Come i leoni

leone

Guido si sforzò di sorridere a Gianluigi, anche se questo stava meticolosamente riducendo in strisce uniformi il suo Corriere della Sera appena comperato, unica nota positiva della passeggiata all’alba col beagle, il cane più indisciplinato dell’intero universo canino.
– sono un coglione, si disse per la terza volta. Mi ripeto sempre che non devo più lasciare il giornale a portata di mano di questo stronzetto e invece … – ma fu richiamato dall’urlo di Martina.

– Sta vomitando, che schifo schifoso! Bleahh. Mamma, gli ha lasciato di nuovo mangiare schifezze in giro!
Cercando di mantenere il sorriso e la calma, Guido si precipitò a prendere il rotolo di carta e l’alcol per pulire il vomito di Snoopy. Aveva appena finito quando dalla loro camera si affacciò Beatrice.
– tutto a posto? – gli chiese lei, accarezzandosi il pancione.
– sì – le rispose, chiudendo stretto il tappo dell’alcol – torna a letto che li porto io a scuola i ragazzi.Ma lei sospirando gli aveva sfilato il flacone dalle mani ed era già passata in cucina.

– Gigino , monello hai di nuovo preso il giornale di Guido! Lo sai che non devi giocarci: l’inchiostro del giornale è pieno di piombo, corri subito a lavarti le manine! – cinguettò al bimbo che si avviò verso il bagno trascinando i piedi.

– Tesoro ti prego, fa più attenzione con i giornali – disse poi sottovoce Beatrice a Guido quando sentì scorrere l’acqua nel bagno. Poi richiuse lo sportello della cucina in cui aveva riposto l’alcol, sfilò la chiave e la posò con un significativo colpo secco su uno scaffale in alto. Inarcò mugolando la schiena, posò le mani aperte sui fianchi e si massaggiò i lombi coi i pollici. Lui si limitò ad annuire, mantenendo fisso il sorriso anche mentre lei gli illustrava le virtù di ogni singolo cereale biologico del muesli della loro sanissima colazione.

Un’ora e mezzo dopo Guido posò la tazza sulla scrivania e, prima di chiudere la porta del suo studio, disse alla segretaria di non passargli telefonate che doveva studiare una pratica. Spostò la cartellina da un lato, bevve un sorso d’orzo, unì le mani e ci appoggiò la fronte.
– ma come ho fatto a cacciarmi in questo casino? – si domandò.

Guido era uno dei tre soci fondatori dello studio legale assieme a Marco e Francesca. Loro tre erano stati amici inseparabili fin dagli anni del liceo: Marco e Francesca facevano coppia già da allora mentre lui era lo scapolone del trio. Assieme avevano affrontato gli studi e, una volta abilitati all’avvocatura, avevano rilevato il piccolo studio del papà di Francesca trasformandolo in uno dei più avviati della città. Adesso lo studio, oltre ai tre fondatori, contava anche sei associati, tre segretarie e un numero variabile di praticanti.

Era successo più di due anni prima.
Quel giorno dopo aver congedato un cliente particolarmente cruciale aveva spalancato la finestra per far uscire la puzza del suo sigaro. Infreddolito si era spinto nella cucinotta per farsi un caffè e sgranchirsi un po’ le gambe. Aperta la porta aveva trovato una faccia nuova: mèches bionde, tailleur blu, occhi grandi e azzurrissimi che lo fissavano.
– Avvocato ha bisogno? – gli aveva chiesto lei a bassa voce.
– Sto per mettere su la moka, mi fa compagnia?

Chiacchierando venne fuori che Beatrice era una nuova tirocinante, anche se era già sulla trentina. Il posto glielo aveva proposto Francesca, la divorzista, a cui Beatrice si era rivolta per un consulto sulla sua situazione complicata. Francesca, scoperto che Beatrice era laureata in legge, le aveva proposto di fare il praticantato in studio da loro in modo da permetterle di affrontare l’esame di procuratore.
– Lei deve avere qualcosa di speciale sa? – l’aveva salutata Guido – Se ha colpito Francesca…
Da quel giorno anche lui aveva cominciato a notarla in giro per lo studio e la moka per due era diventata una piacevole abitudine di metà pomeriggio.

Sei mesi dopo, aperta la porta della cucina, l’aveva sorpresa appoggiata al lavandino con le spalle chine e quando si era voltata di scatto i suoi occhioni erano un lago di dolore. Lui si era istintivamente avvicinato per confortarla e quando le aveva sfiorato il braccio lei si era spostata con un gemito di dolore.
– Mi – aveva iniziato a dire prima che cominciassero a scendere i lacrimoni – mi fa male, scusa.
Lui le aveva sfilato delicatamente la manica della giacca e sul braccio di Beatrice era apparsa una carta geografica di lividi.
– Ma come te li sei hai fatti? – le chiese – anzi chi è stato?
Lei tra i singhiozzi gli aveva raccontato che il suo attuale compagno era un violento, che non accettava la figlia che lei aveva avuto dal primo marito. Gli disse che non poteva lasciarlo fino all’esame da procuratore, perché non era in gradi di mantenere i due figli e aveva paura che lui si sarebbe tenuto Gianluigi perché era figlio anche suo. Gli raccontò che nel fine settimana, quando Martina era dal padre, erano volate parole grosse e che lui l’aveva afferrata e stretta così forte da lasciarle i lividi e le aveva detto, scuotendola, di odiare quella piccola stronzetta maleducata.
Guido la baciò con tenerezza e si stupì sentendo che provava anche vera passione. Lei però gli appoggiò le mani sul petto e gli chiese tempo che lui le piaceva tantissimo ma non era ancora pronta.
Iniziò un anno di tira e molla: si cercavano ma poi si respingevano per poi tornare a cercarsi. Lui cercava di convincerla a lasciare il bruto, lei era terrorizzata all’idea di perdere il figlio piccolo ma gli prometteva di lasciarlo non appena avesse trovato un lavoro vero. Si stringevano, si baciavano con passione ma lei lo fermava sempre per paura, diceva, di perdere il suo rispetto.
Nel frattempo lei studiava per l’esame e lui, per salvare l’apparenza, aveva detto ai soci che si fermavano la sera perché l’aiutava a preparare l’esame.

Guido guardò con disgusto l’orzo tiepido e chiamò l’interno della segretaria per avere un caffè.
– Ma avvocato, sua moglie non vuole – gli rispose e lui percepì una nota di scherno nella voce.
– Non me ne frega un cazzo, Michela, se le chiedo un caffè sia gentile: me lo porti e basta. Grazie.
Lo sbattere giù la cornetta lo fece sentire infantilmente meglio. Sapeva bene che in studio aveva perso autorevolezza da quando avevano dichiarato che si sarebbero sposati, ma non c’erano altre strade: lei aspettava il loro bambino e bisognava che tutti e tre i piccoli avessero un tetto sicuro sulla testa. Aprì la pratica giusto in contemporanea a Michela che gli portava il caffè.
– Ecco avvocato, gliel’ho fatto con la moka.
Forse fu l’ondeggiare della massa ondulata di capelli rossicci di Michela ma in quel momento gli tornò in mente un documentario che aveva visto anni prima. Sui leoni. Un giovane maschio era riuscito a battere il maschio alfa di un branco e ne aveva preso il posto. Come prima cosa aveva divorato tutti i cuccioli per far andare in calore le leonesse e avere la certezza di trasmettere al branco i suoi geni e non quelli del rivale.
Ci pensò su.

Vide casa sua: il suo studio svuotato dai libri antichi e trasformato nella stanza di Martina e la camera per gli ospiti diventare la cameretta per Gianluigi. Vide la sua asettica cabina armadio invasa da maglioncini rosa che mollavano pelucchi ovunque. Vide il pizzo alle finestre. Vide sparire il rum d’annata sostituito dalle tisane biologiche. Vide quel botolino ringhiante di Snoopy da portare fuori tre volte al giorno. Se per tutto questo erano bastati solo sei mesi, cosa sarebbe successo negli anni a venire?
Pensò ai due prima di lui. Il papà di Martina era una brava persona, almeno così gli era parso. Aveva un’autofficina e si occupava della bimba seguendo puntualmente quanto stabilito dal giudice. Tra l’altro gli venne in mente di non aver mai chiesto a Beatrice ragguagli sul come gestiva il denaro che le veniva mandato per il mantenimento dei figli. Però anche il bruto non sembrava affatto tale. Si era offerto di tenere lui il cane ma Beatrice ne aveva fatto una questione di potenziale trauma per i bambini e così anche Snoopy si era installato nella sua curatissima casa d’epoca rosicchiando un paio di cassettoni antichi. Tanto Beatrice preferiva il moderno.

Dopo aver scarabocchiato un paio di fogli con i pro e i contro, prese il telefono e fece un paio di richieste a Michela. Poi si appoggiò allo schienale della poltrona e si godette l’aroma del caffè.

Un mese dopo passeggiava nel silenzio di casa con in mano due dita di rum cubano.
L’idea era stata di restituire a ciascuno la sua prole. Perciò aveva convocato gli altri due in studio e aveva parlato chiaro: pensando al bene dei bambini la sua proposta era che avrebbe comperato lui un appartamento, concesso l’usufrutto a Beatrice e ognuno di loro avrebbe partecipato economicamente al mantenimento del proprio figlio.
Soddisfatti avevano firmato tutti l’accordo. La parte più difficile era stata con Francesca: aveva sudato a lungo per convincerla che non era il caso di avere Beatrice tra gli associati, ma Marco aveva trovato uno studio disposto a prenderla e Francesca alla fine aveva acconsentito.
Entrò nello studio che aveva riconquistato la dignità e i libri. Si sedette alla scrivania, bevve un sorso e sfiorò con la punta del dito il delicato cristallo di Lalique che si era regalato. Non aveva saputo resistere quando, dopo aver dato le chiavi dell’appartamento a Beatrice, aveva sentito lo sguardo complice del leone chiamarlo dalla vetrina di un antiquario.

Manuela Barban

 

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