Incipit d’autore : “Ombra Bianca” di Cristiano Gentili – Oto Banga edizioni

Serravalle Letteratura –  oggi 14 giugno   alle ore 18.00 incontro con  Cristiano Gentili autore di ” Ombra Bianca” . L’evento  organizzato dall’ Associazione Amici del Castrum  si terra’ al Museo del Cenedese di Piazza Flaminio a Serravalle di Vittorio Veneto (Tv).

 

Ombra BiancaPoi nacque Lei.

Il corpo della madre si aprì per farle strada alla vita. I vagiti furiosi trapassarono la porta di lamiera della capanna e giunsero fino al cortile gremito. Una nascita era sempre un evento che coinvolgeva l’intera comunità dell’isola di Ukerewe; un fazzoletto di terra pianeggiante con un tripudio di sfumature dal verde mela al verde smeraldo, incorniciata dal blu intenso del Lago Vittoria.
Il nostro spicchio di cielo a terra, pensò Sefu, il padre della neonata, in attesa che la porta di casa si aprisse.
Il tempo passava, e la porta restava ostinatamente chiusa. Si era nella stagione delle piccole piogge, quando il tempo è volubile e capriccioso. Era quasi il tramonto, e l’aria fresca s’imbeveva della luce rossastra degli ultimi raggi di sole; tuttavia Sefu respirava l’odore inconfondibile della pioggia. Presentiva che il buio delle prime ore della notte avrebbe generato, con l’aiuto dei venti monsonici, i grossi grappoli di nubi che all’alba avrebbero riversato a terra l’acqua proveniente dall’Oceano Indiano.
A un tratto la porta della capanna si aprì e una donna fece cenno a Sefu di entrare. Sul cortile scese la quiete. Lui oltrepassò la soglia di casa e il sorriso gli morì sulle labbra. Vide sua figlia dormire nuda su una stuoia. Sbarrò gli occhi e si afferrò i capelli con entrambe le mani. Il corpo paralizzato, gli occhi ipnotizzati dal corpicino che volle toccare con un dito auspicando fosse una sua fantasia. Era invece indiscutibile. Benché fossero trascorse alcune ore dalla nascita, la pelle di sua
figlia era lattea come quando dalle acque del ventre di sua madre era venuta alla luce. È un’ombra bianca, continuava a ripetersi e a negarselo.
Nella capanna l’aria era impregnata di un silenzio mortale.

Come ho fatto a procreare un essere simile? Sono stato posseduto da spiriti malvagi mentre mi univo con Juma? O forse quel demonio è frutto del seme di un altro uomo? Deve essere così. Una maledizione scagliata dagli Spiriti del lago in seguito al tradimento della mia seconda moglie.

«Dovrà morire» sentenziò Sefu. Poi si voltò e uscì.

Juma era alla sua prima gravidanza portata a termine. Ripensò a quando, nelle stagioni passate, aveva avuto due aborti, seguiti da emorragie che pareva volessero prosciugarle l’anima, oltre che il corpo. Quando era rimasta di nuovo incinta aveva sentito nel profondo delle sue viscere che quella creatura sarebbe vissuta. Le pareva di vederla aggrappata con le piccole dita al suo grembo, ostinata, decisa a sopravvivere.
Ricordava come la notizia del concepimento si era diffusa sull’isola di Ukerewe come il fuoco su un manto d’erba arida. Chiunque era stato felice. Aveva visto i torrenti e il lago rallegrarsi e gonfiare le acque oltre le sponde. Gli alberi avevano prodotto germogli vigorosi e formato ombre più lunghe. Aveva sfiorato e calpestato l’erba diventata più verde e fitta. Aveva udito gli uccelli cinguettare più forte che mai e la pioggia cadere violenta come colpi d’arma da fuoco.
Quel fervore di vita si era adesso trasformato in sdegno e disprezzo.
Sdraiata sul letto, intontita dal vociare delle donne nella stanza, Juma si rese conto che quel parto e la sua morte erano una cosa sola. Non riusciva a spiegarsi quella figlia. Aveva seguito con scrupolo ogni raccomandazione delle donne del clan: per ingraziarsi gli Spiriti del lago aveva evitato litigi e maldicenze. Si era astenuta dai rapporti sessuali col marito durante gli ultimi mesi di gravidanza; aveva evitato di trasportare l’acqua dal fiume per scongiurare il pericolo che suo figlio nascesse con l’acqua nella testa. E sapeva di essere stata fedele a Sefu.
La piccola s’agitò e pianse. Se la madre non l’avesse vista uscire dal suo ventre, con i suoi occhi, l’avrebbe creduta figlia di un’altra donna, di un altro clan.
Prese la neonata con le due mani e la porse a braccia unite alla levatrice per farla calmare. L’anziana la rifiutò con un cenno del capo. Juma volle tapparle subito la bocca, annientarle la voce e, se gli Spiriti l’avessero desiderato, anche il respiro. In un gesto di stizza le premette al viso l’estremità del panno nel quale era avvolta. Il senso materno fu però più forte di lei e la strappò di prepotenza dalle mani della follia, addomesticandola alla legge della natura. Forzò lo sguardo alla sua destra, avvicinò la figlia al seno sinistro e la sentì succhiare con forza. Con la coda dell’occhio scrutava la creatura attaccata al capezzolo. Vide il contrasto fra la pelle candida della bambina e quella scura della sua mammella. È successo di nuovo, pensò. Ho partorito un figlio morto. Se vive, mio marito mi lascerà.
Le voci s’intrecciavano e si scavalcavano, risuonando nell’angusto spazio della capanna come gracchi di corvi affamati.
«Le verranno gli occhi rossi come il demonio.» «È uno zeruzeru1! Ha poteri magici.» «È contagiosa. Porterà maleficio e sciagura nella comunità.» «Dacci ascolto prima che sia troppo tardi. Abbandonala nella foresta.»
Staccò la figlia dal seno e la poggiò a terra, sopra un groviglio di stracci, nell’angolo della stanza più lontano dal letto. Poi ricadde sulla stuoia, stremata dalla fatica e dal dolore. Fissò il vuoto davanti a sé con un’espressione come di stupore, poi,finalmente, scoppiò in un pianto convulso, stringendo le lenzuola nelle mani a pugno. Quell’angolo della stanza, il più distante dal suo giaciglio, per lei significava foresta. Le donne le si strinsero attorno in cerchio, e una le afferrò i pugni, mormorandole parole di conforto.
Nkamba era rimasta immobile a osservare. Da quando aveva aiutato a estrarre con le sue mani la nipote dal grembo della nuora, si era chiusa nel silenzio. Pian piano i commenti delle donne si erano insinuati nel suo cuore come un veleno, risvegliando il ricordo di quello che le era accaduto decine di stagioni della pioggia addietro. La vista le si oscurò, perse l’equilibrio e cadde appoggiandosi a uno sgabello.

Due donne si accorsero del malore e si affrettarono ad aiutarla, facendole vento con un lembo del vestito. Nkamba si riprese con prontezza, si alzò e si affrettò a raggiungere la nipote. La fissò qualche istante, poi si chinò, la prese in braccio e se la strinse al petto. Si disse che a quella bambina sarebbe successo l’esatto contrario di ciò che suggerivano quelle donne. Era sicura di poter far cambiare idea al figlio, sebbene l’avesse delusa per essere sfuggito alle responsabilità di padre.
Sefu non era ancora nato quando era successo ciò che le aveva cambiato la vita per sempre, era all’oscuro del suo segreto. A quel pensiero accostò le mani al ventre, provò vergogna, e subito dopo un’immensa forza. Quella necessaria per domandare al figlio grazia per la bambina; o, meglio, per convincerlo a chiederla alle bestie. Con la piccola stretta al petto uscì dalla capanna, sotto lo sguardo attonito delle donne; l’uomo stava parlando con i membri del clan. Per nulla intimorita l’anziana si portò alle spalle del figlio e gli afferrò un braccio.
«Voltati Sefu, sono tua madre.»
L’uomo si girò di scatto, imbarazzato da tanta intraprendenza.
«Concedile un’ultima possibilità» disse l’anziana con voce ferma. «Se sei l’uomo che hai dimostrato d’essere nel corso degli anni, il mio primogenito, figlio del grande uomo che fu Kheri, non abbandonare questa creatura nella foresta.»
Sefu taceva, fissando gli occhi di sua madre.
«Fai come i nostri vicini Masai» continuò lei, sostenendo lo sguardo dell’uomo. «Domani, al levarsi del sole, metterò la piccola a terra di fronte al recinto della mandria. Lascia che le bestie siano artefici del suo destino: se, all’alba, uscendo, la calpesteranno a morte, significherà che doveva finire così. Se invece vivrà, la crescerò io, Nkamba.»
Sefu distolse lo sguardo, lo lasciò vagare verso le cime degli alberi e
scendere sulla folla riunita davanti a casa. Infine guardò ancora sua madre.
«Questo spirito malvagio non può essere mia figlia.» Le voltò le spalle e riprese la conversazione con gli anziani del clan. «Invece sì.» La madre si portò di fronte a lui e lo obbligò a guardarla. «Ancor prima d’essere tua figlia, è figlia di Dio e degli Spiriti del lago. Ogni
bambino lo è.» La nonna dubitava della tradizione Masai di lasciar decidere la sorte di un neonato, nel dubbio della paternità, al bestiame. Come altri della tribù, credeva agli Spiriti del lago, ma anche alle parole di padre Andrew, che alla messa della domenica raccontava di un Dio che amava tutti i viventi. La tradizione Masai rappresentava in quel momento, però, l’unica alternativa alla morte nella foresta per la nipote. Il solo appiglio alla vita per una bambina lasciata, da un Padreterno distratto, sulla punta di una palma al sole equatoriale, invece che su quella d’un abete all’oscurità sconfinata.
«Devo pensarci» concluse Sefu.

Cristiano Gentili

Cristiano

Papa Francesco ha accettato di registrare una parte dell’audiolibro scritto da Cristiano Gentili, ex funzionario dell’Onu, sul dramma di persone vittime del
pregiudizio, spesso uccise.

Il

 

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