È lui

tjom_1_zypressen-pappeln-gedrehter-drahtIl giorno del funerale di suo padre Andrea decide di non far colazione. I parenti hanno iniziato presto a far squillare il cellulare. Lo innervosisce quella mancanza di autonomia circa il raggiungere o l’obitorio o la chiesa. Tutti sembrano incapaci di arrangiarsi. Vorrebbe spegnere l’apparecchio ma poi si ricrede: non vorrebbe trovarsi da solo alla cerimonia. Lui e il prete. Non reggerebbe quell’ultima ipocrita intimità con uno sconosciuto che legge parole di circostanza preparate da altri e stampate a caratteri anti miopia su un libretto che ricorda bene. Lo aveva già notato al funerale della madre. Bella rilegatura in cartoncino nero con più di un segnalibro, di quelli in tessuto colorato e annodati all’estremità. L’unico rassicurante appiglio a cui i preti si aggrappano quando non hanno davanti a loro la bara di qualche parrocchiano insistente o loro parenti. Il padre di Andrea era uno sconosciuto. Non solo al prete, pensa Andrea stesso mentre fissa la caffettiera che non metterà sul fuoco. Si gira di scatto dalla cucina e riprende per l’ennesima volta tra le mani un album di foto. Suo padre al mare. Suo padre in montagna. Suo padre con in braccio una scimmia. Chissà dove l’avrà mai scattata quella foto poi! Fino al giorno prima l’unica immagine che aveva del padre era in una cornice argentata poggiata su un mobile in camera. Una sorta di astronave aliena atterrata in quel luogo e mai più ripartita: lui bambino con un grembiule di almeno una taglia in meno, mano nella mano con l’uomo che ha rivisto solo dopo trent’anni steso all’obitorio.

Mentre rispondeva è lui all’ufficiale giudiziario che voleva accertarsi dell’identità prima di autorizzare il funerale, ebbe persino qualche istante di esitazione. Scelta la cravatta. Scelto l’abito. Qualche ripensamento sulle scarpe ed è in macchina. Il viaggio lo impegna a cercare di ricordare il nome di una zia, sorella del padre, che lo aveva cercato al lavoro. Anna? Roberta? Perché non ricordava? Aveva pure dormito due giorni a casa sua prima che venisse a prenderlo l’operatrice della casa famiglia a cui fu destinato dopo la morte di sua madre. Nulla. Non ricordava proprio. Avrebbe cercato di scoprirlo magari per non fare figuracce più tardi. Arrivato al parcheggio si accorge che ci sono già gli impiegati delle pompe funebri e un paio di corone: “Tua sorella Elisa”. Ecco come si chiama, Elisa! “Gli amici di Casa Serena”. Che nome stupido per un ospedale psichiatrico! Andrea si aggiusta la cravatta nervoso. Ha caldo. Nell’attesa legge il bollettino parrocchiale affisso all’ingresso della Chiesa. Finito quello la sua attenzione cade sul necrologio. Riconosce la foto del padre con la scimmia. Solo che l’hanno ritagliata ad arte e così vi compare solo il viso. Sorride. “è mancato all’affetto dei suoi cari… ne danno il triste annuncio… lo piange il figlio”. L’ultima volta che ha visto suo padre era in una chiesa simile. Urlava e non bastavano tre persone a calmarlo. Lui avrebbe voluto abbracciarlo ma ricorda che si sentiva come paralizzato dai continui baci e le soffocanti carezze che chiunque si sentiva in obbligo di fargli. Sconvolto dal dolore. Impazzito per la perdita. Distrutto dall’incapacità di elaborare il lutto. Ripeteva le giustificazioni che per anni gli avevano dato i vari psicologi e psichiatri che lo sostenevano nella crescita. Che lo aiutavano negli studi. Che gli hanno permesso con altri operatori di studiare, di diplomarsi e di trovare un lavoro. Raggiunto dal prete all’ingresso ha solo il tempo di guardare il libretto nero tra le mani del religioso prima di sentire il carro funebre frenare con un sibilo quasi comico sul sagrato. È arrivato tuo padre, si sente dire dal prete con studiata voce rassicurante. Quante volte avrebbe voluto sentire quella frase in passato.

È arrivato tuo padre, benedico la bara ed entriamo. Andrea annuisce mentre sua zia Elisa lo afferra al braccio trasformandolo nuovamente, di colpo, in un bambino da consolare, finché non lo si potrà affidare a qualcun altro.

Gianluca Meis

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