L’uomo che ha da venire

LorenzoLorenzo in punto di morte chiamò a sé i figli e chiese loro un dono. La figlia portò una pianta di rosa, perché egli capisse che la bellezza del mondo non sarebbe mai morta. Lui apprezzò e le sorrise. Il figlio maggiore fece invece condurre nella stanza un cucciolo di leone “Non cesserà il nostro coraggio, padre, né la nostra potenza”. Di nuovo, in silenzio, il Magnifico annuì e parve contento. Poi il suo ultimo nato gli mostrò un alambicco entro cui bolliva un liquido, che gli giurò essere rimedio a tutti i mali del mondo e foriero di sicura salute per ogni umano. In un angolo, silenzioso, Michelangelo stringeva forte in mano un foglio e assisteva impotente alla fine del proprio mecenate. “Michelangelo, fatti avanti” disse il signore “che se non mi sei figlio nel sangue, lo sei certo nel cuore. Cosa porti dunque, a questo tuo padre malato?” L’artista aprì il foglio. “Cos’è, questa figura?” Michelangelo rispose piano “Il disegno di un atleta, per farne una scultura”

Si accese lo sguardo del Magnifico “Un atleta per farne una scultura, tu dici? Senza giavellotto, senza disco, senza alloro a cingergli il capo? Che pare debba ancora uscire del tutto dal marmo e liberarsi così dal peso della sua stessa materia?” Michelangelo annuì tremando un poco e specificò “Un atleta di Olimpia”. Sorrise il malato e chiese ai figli se davvero poteva essere quello un uomo dell’antichità, uno tra quelli di cui avevano parlato con Marsilio e Pico, ma i ragazzi tacevano per l’imbarazzo della risposta così ovvia, pericolosa per la sua stessa semplicità. Più volte avevano infatti sperimentato il sottile pensiero del giovane artista e adesso non osavano contraddirlo. Il signore scoppiò a ridere, tossendo “Così giovane e tu sei già un padre per i tuoi fratelli, che infatti non osano aprire bocca per dire che finalmente in qualcosa hai errato!” Michelangelo con voce chiara spiegò il proprio dono “Nessun errore, mio signore. Non vi reco l’uomo del passato ma quello che ha da venire. Non avrà forza, né bellezza, né potere. Egli avrà di più: il dono di liberarsi da se stesso e da ogni malvagità che lo incatena, come un prigione nel marmo. Rinnoverà perciò nel futuro la grandezza degli eroi greci, che, con pensiero onesto, gareggiavano per l’umanità intera e non per sola vanità. Nel nostro tempo ciò non è più: il mondo è diviso e non vi è pensiero per l’eccellenza e la virtù, né c’è spazio per l’onore. Per questo gli antichi Giochi sono morti.
Ma un giorno, l’uomo che ha da venire, senza pensiero né timore di guerra, senza invidia verso chi è a lui migliore, solo per se stesso e per tutti gli uomini di animo buono, spezzerà le proprie catene e, uscendo dal marmo, così come io l’ho rappresentato, potrà accendere di nuovo la fiaccola di Olimpia.”
Lorenzo, pallidissimo, strinse al petto il disegno e mormorò “che dono eccelso, la speranza. Così sia, Michelangelo”.

Michelangelo Buonarroti, Schiavo che si ridesta (Prigione)
Firenze, Galleria dell’Accademia – cm 267 –

schiavo

Roberta Lepri

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