I ‘m from Ghana

saharaLo vedo arrivare con la sua bicicletta arrugginita, anche oggi che un vento di scirocco nutrito di raffiche sabbiose, si accanisce su persone e cose. Con i pedali sfida quell’impenitente accanita forza della natura, calcandosi il berretto sui capelli gremiti. Un cielo basso e giallo soffoca la luce ed attutisce i colori e i suoni. Un po’ stanco per lo sforzo, appoggia di lato la bici ed entra nel parcheggio di quello che un tempo avremmo definito il tempio della opulenta società dei consumi e comincia a salutare tutti, anche le immusonite casalinghe che già di prima mattina sono pronte a fare lo slalom fra i prodotti in offerta per cercare di far quadrare i conti. Chiede con un sorriso ad ognuno che spinge il carrello della spesa verso l’auto, se ha bisogno di aiuto, nella speranza di ottenere una mancia.
È così da mesi. Mi saluta e lo saluto e qualche volta gli metto fra le mani una monetina, quasi sempre il resto appena preso. Il momento più imbarazzante è quando tende la mano e la sua tacita attesa apre una voragine fra noi, edifica un potere che non ho e che non voglio avere. Quando ritrae la mano, in quell’indugiare stanco avverto tutto il peso del rapporto sbilanciato fra chi chiede e chi si arroga il diritto di dare o rifiutare quella monetina che non tintinna neanche perché subito scompare nelle tasche dei pantaloni. Penso a tutta l’umanità che gli passa davanti, tutti i giorni e tutto il giorno e a tutte le volte che dirà “grazie e prego e buon giorno e buona sera” a persone che non sanno niente di lui, nemmeno da quale parte dell’Africa proviene.


E tutto questo perché NOI siamo diffidenti come LUI lo è di noi. E ciò che ci rende diffidenti è la differenza, la differenza della lingua, del colore della pelle, delle tradizioni, della religione. Da sempre l’essere umano tende ad escludere o guardare con sospetto ciò che è differente da sé. E lo straniero è perfetto nel ruolo del diverso, del differente. É troppo impegnativo cercare di capire davvero qualcuno, ci vuole impegno e noi abbiamo fretta. Fretta e paura. E le nostre certezze potrebbero vacillare, addirittura essere sovvertite dalla rivelazione dell’uguaglianza, dell’assoluta conforme ricerca del proprio benessere che unisce tutti gli uomini della terra. Dunque ,dopo aver fatto pensieri così “profondi” alle dieci di un mattino color ocra, con i pensieri ovattati e a dire il vero un po’ foschi a causa del vento, potevo io riporre semplicemente il carrello, mettergli la monetina nella mano e andarmene?
È una questione di coerenza fra pensiero e pratica, dunque anche se con un po’ di pudore ( è sempre così quando faccio domande sulla vita privata di qualcuno) gli chiedo da dove viene e se parla l’italiano.
Lui dice I speak english , I’m from Ghana, ed io colta da improvvisa afasia memoriale mi pare di non sapere nemmeno una parola di inglese ed arranco nel cercare ritagli di ricordi sedimentati nell’oblio polveroso delle nozioni scolastiche. Non mi arrendo però e gli chiedo se ha voglia di parlare della sua terra, di come e quando è arrivato qui. Noto che si schermisce un po’, tiene gli occhi bassi come a cercare appigli fra le mie parole, costoni sui quali appoggiarsi per decidere se fidarsi di me oppure no.
La conversazione è stentata, non decolla e lui pare incredulo oltre che titubante. Ad un certo punto estrae dalla tasca una fotocopia stropicciata e mettendomela sotto il naso dice: mio permesso, tutto a posto, tutto regola.
Sorrido malinconica pensando che il TUTTO possa stare in questo usurato pezzetto di carta. Il diritto, il consenso, l’autorizzazione a stare qui dove siamo ora, a respirare la stessa aria sotto questo cielo opaco, disturbati dallo stesso insopportabile vento. Cerco di fargli comprendere ( anche con l’aiuto di gesti, imbastendo una pantomima veemente anche per sottolineare il mio totale disinteresse per la sua “regolarità”) che non sono interessata al suo permesso di soggiorno. Gli dico che sono una scrittrice che ama le storie per poterle raccontare, metterle su carta e farle conoscere.. Ecco, a me piacerebbe solo far conoscere la sua storia, scuotere le coscienze inaridite, ricordare ai prevenuti e ai portatori di giudizi malevoli e razzisti, che magari lui è arrivato fin qui perché ha solo voglia di migliorare la propria vita, come tutti del resto, né più ne meno.
Mi sta ad ascoltare e dunque rinfocolo il discorso apponendo a suggello un trionfante
“because you a good boy not a bad boy! Understand? Do you understand me?”
Devo averlo convinto perché rimette il permesso in tasca e aprendo la bocca in un sorriso che gli scopre denti allineati che sembrano d’avorio e forse convinto che io parli l’inglese, ( non so come o perché abbia potuto pensarlo dato che il mio inglese è maccheronico e raffazzonato) mi dice – oh yes, you speak english! Come on speak english !
È più che una esortazione. È un credito di fiducia a priori. Ma al mio “a bit” -un po’- così così- coadiuvato da un tentennamento della mano estesa a palmo che ondeggia a destra e a manca a cui segue un mortificato I’m sorry, capisce che deve arrendersi ad una chiacchierata poco fluida. I ruoli adesso sono ribaltati. Sono io che uso i verbi inglesi all’infinito, confondendo il presente con il past simple e sono in difficoltà. Adesso siamo pari. Io sembro una straniera che parla inceppandosi , incespicando sulle parole e a chi la ascolta da l’impressione di essere ignorante. Forse sono proprio le necessarie premesse per iniziare un discorso cordiale e alla pari. Lui non si sente inferiore a me ed io non sono superiore a lui.
Dice di venire da Accra capitale del Ghana e di avere 23 anni. Ride benevolo mentre inizia a raccontare la sua difficile e stentata esistenza già solcata da tante avventure e tribolate vicissitudini. Preferirebbe che di lui dessi solo l’iniziale del suo nome e pertanto lo chiamerò solo K.
Nel 2008 non aveva nemmeno vent’anni quando partì dal suo paese a bordo di un’auto con due amici, puntando verso il nord, viaggiando attraverso la savana prima di passare da Alto Volta, una nazione confinante e dal Niger. Il deserto del Sahara gli sembrò infinito. Il viaggio su una jeep sgangherata sulla sabbia rovente di giorno e fredda di notte durò tre settimane durante le quali K. vide solo dune attraversate dal vento che si alza improvviso e plasma e scuote senza tregua quella distesa solitaria ed ostile e ne muta continuamente l’aspetto. Dice che è impossibile orientarsi nel Sahara perché non ci sono punti di riferimento stabili nel tempo, che tutto cambia in fretta e ci si sente inadeguati e deboli. E c’è sempre bisogno della bussola.

Compagne affascinanti di viaggio furono le stelle, altissime ed indifferenti che brillano ancora più intensamente nel buio profondo della notte sahariana. Sotto quel cielo sterminato e muto e misterioso gli capitò di sentirsi ancora più solo e infinitamente piccolo, piccolo come un granellino di sabbia, di quella stessa sabbia che per tre settimane gli riempì la bocca, gli offuscò gli occhi e si stratificò sui suoi capelli crespi. Pertanto l’arrivo in Libia a K. parve il paradiso e l’inizio di una nuova vita. Trovò lavoro come muratore e pensò di stabilirsi lì per sempre. L’Europa non era nei suoi progetti e pensava di restare comunque nel suo continente, l’Africa.
K. guardandosi le mani con orgoglio dice di essere bravo, di saper fare quel mestiere bene. Ma poi la “rivoluzione dei gelsomini” cambiò tutto. Per gli immigrati come lui che si trovavano lì, anche se sfruttati dai libici che li costringevano a lavorare il doppio pagandoli la metà degli altri lavoratori autoctoni, diventò pericoloso restare. E nonostante avesse trovato una sistemazione, nel 2011 lasciò la Libia a bordo di una carretta del mare con altri duecento disperati temerari. Gli occhi di K. Si intorbidiscono un po’ quando pensa alle irose onde del mare in Dicembre, mare alto, nero e forse traditore. K. dice che una gioia come quella provata sbarcando a Pantelleria non l’aveva mai sperimentata. E si sente fortunato ad avercela fatta a non essere stato tradito dal mare. Dopo Pantelleria è stata la volta di Agrigento dove, dopo gli accertamenti gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Nel suo paese, nel Ghana , non c’è la guerra ma K. rischia la vita a causa di una faida familiare in cui è stato coinvolto senza volerlo. Ora ha il permesso di soggiorno e quando lo chiamano, lavora in campagna per raccogliere olive, mandorle ed uva oppure fa lavoretti come muratore. Vive in una casa e divide l’affitto con un amico e paga l’acqua e la luce. E nonostante tutto, nonostante la precarietà, è contento di essere qui e non vuole tornare nel Ghana. I genitori di K. non sanno che lui quando non lavora in campagna per arrotondare aspetta la mancia al parcheggio. Loro gli hanno insegnato a guadagnarsi da vivere lavorando. E allora qualche volta deve mentire per non dispiacere a suo padre e a sua madre. Durante la nostra chiacchierata, mentre racconta di tutte queste tribolazioni, negli occhi sfavillanti e lucidi, nonostante tutto, potenza forse dell’immaginazione fervida, vedo tracce degli antichi carovanieri che si fermarono stanchi di un eterno peregrinare e fondarono il loro regno proprio nel Ghana, vedo i diamanti scintillanti di cui il sottosuolo è ricco, vedo i campi di cacao, di caffè, vedo la savana gialla e torrida con le sue immutabili leggi, vedo le donne, statue di ebano avvolte in foulard variopinti. Vedo tutte queste cose, nonostante tutto. E se penso che l’antico nome del Ghana era Costa d’Oro per la ricchezza di giacimenti aurei e che invece i suoi figli, i giovani pieni di forza, sono costretti dalla necessità ad andarsene e divenire stranieri in una terra sconosciuta in mezzo a persone talvolta ostili, mi sembra una follia.
Nonostante l’oro, nonostante i diamanti, nonostante il cacao, nonostante tutto, sono costretti ad emigrare , convinti di arrivare nell’Eldorado ed invece arrivano nella vecchia, vecchissima Europa che offre davvero poco ed è come una barca con i remi tirati in mezzo al mare in tempesta e aspetta solo che giri il vento a favore per giungere salva in porto.
Tutte queste esperienze fatte, l’abbandono della propria casa, il viaggio rocambolesco per terre estreme, il viaggio nel mare ignoto, l’approdo, gli accertamenti, i controlli, la farraginosa burocrazia spesso inceppata in gangli paradossali, possono trasformare anche la persona più ottimista in un animale braccato, sospettoso e guardingo che per la propria sopravvivenza è costretto ad aspettare prima di fidarsi e che vede nemici e pericoli dappertutto. Ma nonostante tutto, ho percepito una straordinaria speranza nelle sue parole. Nei propositi di K. c’è spazio per i desideri, desiderio e speranza in un futuro migliore, e nessuna resa, nessun ritorno al punto di partenza, solo voglia di andare AVANTI. Più avanti di questa realtà arida che viviamo. Io per come mi conosco, mi chiuderei in un autodistruttivo deprimente atarassico BASTA. E senza speranza, muta, ripasserei nella mente il passato e forse, nonostante tutto, lo troverei fantastico. Certo non avrei fiducia nel futuro. Ecco quello che manca a noi italiani, a noi europei. Noi ridotti a decadenti incupiti perché non crediamo più nel futuro, perché viviamo guardando e ricordando ciò che abbiamo perduto e niente e nessuno può convincerci che il domani sarà migliore di adesso. Crediamo di aver perso “il migliore dei mondi possibili “e abbiamo paura di tutto quello che viene da “fuori”. Adottiamo politiche di difesa piuttosto che progettare, modificare, riadattare le nostre esigenze alle mutate condizioni globali. Siamo solo capaci di sentirci minacciati dal diverso che viene per usurparci l’ultima mollichina di pane non comprendendo che stiamo consumando una vera e propria guerra fra poveri.
Gli stringo le mani. K. è commosso quanto me e dice che la sua storia prima di adesso non l’aveva raccontata a nessuno e ora che lo ha fatto, gli sembra un film, comunque la vita di un altro. Il vento mi spettina mentre raggiungo la mia auto parcheggiata a sud del supermercato. La bussola. Dovrei portarne sempre una con me, magari per azzeccare il posto giusto dove lasciare la mia scatoletta di sardine. E poi, proprio oggi con questo vento terribile che imperversa, il Sahara non mi sembra così lontano.

Tiziana Sferruggia

#MIA14

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