedie di plastica spaccate in testa, quasi non se ne rese conto. Sentì solo una mano forte afferrargli la gola dadietro, e un brivido arrampicarsi lungo la spina dorsale costringendolo a inarcare la schiena. Si voltò di scatto, senza avere il tempo di guardare in faccia il suo aggressore. Veloci come morsi di un serpente, arrivarono altre tre stoccate.
L’ultima lo colpì solo di striscio, perché nel frattempo qualcuno gli era caduto addosso, allontanandolo dalla traiettoria dei fendenti. L’uomo con il cacciavite tentò di lanciarsi nuovamente su di lui per finire il lavoro ma Carlos, con rabbiosa disperazione, gli afferrò il braccio stringendolo forte a sé. In quel momento tutto il mondo sparì, assieme alla sua vita e ai suoi ricordi: esisteva solo quel braccio da tenere contro al petto. L’altro provò a divincolarsi, ma Carlos strinse ancora più forte, mentre una chiazza rossa si allargava sul suo maglione. Provò a urlare per chiedere aiuto, ma la paura trasformò il suo grido in un rantolo soffocato.
L’aggressore cominciò a colpirlo con delle gomitate alla testa. «Toglietemi di dosso questo figlio di puttana!» gridò.


Un altro detenuto arrivò da dietro e colpì Carlos con un calcio in faccia. Altre voci si unirono a quella dell’uomo con il cacciavite in mano, ma erano sempre più distanti e confuse. Aprì gli occhi giusto il tempo di vedere un gruppo di guardie in assetto antisommossa irrompere nella sala fendendo l’aria con potenti manganellate. Per Carlos erano solo macchie di colore in un quadro confuso illuminato da luci sfocate. Un fischio lungo invase la sua testa, che si fece sempre più pesante; poi, i rumori si fecero ancora più lontani. Come un incubo. Si sforzò di tenere gli occhi aperti ma il campo visivo si strinse, diventando sempre più piccolo.
Fino a chiudersi completamente.
Tutto finì, veloce come era cominciato.

Prefazione
di Massimo Carlotto

th-300x300Narcos colombiani, camorristi napoletani, criminali e sbirri spagnoli. E il capitano dei Carabinieri Antonio Corso…
Padre Nostro nasce da un’intuizione raccolta nelle strade di Madrid e poi approfondita scavando nella realtà secondo lo spirito del Collettivo Sabot, dove l’inchiesta diventa il terreno di coltura della trama del romanzo.
Sopralluoghi, interviste, “fonti dirette”, ogni possibile pista viene battuta; il materiale raccolto, analizzato e distillato nell’intreccio.
Padre Nostro incrocia la tradizione del noir mediterraneo con quella della narco-letteratura sudamericana. Gli autori hanno scelto questo inedito percorso letterario per distinguere in modo netto le culture di appartenenza dei personaggi ed evidenziarne il potenziale narrativo all’interno di una vicenda di spessore internazionale.
Tradizione e attualità sono le linee guida usate per costruire ognuno dei numerosi personaggi che affollano questa storia. I narcos non sono più quelli dei tempi di Pablo Escobar e così i camorristi, soprattutto le donne che arrivano al vertice dei clan. Ma anche le forze dell’ordine e il concetto stesso di indagine hanno subito modificazioni profonde, determinate dallo sviluppo enorme e caotico del traffico di stupefacenti.
La continuità con il passato è garantita da personaggi come il sicario Almamuerta, che ricordano che la violenza è antica e feroce e serve a regolare vertenze e conflitti di veri e propri imperi economici ma anche a pareggiare i conti più semplici, la banalità di uno sgarro.
E infine Madrid. Il noir mediterraneo insegna che i luoghi non sono solo lo sfondo delle storie ma veri e propri personaggi. Vie, piazze, locali non sono scelte casuali ma una mappa precisa per orientare il lettore. Anche il carcere madrileno di Valdemoro è raccontato con dovizia di particolari perché ogni paese ha realtà penitenziarie differenti e spesso sconosciute e in questo inferno anche gli uomini più miti e innocenti devono imparare in fretta il linguaggio della sopravvivenza.
Auriemma, Cosmo e Pulixi hanno voluto sovvertire la “normalità” del narcotraffico attraverso alcune vicende individuali di vittime, più o meno consapevoli, sacrificate sull’altare di strategie geniali quanto perverse, pianificate per mettere in crisi poteri consolidati.
Un approccio narrativo che rende veramente affascinante questo romanzo dove sbirri e criminali si fronteggiano su un terreno insidioso dove nulla è ciò che sembra, la posta in gioco è sempre più alta e le dinamiche mafiose devono fare i conti con umanità oltraggiate che si rivoltano.
Padre Nostro racconta il conflitto senza esclusione di colpi tra crimine moderno e società. Da un lato la necessità dell’infiltrazione per stabilizzare potere e affari e dall’altro la necessità di impedirla in nome della civiltà e del progresso.
Padre Nostro è un bel romanzo che si inizia e non si abbandona fino alla fine.

Collettivo di scrittura

Biografia

Il Collettivo Sabot è un gruppo di sei scrittori, fondato da Massimo Carlotto nel 2007.
Ne fanno parte: Ciro Auriemma, Stefano Cosmo, Michele Ledda, Andrea Melis, Piergiorgio Pulixi e Renato Troffa.
Nato come gruppo di esordienti accomunati dalla passione per il noir d’inchiesta, si è definitivamente costituito sotto il nome di Collettivo Sabot dopo l’esperienza del fortunato romanzo di esordio “Perdas de Fogu”.
Il nome deriva dal vocabolo francese “Sabot” che sta alla radice del termine sabotare.
Durante la rivoluzione industriale, infatti, i lavoratori “sabotavano” i macchinari gettando le loro calzature in legno tra gli ingranaggi della fabbrica, per interromperne il ritmo disumano.
Fin dall’etimo del proprio nome, dunque, il Collettivo esprime l’intento attraverso il proprio lavoro di arrestare gli ingranaggi della menzogna e del silenzio che impediscono la narrazione dei fatti criminali e delle grandi storie negate.
Il collettivo Sabot considera la scrittura uno strumento attraverso cui ottenere la condivisione della verità, e il mezzo per innescare un moto di critica verso le ingiustizie e le incoerenze della nostra società. In questo modo scrivere diventa per i Sabot un modo di lottare, e leggere una forma di resistenza sociale e culturale.

Per maggiori info

#MIA14

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