Incipit d’Autore: “La notte delle Pantere” di Piergiorgio Pulixi, edizioni e/o

Prologo

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La guerra era iniziata. Questo pensò Irene Piscitelli appena vide i tre cadaveri nell’hangar. Stracci nelle bocche per impedire loro di urlare e un colpo alla nuca per ciascuno. Ma il particolare che attirava l’attenzione era un altro: a tutti erano state amputate le mani.

Dalla quantità di sangue presente sul pavimento capì che gliele avevano tagliate quand’erano ancora in vita. Un messaggio abbastanza esplicito: finitela di rubare.
«Ha idea di cosa sia successo?» domandò il primo dirigente Antonello Verri a quella donna che pareva più una modella che una poliziotta.
Certo che lo sapeva. Perché al di là dell’aspetto ingannevole e della giovane età, Irene era un alto dirigente di pubblica sicurezza dello SCO, il Servizio centrale operativo, l’élite della polizia. Era stata mandata apposta da Roma per cercare di fermarla, quella guerra. Ma a quanto pareva era arrivata in ritardo.
«Quanti sono a conoscenza del rinvenimento?» chiese lei ignorando la domanda del collega.
«Pochissimi. Gli agenti che hanno ricevuto la chiamata, me e basta… ho aspettato a chiamare la Scientifica, come mi aveva chiesto».
«Bene. La questione è molto delicata, dottore. Le devo chiedere di ordinare ai suoi uomini di dimenticarsi di quest’omicidio e di non farne parola con nessuno. Soprattutto con i giornalisti. Qui su bentra lo SCO».
«Ma…».
«Si tratta di sicurezza nazionale, dottore. Se questa notizia arriva alla stampa, siamo tutti nella merda. Io e lei per primi».


L’uomo stava per ribattere quando il cellulare della donna prese a squillare. Verri ne approfittò per uscire e dire ai suoi di tenere la bocca chiusa sul caso e prepararsi a levare le tende.
«Hanno arrestato Mazzeo» disse Irene appena l’anziano poliziotto rientrò nell’hangar.
«Cosa?» chiese, sbigottito.
«Hanno arrestato il suo protetto, Biagio Mazzeo. Le consiglio di andare a vedere cosa sta succedendo».
Dopo qualche attimo di sorpresa Verri obbedì, lasciandola sola.
Irene non prestò molta attenzione alla scena del crimine. Non ne aveva bisogno perché sapeva bene chi erano le vittime e chi i carnefici.
’Ndranghetisti da ambo le parti. Quelli assassinati emissari del Sud. Gli assassini, killer del Nord. Tutti uomini d’onore affiliati con lo stesso rito, ma con idee diverse sulla ripartizione degli affari e sulle gerarchie mafiose. Aveva tutte quelle informazioni perché uno degli uomini a terra era un suo informatore. Era stata lei a convincerlo a presentarsi all’incontro, garantendo per la sua sicurezza. Ora il mafioso era morto, e lei sentiva tutto il peso di quell’omicidio stritolarle il cuore.
“Non puoi lasciarti andare ai sensi di colpa adesso” si disse.
Perché ora veniva la parte ancora più difficile: aggiornare i vertici.
Ammettere la sua disfatta. La poliziotta compose un numero sul telefonino.
«Pronto?» rispose una voce maschile.
«Sono io… sono arrivata in ritardo. È già iniziata».
«Quanti?».
«Tre. Gli hanno tagliato le mani… e se le sono portate via».
«Merda. Il tuo uomo?».
«Andato».
«Santo cielo! Devi fermarli, Piscitelli. Subito».
La donna inarcò un sopracciglio. «C’è un piccolo problema, l’uomo che avevamo scelto…».
«Mazzeo».
«Esatto. L’hanno appena arrestato».
«Mazzeo?».
«Ora è in questura, lo stanno interrogando».
«Cazzo… Inventati qualcosa, ma lui ci serve. E ci serve subito. Devi fermarli prima che sia troppo tardi».
“Forse è già troppo tardi” pensò lei.
«Insabbia tutto e tira fuori Mazzeo».
«Non sarà fa…».
«Trova un modo e fallo. Tutti dicono che sei la migliore, no? Dimostralo».
Irene Piscitelli chiuse la chiamata e rimase a fissare i cadaveri per qualche secondo.
«Dottoressa» la chiamò uno degli agenti che si era portata da Roma.
«Sta arrivando una squadra. Fate sparire i corpi e pulite» ordinò lei.
«Io devo correre in questura».
«Ma…».
«Quando avete finito bruciate tutto».
Entrò nella BMW senza contrassegni e disse all’autista che aveva fretta. Sapeva bene che se non si fossero dati una mossa quei tre cadaveri sarebbero diventati trecento.
“Biagio Mazzeo” pensò mentre l’auto sfrecciava fuori dalla zona industriale. “Spero proprio che tu sia in gamba come dicono”.

Piergiorgio Pulixi

Piergiorgio Pulixi è nato a Cagliari nel 1982 e vive a Padova. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de Fogu, (edizioni E/O 2008), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco inserito nel trittico noir Donne a Perdere (edizioni E/O 2010). Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto e Micromega.

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