Fiaba dell’amore che non c’era

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Quando era una bambina lui era già un ragazzo e non aveva tempo neanche per raccoglierle la palla aldilà del muro, perché aveva altro da fare. Non si era proprio accorto che la palla lei ce la buttava con l’unico intento di scoprirlo gentile; così Elena doveva sbucciarsi le mani e le gambe, per andare a cercarsela da sola. Una bimba di cinque anni che può saperne dell’amore: lei però quel sentimento lo portava dentro da tanto di quel tempo che non riusciva a ricordarselo, e lo portava con sé comunque. Così era all’epoca della palla perduta, sempre ritrovata, e delle corse per vederlo, quando usciva da casa per andare alla scuola dei grandi.
Finalmente toccò a lei, sfilargli davanti con l’astuccio delle matite nuove e il fiocco fresco di colore ben teso per l’amido, nel primo giorno di scuola vera, pronta per farsi scoprire dal suo amore. Una piccola regina Elisabetta, fiera della conquista dei sei anni, decisa a riconoscerlo come suo unico campione.
Lui non riuscì neanche a sentire che lei lo stava salutando, con un filo di voce sottile come il cigolio di una porta, e se ne andò scontroso, tirandosi dietro le canne da pesca, su una bicicletta vecchia e rumorosa.
Era perfetto. Da qualsiasi parte Elena cominciasse a osservarlo, qualsiasi fosse la piega di quel volto presa in considerazione, non poteva fare a meno di trovarci dentro tutto e niente, veramente troppo per la sua età. Perciò si ritrovava stordita e perduta, per i battiti disubbidienti del proprio cuore. A volte si fermava a comprare il pane nel vecchio forno di via dell’Onestà e se la madre di lui entrava Elena non riusciva a guardarla negli occhi e la osservava da lontano, senza farsi accorgere, per cercare in quei lineamenti ossuti i tratti del viso di lui, immaginandolo ancora bambino.
Mario non poteva tornare indietro e allora toccò a lei crescere più in fretta possibile, aspettando con ansia i segni del proprio seno in ritardo, contando la propria vita sul calendario dei compleanni di lui. A volte trovava il coraggio e si specchiava nuda: di lui non avrebbe certo avuto vergogna, perché non c’è nudità più grande di un amore che si svela, spudorato. Ormai anche le crepe del muro tra i due giardini sapevano tutto.
Aveva circa tredici anni quando gli amici iniziarono a prenderla in giro, qualcuno dando per scontato che alla fine lui se la sarebbe presa, bella com’era; qualcun altro giurando che invece non l’avrebbe mai neanche guardata, per dispetto.
Aldilà del muro Mario cresceva, solitario e feroce come gli orsi che aveva visto un giorno nella gabbia del circo, duro come le pietre che ormai da venti anni lo separavano da Elena. L’aveva vista spiarlo e ci aveva messo un attimo per decidere che non la voleva, non poteva essergli che di intralcio: una così, tanto scoperta nei sentimenti, non faceva al caso suo. Perciò non ebbe alcuna compassione dei canestrini di fiori che lei gli intrecciava e che lasciava sul sellino della sua bicicletta. Da principio Mario li scansava con il dorso della mano, come avrebbe fatto con un insetto morto, poi prese gusto a passarci sopra con la ruota, fino a che lei la fece finita di lasciarceli. Quell’amore, che lo aveva da principio fatto vergognare, adesso lo disgustava, come se in lei ci fosse qualcosa di sporco. Quando la vedeva diceva a se stesso che una ragazza non doveva dare la caccia a un uomo, così, in quel modo sfacciato. Sua madre la pensava allo stesso modo, perché una in quel modo era capace di una dedizione immensa, ed era forse più paziente di lei. Spudorata e ambiziosa, per giunta.
Mario non tollerava di essere inseguito e cacciato e lei non poteva fare a meno di braccarlo con innocenza sempre meno vera.
Trascorsero gli anni ma Elena non riusciva ad abituarsi, l’amore le frullava i tendini delle gambe. Considerava il proprio corpo fiduciosa, come un monumento in costruzione, un palazzo in cui lui sarebbe un giorno entrato, magari spinto solo dalla curiosità. Anche se non sapeva in quale tipo di amore sperare, poteva almeno sognare di avere un corpo perfetto, qualcosa che lui non avrebbe potuto rifiutare. Selezionava il cibo pensando alla propria costruzione fantastica: “il mio corpo è una chiesa”, pensava fiduciosa a venti anni, quando lui continuava a non volerla.
Il mondo delle donne lui infatti lo apprezzava solo attraverso il vetro della comodità o quello più velato della sfrontata convenienza, in modo che da ognuna, madre sorella o amante, riusciva a ottenere qualcosa di buono. Sua madre lo aveva allenato al disprezzo e all’uso delle femmine, in confronto alle quali lei si sentiva diversa e migliore.
Aldilà del muro c’era invece la prova viva della falsità di questo mondo di donne rilassanti, che non richiedevano di essere affrontate con coraggio perché loro per prime non ne avevano.
Elena era forza viva e lo reclamava per diritto, alcune volte cacciandolo a viso aperto, con lealtà; altre aspettandolo invece paziente all’ombra delle rose rampicanti. E quando lui si rese conto di desiderarla, contrariamente a quanto si era imposto fino ad allora, cercò semplicemente di sparire, evitando quanto più possibile di doverla rivedere. Fu allora che apprese l’arte della caccia e del sangue. Da subito preferì gli animali grandi e forti. La maestà dei palchi dei cervi gli toglieva le parole di bocca e così la tenacia e la resistenza del cinghiale, che schiumava vendetta braccato dai cani, capace di difendersi aldilà di ogni più feroce immaginazione. La sua anima tutta aspirava a essere parte del bosco e dei suoi odori, delle nebbie repentine, degli aghi di ghiaccio che negli inverni lo ferivano e gli ricordavano di amare la vita, mentre la toglieva. Allora gli era facile immaginare che l’unica donna che avrebbe potuto amare, senza motivo oltre l’amore, sarebbe stata una tra le creature del bosco. Talvolta l’aveva intravista, tale creatura, nuda, mentre il vento apriva dei varchi tra il fitto dei cespugli, e aveva sembianze familiari, e una voce, sempre la stessa: quella di Elena.
Al ritorno dalla caccia, lei lo attendeva ancora, spaventata. Lo aspettava con le prede e i rumori del rientro serale, rubando pezzetti di voce per farne la gioia di quella giornata, invidiando il rampicante di rose arancioni che attraversava le loro vite quotidiane, perché poteva vedere e sentire ogni cosa di lui
Così pregò con tutta se stessa lo spirito della clorofilla, l’anima benevola che attraversava quella pianta, perché la rendesse più simile a qualcosa che Mario potesse ammirare. E dal profondo della terra lo spirito arrivò improvviso e lieve, la forza meravigliosa che anche lui aveva immaginato, nuda e semplice come l’anima del bosco.
Elena non si chiese neanche come fosse possibile, parlare con quello spirito luminoso e puro, e si lasciò interrogare a lungo. “Cosa desideri?”, le chiese.
“Vorrei essere qualcuno che lui possa amare e desiderare, come il suo cuore voglia”. Lo spirito le parlò del dolore, quello a cui porta l’amore senza ritorno, ma lei rispose che da sempre si era perduta e non si sarebbe ritrovata, se non suscitando in lui vero desiderio. Lo spirito le ripeté a lungo il senso del dolore senza ritorno, era una nenia infinita e dolce, ma lei non si impaurì e alla fine lui si convinse.
“Nei boschi vivrai senza più vita e troverai con lui ciò che cerchi, ma senza ritorno, ottenendo ciò che vuoi quando non lo desidererai più, solo per legge di quella natura, che ora puoi sovvertire per amore. Ciò che vorrai, lo otterrai. Ti basti il tuo pensiero.”
Elena chiuse gli occhi e volò, nel fitto del bosco, senza il corpo che aveva cresciuto per lui senza speranza.
Si rese subito conto della diversa posizione, non poteva più camminare eretta e aveva peli ovunque: il viso ora era un grugno da cinghiale. Non parlava ma poteva pensare, e non urlò e non pianse, pur ricordando i genitori che non aveva più, che forse non aveva mai avuto. La sua vita era adesso come un sogno da lei sola sognato, dentro un giaciglio di foglie e di fango. Aveva paura della notte, dei suoi rumori, e inorridì, perché la natura seguì il suo corso, non risparmiandole l’orrore della continuazione della specie. Partorì così sei femmine, a cui non seppe insegnare una vita che non era la sua, ma che accettò con amore.
Quando quasi pensava di essersi sbagliata e di aver affidato il proprio destino a uno spirito bugiardo, capì il senso nascosto di quella scelta.


Quel giorno stava mangiando radici con le proprie figlie, che erano ancora piccole e striate e profumate di latte. Lui prese la mira nello stesso momento in cui lei avvertì la sua presenza.
Elena lo guardò con gli occhi dell’amore; lui invece con lo sguardo pieno di desiderio di morte, ammirandone la grandezza del corpo e il portamento della testa.
In quella prima volta in cui era lui a braccarla, desiderandola, lei lo vide ancora con lo spirito innamorato del giardino di casa.
Lo osservò con sguardo stupito: non si era mai sentita tanto bella. Era quello l’unico modo in cui avrebbe potuto accorgersi di lei: lo spirito l’aveva avvisata. Qualunque fosse stato il prezzo, lei aveva risposto.
Lui prese la mira: strano che la bestia non si muovesse, sembrava lo stesse aspettando. Non c’era gusto, se lei non scappava. Poteva però provare a vedere di farla muovere, uccidendole prima i piccoli.
Così Elena vide le figlie morire una a una, avevano teste e zampe disgregate e senza più un senso: l’unica maternità che le era stata concessa, lei che aveva sognato un bambino con gli occhi di Mario, a cui insegnare una vita senza disprezzo. Aveva sentito quelle vite frugare il suo corpo in cerca di latte, pensò pazza d’odio … ma ancora non si mosse.
Poi all’improvviso ci mise un attimo per essere sopra di lui, che non seppe calcolare la rapidità di quella disperazione. Elena affondava i suoi baci profondi nell’unico essere che avesse mai amato e con i denti gli sfiorava delicatamente il collo.
“Per te ho mangiato bacche “ gli soffiò infine con l’alito schiumoso “ e ho atteso di essere qualcosa da amare e desiderare, per scoprire poi adesso che niente è cambiato, perché solo la morte è ciò che desideri, la stessa che mi davi ogni giorno, attraverso il silenzio del muro che separava i nostri giardini. Ciò che vuoi, amore mio, io ti dono”.

Ma invece di finirlo si fermò a osservarlo, compiacendosi di leggergli dentro un’infinita paura. Dopo un attimo, fuggì nel bosco più nero, lasciandolo pazzo, a chiedersi perché quella bestia gli avesse risparmiato quella vita che non meritava.
E i cacciatori di quei luoghi raccontano che Elena ancora corre, piangendo quell’ultimo atto di amore che neanche lei sa spiegare.

Roberta Lepri

(questa fiaba è uno dei primi racconti che ho scritto. Anno 2003)

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